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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Feto con malformazione, ecografista condannata

Non diagnosticò una grave malformazione di un feto e ora dovrà risarcire i «danni da impreparazione» subiti dai genitori e dalla sorella di una bimba nata senza mano, polso e avambraccio sinistro. La giudice civile Monica Zema ha condannato una dottoressa in servizio nell’ospedale di Altamura a pagare (in solido con la Asl) 147mila euro a padre, madre e sorella di una bambina che oggi ha 12 anni, a causa dello «sconvolgimento morale» che il suo operato avrebbe determinato nelle loro vite. Contestualmente, i genitori della piccola – che erano assistiti dagli avvocati Maria Gurrado e Michele Sorgente – sono stati condannati a pagare spese processuali per 100mila euro alle parti che non sono state ritenute responsabili.
La sentenza ribadisce un altro concetto molto importante e cioè che in Italia non esiste il diritto «a non nascere». Ovvero che la nascita non può mai costituire un danno, anche se gravata da disabilità, come in questo caso. «La vita stessa – scrive la magistrata – anche se affetta da malformazioni, non è un bene giuridicamente deteriore rispetto alla non vita, e quindi la sua esistenza non può fondare una pretesa risarcitoria».
La vicenda giudiziaria ha avuto inizio nel 2016, quando due genitori, di 32 e 33 anni, hanno citato in giudizio tre medici e una psicologa, che avevano avuto in cura la gestante in diverse fasi della gravidanza. Da tutti gli esami eseguiti nei nove mesi, non erano emerse anomalie fetali. Né dall’ecografia ostetrica con traslucenza del marzo 2014, dalla morfologica di maggio e dalla terza ecografia di agosto. L’esito era stato sempre uguale: la nascitura era in perfette condizioni. Tali rassicurazioni erano state smentite dai fatti al momento del parto – nel settembre 2014 – quando la donna aveva dato alla luce una bimba priva di mano, polso e parte dell’avambraccio sinistro. «Anagesia» era scritto nella cartella clinica per definire quella malformazione che nessuno era stato capace di diagnosticare.
Nel corso del giudizio sono state analizzate le posizioni dei quattro professionisti chiamati in causa. Alla psicologa del consultorio da cui la donna incinta era stata seguita, per esempio, veniva contestata l’omessa vigilanza ma il Tribunale ha evidenziato che non era compito suo verificare l’operato dei medici. Anche il ginecologo del consultorio è stato esentato da ogni colpa, perché non era il ginecologo curante e perché la sua attività si è svolta in una struttura non dotata di apparecchiature diagnostiche. Infine, rispetto alla dottoressa che ha effettuato l’ecografia ad agosto, si è ritenuto che abbia rispettato le linee guida, che prevedono un esame finalizzato a controllare la crescita del feto e non prevedono specificamente il riconoscimento delle malformazioni o lo studio degli arti. Le richieste di risarcimento danni nei loro confronti sono state tutte rigettate. Mentre è stata accolta quella a carico della dottoressa che eseguì l’ecografia a maggio, al termine della quale scrisse che la nascitura presentava «regolari i segmenti di tutti gli arti». Cosa non vera, come è emerso solo dopo.
Una consulenza tecnica d’ufficio ha definito la malformazione «tecnicamente diagnosticabile», anche perché le Linee guida dettavano – proprio in quel periodo della gravidanza – la verifica sullo stato degli arti. La condotta della professionista è definita «imperita e negligente» e a poco è servito il suo tentativo di discolparsi, spiegando che la parete addominale della donna era «fortemente ecoassorbente» ovvero spessa a causa della sua stazza fisica. «Qualora la visualizzazione fosse stata limitata – ha scritto il consulente del giudice – anziché attestare una falsità, la dottoressa avrebbe dovuto evidenziare un esito incerto e far ripetere l’esame».