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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Il fidanzato ideale... ma delle mamme

Strano destino quello di Gregory Peck. Strano destino, perché nonostante il suo fascino indiscusso, si portò dietro per tutta la vita il titolo del film che, pur quando era già conosciuto, gli si appiccicò addosso, quasi fosse il segno di un destino fino ad allora evitato: l’«uomo dal vestito grigio».
Non era certo un novellino ai tempi. Nel 1956, quando uscì il film di Nunnally Johnson con quel titolo, aveva già incrociato la sua strada con Alfred Hitchcock, con William Wyler, con Elia Kazan, con il western, i film di guerra o di avventure, persino con i kolossal biblici, eppure quel buon marito e buon padre, che vuole assecondare le ambizioni sociali della moglie e decide di inventarsi come scrittore radiofonico, perfetta incarnazione dell’americano medio, mediamente onesto e vestito con la scontata medietà della flanella grigia, fagocitò la sua immagine. Perché se si esclude Duello al sole, dove le ambizioni di David O. Selznick (produttore e sceneggiatore) lo costrinsero a vestire gli abiti del malvagio sciupafemmine che strappa l’irrequieta Jennifer Jones al fratello Joseph Cotten e finisce per condannare sé stesso e lei a una resa dei conti tanto infuocata quanto esagerata (qualche critico parlò del film come di «un’operetta pompata a dimensioni wagneriane» e non aveva tutti i torti), se si dimentica quel film è vero che anche nei personaggi che aveva interpretato prima non era mai stato un uomo dalle grandi passioni.
Era bello, questo non si poteva discutere, ma forse era più educato che affascinante, più elegante che rubacuori. Certamente sapeva infondere sicurezza e comprensione ma in maniera sommessa, a mezza voce. Alto e compunto, volonteroso e gentile, era l’attore con cui molte donne sognavano di avere un appuntamento, ma poi forse non di andare molto più avanti. Come aveva detto qualche malalingua, era il fidanzato ideale... ma per le mamme, che potevano star sicure che la figlia sarebbe rientrata all’ora prevista. È stato il merito e il limite di tutta la carriera di Gregory Peck, questa scelta di mediocrità che gli ha aperto molti ruoli e che gli ha fatto lasciare un segno in molti cuori, ma che gli ha anche chiuso altrettanti percorsi professionali. Peck aveva bisogno di personaggi complessi, sofferti, costretti a misurarsi con qualcosa che cercano di dimenticare: era l’uomo delle passioni accumulate e represse, non di quelle pirotecniche ed esplosive.
Pensiamo al suo John Ballantyne, il direttore di una clinica psichiatrica che Alfred Hitchcock ci presenta in Io ti salverò: all’origine c’è un romanzo gotico, ma nella sceneggiatura di Ben Hecht si perde quanto di fiammeggiante e lugubre poteva avere per diventare il percorso di una salvezza che passa attraverso l’amore (quello di Ingrid Bergman) e offrirci il ritratto di un uomo tormentato da una colpa che lo ossessiona e da cui non riesce a liberarsi. Perché Peck non incarnava mai un personaggio solare, capace di guardare in faccia il futuro e le sfide che comportava. No, lui non era mai un uomo tutto d’un pezzo. Non era un eroe infallibile, come John Wayne o Henry Fonda; era qualcuno che si teneva dentro un segreto inconfessabile, da non far trapelare, foss’anche solo a sé stesso. E che finiva per fare i conti con quella parte oscura che cercava di nascondere. Un meccanismo che Hitchcock sfruttò anche nel successivo Il caso Paradine, dove l’avvocato Anthony Keane deve difendere un’imputata (dal fascino seduttivo come Alida Valli) accusata di avere ucciso il marito: Keane si immedesima talmente nella missione da finire per innamorarsi della sua cliente e mettere in discussione matrimonio e carriera. Il guaio è che alla fine non saprà andare fino in fondo per questa strada e si ritroverà addirittura accusato di avere spinto un teste al suicidio.
