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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Fmi: metà dei Paesi del mondo ha raddoppiato il budget militare negli ultimi 5 anni

La corsa al riarmo presenta un conto salato. Specie per i Paesi con spazio fiscale limitato come l’Italia. Negli ultimi cinque anni, circa la metà dei Paesi del mondo ha aumentato i propri budget militari e le vendite di armi da parte delle principali aziende del settore sono raddoppiate in termini reali nell’arco di due decenni. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) traccia un quadro severo nel capitolo 2 del World Economic Outlook: «Mentre le tensioni geopolitiche si intensificano, queste tendenze sono destinate a continuare».
La spesa militare globale traina la crescita economica nel breve periodo, ma minaccia la stabilità finanziaria, gonfiando i debiti pubblici ed erodendo le risorse per lo stato sociale. L’istituzione di Washington analizza 164 nazioni dal 1946 a oggi per delineare la fisionomia delle espansioni militari. I numeri descrivono cicli onerosi per i bilanci degli Stati. Il Fondo precisa: «In un tipico boom, che dura più di due anni e mezzo, gli esborsi per la difesa aumentano di 2,7 punti percentuali del Pil, con circa due terzi finanziati attraverso deficit più elevati».
Un trend in accelerazione
La tendenza appare in accelerazione. «Questi numeri sono destinati ad aumentare, poiché i membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato) si sono impegnati nel giugno 2025 ad aumentare la loro spesa annuale relativa alla difesa e alla sicurezza al 5% del Pil entro il 2035, più del doppio della precedente linea guida del 2 percento», si legge nel documento.
L’impatto macroeconomico presenta luci iniziali e ombre durature. Il rapporto fa presente che «sebbene i conseguenti rafforzamenti della difesa possano stimolare l’attività economica a breve termine, sollevando consumi e investimenti, in particolare nei settori legati alla difesa, essi aumentano anche temporaneamente l’inflazione e creano sfide significative a medio termine».
In questo contesto, il deterioramento dei conti pubblici si rivela cronico. In media, i deficit fiscali peggiorano di 2,6 punti percentuali del Pil e il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio di un rafforzamento, mentre le bilance esterne si deteriorano poiché la domanda è orientata verso le attrezzature importate.
Nodo esborsi per la difesa
La spesa si concretizza con cadenza rapida: «In media, gli esborsi per la difesa reali aumentano di circa il 60 percento entro tre anni dall’inizio di un boom, un importo equivalente a quasi il 2 percento del Pil». Nel dettaglio aziendale, l’investimento delle imprese diventa meno sensibile ai flussi di cassa interni durante i boom della spesa, dinamica coerente con un effetto sulla domanda che allenta i vincoli di finanziamento.
Al contrario, «quando i boom coincidono con un debito pubblico più elevato, le condizioni di finanziamento si inaspriscono e spiazzano gli investimenti aziendali». L’efficacia della spesa militare come volano per l’economia risulta condizionata da molteplici variabili. Il documento evidenzia: «I moltiplicatori della spesa per la difesa sono vicini a 1, in media, ma variano ampiamente a seconda di come la spesa viene sostenuta, finanziata e allocata e di quanta attrezzatura viene importata».
Un aumento coperto a debito massimizza gli effetti sulla domanda, ma «rischia di surriscaldare l’economia e richiede un coordinamento stretto con la politica monetaria». La composizione degli esborsi risulta dunque cruciale.«Per 35 Paesi membri della Nato e dell’Unione europea per i quali sono disponibili i dati, la spesa corrente rappresenta circa l’80 percento di quella totale del governo per la difesa», specifica il Fmi.
L’assenza di capacità produttiva interna annulla i vantaggi per il tessuto industriale locale, poiché «i moltiplicatori della spesa per la difesa sono inferiori nei Paesi che fanno forte affidamento sulle importazioni di armi, riflettendo le dispersioni della domanda all’estero». Il prezzo del riarmo si scarica sul benessere collettivo.
“Armi contro burro”
Gli economisti di Washington avvertono che «quando i maggiori esborsi per la difesa sono finanziati principalmente attraverso la riprogrammazione della spesa, emerge il compromesso armi contro burro, e la spesa per la protezione sociale, la salute e l’istruzione si riduce in misura sostanziale». Il costo assume contorni drammatici nei periodi di scontro aperto, in quanto «i boom in tempo di guerra sono particolarmente costosi, con il debito pubblico che salta di circa 14 punti percentuali del Pil e la spesa sociale che cade in termini reali».
Le nazioni europee affrontano questa transizione con percorsi differenti e la Polonia offre un esempio lampante di modernizzazione. Tra il 2021 e il 2025, la spesa per la difesa di Varsavia è aumentata dal 2,2 percento a un 4,5 percento stimato del Pil, guidata dagli investimenti in attrezzature e soddisfatta attraverso importazioni da Corea e Stati Uniti. Varsavia ha incrementato il personale militare da 116.200 unità nel 2020 a 233.800 nel 2025, senza coscrizione, affidandosi all’espansione del reclutamento e all’aumento degli stipendi.
L’orizzonte impone scelte di bilancio rigorose, in un contesto in cui i governi affrontano già pressioni per finanziare infrastrutture, servizi pubblici, la transizione verde e i sistemi sanitari e pensionistici per soddisfare i bisogni delle società che invecchiano. Le indicazioni del Fondo monetario internazionale per i decisori pubblici non ammettono repliche. «Poiché è probabile che l’aumento della spesa per la difesa eserciti pressioni sui saldi fiscali ed esterni, le politiche dovrebbero essere dirette a preservare la sostenibilità fiscale ed esterna», si spiega nel rapporto.
I benefici di un piano coordinato
Un piano coordinato per la spesa militare, volto a promuovere appalti congiunti all’interno di blocchi regionali e a ridurre il contenuto di importazione degli esborsi, potrebbe generare maggiori effetti sulla produzione e contenere gli squilibri commerciali. «Senza misure complementari, i potenziamenti prolungati della difesa, in particolare durante i periodi di guerra, rischiano di estromettere altre priorità pubbliche, in particolare la spesa sociale, attraverso una riallocazione esplicita del bilancio o attraverso una graduale erosione in termini reali», nota lo studio.
In ultima analisi, si sottolinea, «queste considerazioni evidenziano l’importanza di inserire le decisioni sulla spesa militare all’interno di un quadro fiscale e macro economico a medio termine che preservi la sostenibilità fiscale, mitighi le vulnerabilità esterne e salvaguardi le spese sociali e quelle che favoriscono la crescita». Un compito non semplice per molti Paesi. Italia compresa.