repubblica.it, 8 aprile 2026
Jp Morgan contro Mamdani
Jamie Dimon contro Zohran Mamdani. Nella sua lettera annuale agli investitori, il numero uno di JpMorgan, oltre a qualche lisciatina e colpetto a Trump, ha preso di mira in un breve ma incisivo passaggio il nuovo sindaco di New York, senza mai nominarlo.
Il “divine right”. “No city – or company or country – has a divine right to success”. Nessuna città, ma neanche nessuno Paese o azienda, visto che in un’altra parte del suo scritto ripeterà la stessa frase riferendosi agli Stati Uniti, ha “un diritto divino al successo”.
A nessuno, dunque, è garantito nulla. “Le città – come gli individui, le aziende e i Paesi – devono competere. Chiunque tu sia, devi fare i conti con la realtà e con la verità”.
Una città fuori misura. E per Jamie Dimon la verità è che sebbene New York abbia molti punti di forza, in particolare per le società finanziarie (“grazie allo straordinario talento locale”), presenta anche le imposte societarie più elevate a livello comunale e statale, nonché le imposte sul reddito delle persone fisiche e le imposte statali più alte.
Le tasse per le aziende... Le Corporation con sede a New York, oltre alla tassazione federale del 21%, devono lasciare tra il 6,5 e il 7,25% allo stato di New York e l’8,85% alla città.
… e per i cittadini. Le persone fisiche, che pagano un’aliquota federale che varia progressivamente dal 10 al 37%, versano tra il 4 e il 10,9% allo stato e tra il 3 e il 3,8% al comune di New York.
Il buco nei conti. Le accuse di Dimon giungono nel pieno del dibattito sull’approvazione del bilancio da 127 miliardi di dollari della città che, secondo i calcoli di Mamdani, però, avrebbe un buco da 5 miliardi di dollari.
Tassare i ricchi. Per colmarlo, il nuovo sindaco, arrivato al potere sull’onda di un voto di protesta in una città diventata molto cara per molti abitanti, con la promessa di offrire più servizi a prezzi calmierati, ha proposto di tassare i ricchi e le aziende più floride.
La proposta. Secondo il piano di Mamdani, la tassa comunale per le aziende dovrebbe vedere il tetto massimo crescere dal 7,25% all’11,5%, mentre quella sulle persone colpirebbe solo chi ha un reddito superiore al milione di dollari con aumento dal 3,8% al 5,8%.
L’ostacolo. La strada per l’approvazione, però, non è semplice, perché Mamdani deve incassare anche il via libera dallo stato di New York, dove la governatrice democratica Kathy Hochul ha già fatto sapere di non essere della stessa idea, temendo un irrigidimento verso il suo partito da parte delle grandi corporation e della classe agiata, tutti potenziali donatori per le elezioni di Mid-Term.
“Le aziende – spiega Dimon – devono rimanere competitive in questo mondo molto difficile e in rapida evoluzione. E tasse più elevate significano, per loro natura, rendimenti inferiori sul capitale e minore competitività”.
Il voto coi piedi. Quanto alle persone, Dimon è sicuro: “votano con i piedi”. E lo dice nel senso letterale, perché negli Stati Uniti si è già osservato un esodo importante di cittadini che hanno lasciato città più care per trasferirsi dove le tasse, gli oneri normativi e i costi sono meno proibitivi.
La nuova sede. E non è detto che le valigie non le possa fare anche JpMorgan. Lo scorso ottobre, la banca ha inaugurato il suo nuovo quartier generale progettato da Norman Foster al 270 di Park Avenue, riconfermando il legame con la città.
Una manna per New York. In quell’occasione, JpMorgan ha sottolineato di essere uno dei maggiori datori di lavoro della città. Il nuovo edificio ospita 10mila dei 24mila dipendenti newyorkesi e, secondo uno studio di Vista Site Selection, una società specializzata nel consigliare alle aziende dove aprire le proprie sedi, Jp Morgan contribuirebbe ogni anno con 42 miliardi di dollari all’economia della città, sostenendo altri 40mila posti lavoro in settori locali.
La minaccia. Questo legame rischia di assottigliarsi. “Sebbene New York City sia ancora la sede globale della nostra azienda, abbiamo ridotto il nostro organico in città, da 30mila dipendenti di dieci anni fa a 24mila oggi, e aumentato il nostro organico in Texas, da 26mila nel 2015 a 32mila oggi. Questa tendenza – avverte Dimon – probabilmente continuerà”.
Un paradiso fiscale. Vale la pena ricordare che il Texas non tassa il reddito delle persone fisiche e alle imprese con ricavi superiori ai 2,5 milioni di dollari impone una aliquota dello 0,75% del reddito imponibile.
Corsi e ricorsi storici. Se New York dovesse continuare su questa strada potrebbe ripetersi ciò che è accaduto negli anni ’70, quando quasi la metà delle 125 aziende Fortune 500 con sede in città se ne andò. Alcune partenze furono dovute a fusioni, ma “la maggior parte – spiega Dimon – era dovuta al costo di fare affari a New York City: tasse, affitti degli uffici, manodopera e così via”.
Il male minore. Mamdani, tuttavia, non vede altra via per colmare il buco di bilancio se non dall’aumento delle tasse e ha bollato le altre proposte o come irrealistiche o, se basate sui tagli, come foriere di tagli ai servizi per le persone più povere.
L’ultima carta. Se non dovesse passare l’aumento delle imposte sui redditi per il veto statale, il sindaco punta ad alzare le tasse sugli immobili del 9,5%, dove ha piena giurisdizione. “Questo è qualcosa che non vogliamo fare”, ha detto Mamdani, presentando la proposta.
Il gettito della tassa sugli immobili. L’aumento entrerebbe in vigore nell’anno fiscale che inizia il primo luglio e riguarderebbe tutte le categorie immobiliari della città, interessando oltre 3 milioni di unità residenziali e più di 100mila unità commerciali. Se attuato, secondo le stime del sindaco, consentirebbe di raccogliere 3,7 miliardi di dollari.
Se poi avrà ragione Dimon o Mamdani, lo deciderà il tempo.