I suoi personaggi nascondono sempre qualcosa da cui vogliono liberarsi senza riuscire a farlo. Basta pensare al Jimmy Ringo di Romantico avventuriero, un cowboy perseguitato dalla fama di abile tiratore, costretto a difendersi con le armi da chi vuole continuamente sfidarlo, anche quando si tratta di un ragazzo, della cui fine si trascinerà dietro il rimorso e la colpa. Oppure al protagonista di Bravados, il ranchero Jim Douglas, talmente sicuro delle proprie idee da inseguire quelli che crede gli assassini della moglie e trasformarsi, poco a poco, in un assassino lui pure, mentre il film cambia insieme a lui, da una convenzionale storia di vendetta a una riflessione sul tema del giustizialismo con cui Douglas dovrà imparare a fare i conti.
Ecco il vero Gregory Peck, il più autentico, quello per cui era lecito palpitare davanti allo schermo: un attore che sapeva nascondere i propri tormenti, che non esibiva le macerazioni della propria coscienza come i seguaci dell’Actors Studio, ma che usava il suo sorriso rassicurante per mascherare una coscienza non proprio adamantina. In fondo persino a cavallo della Vespa in Vacanze romane aveva qualcosa da nascondere, quella doppiezza da giornalista che aveva già sperimentato con Elia Kazan in Barriera invisibile (dove si fingeva ebreo per scrivere una serie di articoli sull’antisemitismo) e che William Wyler stemperò con una scanzonata rilettura di Cenerentola, ma che non cancellava del tutto il fatto che l’ingenua principessa Audrey Hepburn avrebbe dovuto essere la preda di uno scoop scandalistico.
In fondo persino il suo personaggio più famoso, l’Atticus Finch di Il buio oltre la siepe (il film che gli fece vincere l’Oscar dopo quattro nomination) ha qualcosa che lo tormenta, che gli rode dentro, e che la disinvoltura di Scout, con le sue intemperanze e le sue domande impertinenti, finisce per far venire a galla, dalle responsabilità della vedovanza al tormento per l’ingiustizia che subisce Tom Robinson fino al confronto con la violenza repressa ma pronta a esplodere dei suoi concittadini assettati di vendetta.
È un tema, quello della vendetta, che attraversa ambiguamente anche Il promontorio della paura: qui il suo personaggio deve difendere la famiglia da un ex galeotto psicopatico (un notevole Robert Mitchum) deciso a fargli pagare la condanna che come avvocato aveva favorito, ma la difesa della rispettabilità e della tranquillità borghese non riesce a nascondere l’istinto omicida che Peck rivela dentro di sé pronto a usare addirittura la propria famiglia come esca per incastrare chi lo sta minacciando.
A conferma ancora una volta che dietro «l’uomo con il vestito grigio» si nasconde qualcosa di molto meno rispettabile e convenzionale (proprio come il figlio che, nel film del 1956, si scopriva aveva avuto in Italia durante la guerra e di cui non si era mai preoccupato): anche l’uomo più raffinato ed elegante può nascondere qualcosa. Per questo non era molto a suo agio con le commedie. Il ritmo della sua recitazione era come rallentato, «appesantito», da quel segreto che si agitava in profondità, frenato da un’intensità espressiva che aveva bisogno di dialoghi più meditati, più riflessivi.
Quando si misurò con la commedia sofisticata, nella Donna del destino, ne uscì una specie di rilettura ironica sul tema dello scontro tra marito e moglie (lei era Lauren Bacall), un’interpretazione più attenta alle sfumature psicologiche che al ritmo delle battute. Meglio il dramma per Gregory Peck, che chiede di esprimere le passioni attraverso poche e controllate espressioni del volto: un serrare di labbra, una ruga in più, uno sguardo che si acciglia. Così raggiungeva lo scopo (che troppi gesti non assicuravano) e arrivava direttamente al cuore.