Robinson, 5 aprile 2026
Intervista a Haino Keiji
Occhiali scuri, vestiti neri, capelli lunghi e bianchissimi: una figura sciamanica entra in scena e comincia a percuotere degli strani poligoni posizionati su una base di legno ottenendo suoni strazianti: è solo l’inizio. Dopo averli picchiati in tutti i modi in un parossismo demoniaco per quasi un’ora, facendo fuggire i meno preparati all’evento, inizia a percuotere dei piatti emettendo urla lancinanti saltando qua e là per poi buttarsi a terra: è Haino Keiji, “trickster”, padre e sacerdote del “noizu” giapponese: rumore puro, coniugato nei modi più diversi.
Nato a Chiba nel 1952 è una figura di culto, un’icona radicale e irriducibile della sperimentazione sonora. Il suo percorso inizia a 18 anni quando fonda i Lost Aaraaf, gruppo di improvvisazione estrema con cui nel 1971 pubblica il primo disco; è l’inizio di una parabola implacabile che, attraverso le violente e catartiche jam con il suo gruppo storico Fushitsusha (fondato nel 1978) e il successivo debutto solista del 1981 Watashi Dake? (solo voce e chitarra in totale libertà espressiva), lo porterà a decostruire ogni genere possibile: dal blues al noise, dal free jazz alla psichedelia. Ha collaborato con i nomi più influenti dell’avanguardia mondiale, da John Zorn a Thurston Moore, da Merzbow fino a Stephen O’Malley dei Sunn O))).
La Biennale ha annunciato che gli conferirà il Leone d’Oro alla carriera in occasione del 70° Festival di Musica Contemporanea, che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2026. Un riconoscimento storico per una delle figure più enigmatiche dell’underground. A Venezia, oltre a un nuovo progetto dal vivo presenterà per la prima volta fuori dal Giappone il leggendario e introvabile Dokyumento Haino Keiji. Quando entra nella stanza dell’hotel dopo il concerto a tarda notte per l’intervista, ha un bastone. Nero, ovviamente. Lo accompagnano il manager e una massaggiatrice a cui chiede di operare mentre lui parla: la presenza di Haino è magnetica così come la sua strana, inaspettata risata.
Come nasce il suo culto del suono: ci sono musicisti nella sua famiglia?
«Io non credo di essere stato influenzato da nessuno della mia famiglia, però il fratello di mio padre insegnava musica in una scuola».
So che da adolescente era affascinato dal teatro, in particolar modo da Antonin Artaud e che poi a un certo punto ha ascoltato i Doors e tutto è cambiato. Cosa era successo?
«Semplicemente, mi son detto: è la strada che dovrò percorrere».
Si ricorda quale disco dei Doors?
«Il secondo, Strange Days. In particolare l’ultimo brano When the Music’s Over perché era molto lungo e aveva un elemento teatrale. Se non avessi ascoltato quel brano, non avrei intrapreso la strada che sto tuttora percorrendo. Ho sempre odiato che qualcuno mi imponesse di studiare qualcosa. Lo odio anche oggi, per questo motivo cerco sempre di fare cose diverse, originali, solo mie».
Nel 1971 a un Festival in Giappone ci fu un grande evento di protesta contro la costruzione dell’aeroporto di Narita. Lei salì sul palco davanti a un pubblico di studenti, hippie e comunisti e annunciò che voleva ucciderli tutti. È una storia vera?
«Sì, è vero, però era un testo delle mie canzoni che parlava di uccidere tutti. Non mi era piaciuto il modo in cui questa gente voleva farmi dire che anch’io ero contro, quindi “dobbiamo combattere”. Era una cosa molto superficiale. Noi eravamo andati lì per fare musica, invece volevano solo utilizzarci come propaganda. Non erano neanche tanto seriamente impegnati nella lotta: organizzavano una serata di musica così, giusto per far venire la gente. Mi sono molto arrabbiato per il loro approccio. Noi abbiamo sempre odiato gli studenti che parlavano e basta e non facevano mai nulla. Quando ho detto quella frase quasi tutto il pubblico è scappato: saranno rimasti in cento».
A proposito di esibizioni radicali, è vero che ha fatto un concerto alla Nhk, dopo il quale non l’hanno più fatta suonare in tv per quarant’anni?
«Sì, il produttore e i dirigenti del programma furono licenziati. Era una trasmissione diurna, molto leggera, rivolta alle casalinghe e in diretta. Suonammo in modo molto intenso, come sempre, e non avevano modo di fermarci. Durante la trasmissione i telefoni continuarono a squillare per i reclami, registrando il numero più alto di proteste da quando la Nhk aveva iniziato a trasmettere. Noi lo consideriamo una medaglia, un premio quasi più importante del Leone d’Oro di Venezia. Non so se c’è stato un divieto esplicito nei miei confronti, ma di sicuro l’impatto fu devastante».
Stasera ha suonato la polygonola, da dove viene questo strumento?
«Io cerco sempre qualcosa di nuovo, L’incontro con la polygonola è nato tramite un professore di biologia di nome Sakurai che ha voluto farmi provare uno strumento che aveva inventato: quando l’ho suonato ha detto: “È tuo!”. È ispirato al modo in cui si percuote un cocomero e dietro ci sono studi e calcoli complicatissimi che solo lui può spiegare: persino l’espansione del suono è calcolata al millimetro Ci vuole sensibilità per distinguere i toni sottili che produce. È uno strumento molto costoso, e nessuno lo suonerebbe come me».
Ha lavorato con molti artisti, da John Zorn ai Sunn O))). Com’è stato improvvisare con loro?
«Queste persone mi hanno chiesto di suonare insieme. Non avevo nessun motivo per dire di no. Ma se non mi danno un’impressione positiva, la cosa finisce lì».
Cosa significa per lei il concetto di “Ma” (spazio/pausa)?
«Io non cerco di spiegare la musica a parole. Se una persona vuole capirla deve venire a una mia esibizione. Però, per dare un punto di contatto, utilizzo questa parola “Ma” come “tensione": l’attesa di ciò che verrà dopo, l’aria compressa fra due eventi sonori. Se uno ci trova qualcosa di spirituale, lo posso comprendere perché faccio musica per pregare che il mondo non peggiori. Dire “pregare che migliori” sarebbe presuntuoso».
Lei da anni si veste di nero, ma ha deciso di lasciare i capelli bianchi. È una questione estetica o filosofica?
«Mi presento così come sono: i miei capelli oggi sono bianchi. Mi vesto di nero perché mi piace, così come faccio solo musica che mi piace».