Corriere della Sera, 10 agosto 2025
Su “Film di Stato” di Roland Sejko
«Dunque la decisione è: espellere post mortem dal partito Mehmet Shehu per gravi colpe in conflitto con la linea». È il 17 dicembre 1981 e il comitato centrale del Partito del Lavoro d’Albania, alla proposta di cacciare dall’Olimpo comunista il primo ministro appena morto e osannato ininterrottamente per sette governi e 27 anni consecutivi, non fa una piega. Certo, nessuno ricorda niente di simile dai tempi in cui il corpo di Papa Formoso, undici secoli prima, fu estratto dalla tomba, legato a una sedia perché stesse ritto, processato dal successore Papa Stefano VI e condannato a morte (sentenza eccentrica, su un cadavere) con successivo lancio nel Tevere... Ma come dire di no a Enver Hoxha, il dittatore più longevo al mondo già al potere da 37 anni cioè 4 più di Kim Il-Sung in Corea, 15 di Fidel Castro a Cuba, 21 di Mobutu in Congo? Il Compagno Supremo ha deciso: «Votiamo: chi è a favore alzi la mano». Tutti. «Chi è contro? Nessuno. Viva il Partito!».
Gela il sangue il Film di Stato di Roland Sejko, prodotto da Istituto Luce-Cinecittà, che verrà presentato il 4 settembre durante la Mostra del Cinema di Venezia. Non una voce fuoricampo, non una introduzione. Solo sottotitoli per aiutare la visione di una straordinaria carrellata di video di propaganda che parla da sola. Filmati girati nei decenni da solerti servi del regime per costruire l’epopea di quel feroce satrapo cantore dello stalinismo. Servi tra i quali, come raccontò lo stesso Sejko ne La macchina delle immagini di Alfredo C. (Nastro d’Argento come Miglior Docufilm 2022) c’era anche Alfredo Cecchetti, un operatore cinematografico dell’Istituto Luce mandato a cantare le lodi del Duce in Albania, rimasto lì intrappolato dopo l’8 settembre e passato nel ’44 al servizio del nuovo duce albanese.
Le ricorda bene, il regista da oltre trent’anni in Italia ma nato e cresciuto nel Paese delle aquile da cui scappò con la prima nave partita da Durazzo verso Brindisi nel marzo ’91, quelle immagini che plasmavano il consenso per Hoxha. Le lacrime disperate dei sudditi alla morte del despota nel 1985. La spropositata Mercedes 600 a sei porte che incedeva con le tendine chiuse e solitaria (auto private zero: vietate dall’ortodossia) su povere strade tra carretti, asini e gente a piedi, solo a piedi. Le festose marce di giovani in canottiera che impugnavano il piccone simbolo del lavoro e forse del cranio spaccato a Lev Trockij. Le esercitazioni di scolari con grandi maschere antigas per scampare agli attacchi tossici dei capitalisti.
E poi le pudiche majorettes balcaniche che sventolavano bandiere rosse e si piegavano al comando componendo coi loro corpi scritte osannanti al regime. Le maestre che insegnavano ai bimbi, come racconta il docufilm di Sejko Anija-La nave (David di Donatello 2013), che il partito comunista era «una fortezza inespugnabile». Gli spettacoli teatrali che esaltavano prima l’appoggio dell’Unione Sovietica poi l’amicizia con la Cina di Mao, con le attrici albanesi truccate con gli occhi a mandorla. I test sugli effetti di un esplosivo provati su cani, gatti, scoiattoli. I soldati che sbucavano dai tombini per indottrinare la plebe alla guerriglia. I viali pieni di persone che facevano ginnastica come raccomandava la rivoluzione culturale cinese. E poi migliaia e migliaia di albanesi in ginocchio per una preghiera atea (Hoxha è la traduzione in albanese di «saggio dell’Islam» ma il satrapo di famiglia islamica vieterà tutte le religioni) per la morte di Stalin.
E sempre e ovunque lui, il Compagno Supremo. Lui che benedice le folle. Lui in ammollo in piscina. Lui in visita alle fabbriche. Lui a caccia di anatre. Lui raggiante con Josif Stalin, raggiante con Nikita Krusciov, raggiante con Zhou Enlai via via che, dopo aver rotto con Tito, cambiava sponde per rimanere imbullonato al potere. Pronto a vomitare sui «traditori» di turno: «I sogni crudeli degli imperialisti, dei titisti, dei krushoviani e dei loro servi sono polverizzati. L’inevitabile rottura coi revisionisti sovietici è la dimostrazione che il nostro partito non fa sconti a chi tradisce i principi del marxismo-leninismo». «Non ci siamo alleati con la Cina per cinque stracci ma per una unione rivoluzionaria... A Mao Tse Tung e ai capi cinesi abbiamo dato una serie di pareri. Quando abbiamo visto che la Cina stava affondando sempre più profondamente nel pantano revisionista...». Ed ecco alla fine degli anni Settanta migliaia di tecnici cinesi caricati sui pullman verso l’aeroporto. Deng Xiaoping? «Un fetido fascista».
Obiettivo: esaltare la «purezza» del comunismo albanese. Meglio: il culto del capo. Contro chiunque desse fastidio. Fosse pure, appunto, lo storico braccio destro: «Mehmet Shehu si è ucciso. Il suo grave errore politico è stato approvare il fidanzamento del figlio con una ragazza che ha tra i parenti sei o sette nemici del nostro stato». Romeo e Giulietta balcanici? Macché: «Sono stati scoperti documenti e prove incontestabili che dimostrano che fin da prima della guerra Shehu lavorava per i servizi segreti americani». Di più: «Durante la guerra venne reclutato dai servizi segreti jugoslavi e dal servizio Kgb». Arsenico finale: «Li servì tutti con zelo». Ed ecco sepolto pure il compagno Mehmet partigiano dal ’36 con le brigate Garibaldi in Spagna.
Così era, Enver Hoxha, l’incontinente autore di 40 libri (quaranta!) sul marxismo-leninismo che diceva di essersi laureato (falso) a Montpellier e aveva la fissa di costruire il «vero» comunismo. Indimenticabile, nel Film di Stato, la scena cui lui, terreo, ascoltava i resoconti dei ministri: «Si sono accumulati molti problemi complessi e irrisolti... La disponibilità di merci è molto diminuita... Le file ai negozi sono aumentate... Alcuni prodotti alimentari si vendono con la tessera annonaria...».
Vecchio e malato, forse già consapevole che le sue statue sarebbero state demolite in rivolte piene di odio ma ancora padrone d’un regime di ferro che gli sopravviverà per sei anni fino al ’91, passò gli ultimi mesi nella sua villa assistito da Nexhnije, la moglie. Accasciato in poltrona, cappellaccio nero, grande sciarpa al collo, aveva qualcosa del ritratto di Aristide Bruant di Toulouse-Lautrec. Disse un medico che conosceva dagli anni in Francia: «Ha sempre parlato, pensato, sognato in francese». Ignorando una parola: liberté.