la Repubblica, 8 aprile 2026
Massimiliano Gallo parla della sua carriera
«Oggi raccontare la cultura e la bellezza è quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo in un Paese che sembra non avere più attenzione per queste cose». Massimiliano Gallo a 57 anni debutta alla regia con La salita (in sala giovedì 9 aprile), intreccio tra realtà e finzione: nella Napoli del 1983 Eduardo De Filippo avvia un laboratorio teatrale nel carcere minorile di Nisida, dove l’arrivo di alcune detenute adulte – dopo la chiusura di Pozzuoli – rompe gli equilibri e innesca tensioni.
Che rappresenta il film per lei?
«Un passaggio molto importante, un cambio di pelle nel momento giusto. Resto attore, ma la regia ti dà una responsabilità diversa: sei autore di tutto, dal colore delle pareti a come apparecchi una tavola. Decidi linguaggio e poetica. È stato un lavoro complesso, girato in quattro settimane con tanti personaggi, ma avevo chiaro cosa non volevo fare: non un film sulla detenzione. È un film sulla redenzione attraverso la bellezza. E raccontarlo oggi, mentre sembrano prevalere violenza e arroganza, è necessario».
Il film arriva mentre si riducono i fondi al teatro nelle carceri.
«Si sta togliendo tutto. La cultura è diventata scomoda, forse perché porta a farsi domande. È grave quello che succede al cinema e al teatro in carcere. L’esperienza di Eduardo a Nisida è stata la prima, poi replicata ovunque: dimostra che la bellezza incide davvero. Il problema è che ci si ricorda della periferia solo quando diventa cronaca nera. Ma la soluzione è la cultura: senza, la detenzione resta solo punizione».
Il film ha debuttato alle Giornate degli Autori. Ora c’è la prova del pubblico.
«A Venezia è andato molto bene, ma è una bolla. A Napoli, con pubblico pagante, si sono alzati tutti in piedi: non me l’aspettavo. Anche a Bari, al Bif&st, la reazione è stata fortissima, una signora piangeva. Ho sentito il bisogno del pubblico di condividere questa storia, quasi di ringraziarti».
Il teatro nel film è anche un omaggio a una tradizione?
«Nella realtà portarono una commedia, Annella di Porta Capuana, con Croccolo. Io ho scelto il varietà, più poetico e cinematografico. Anche lo spazio è reinventato: nel film è un teatro abbandonato, più romantico, quasi da Cinema Paradiso. Il cinema può partire dal vero e trasformarlo».
Lei ha iniziato con Carlo Croccolo.
«Sì. Mio padre organizzava spettacoli di varietà e ho girato quelle scene come le vedevo da bambino: qualcosa di magico. Anni fa ho fatto un laboratorio in periferia: ragazzi chiusi, ostili, che dopo pochi giorni cambiavano. Li portai dietro le quinte e avevano occhi da bambini al luna park. Questa cosa l’ho portata nel film».
Quel bambino con gli occhi spalancati era lei?
«Sì, ho sempre guardato questo mondo così, e succede ancora. Nelle prime versioni della sceneggiatura c’erano risse e violenza, ma le ho tolte: non mi interessa raccontarle. Nisida, per come l’ho conosciuta, è un’eccellenza: ci sono passati Eduardo, Hugo Pratt e altri artisti, si sono fatti percorsi veri. Quando abbiamo proiettato il film a Nisida i ragazzi sono rimasti colpiti da questa storia di quarant’anni fa. E anche gli accompagnatori, gli educatori, la direttrice del carcere che intepreta mia moglie (Shalana Santana ndr) si sono commossi e ritrovati».».
La regia è un punto di arrivo o l’inizio?
«È l’inizio. Pensavo a qualcosa di più semplice, poi è arrivato questo progetto. All’inizio era ambientato nel presente e non mi interessava, non volevo fare un altro Mare fuori. Negli anni Ottanta invece ho sentito che poteva essere mio. È un percorso lungo, fatto di gavetta: teatro, cabaret, farse. Una salita lenta ma costante».
Dal ragazzino al regista: come riassume il percorso?
«Sono rimasto quello. Lento ma inesorabile. Dieci anni di compagnia con mio fratello, tanta gavetta. È una salita continua: più lunga e faticosa, ma più solida. Il teatro mi ha tenuto centrato mentre altri correvano. Ho iniziato tardi, con Fortapàsc, quasi a quarant’anni, poi ho recuperato: oggi sono a 37 film e 25 serie. Senza avvelenarmi».
Le tappe decisive?
«La televisione. Il cinema mi aveva dato soddisfazioni, ma senza grande visibilità. Con le serie – I Bastardi di Pizzofalcone, Imma Tataranni, Malinconico – è cambiato tutto».
I suoi riferimenti?
«A 12 anni registravo Gigi Proietti e imparavo i suoi monologhi. Per il cinema: C’era una volta in America, Federico Fellini, Ettore Scola. Amo un cinema che apre al sogno. Non quello di denuncia: per farlo serve una poetica come Matteo Garrone».
Un mentore?
«Croccolo, Aldo e Carlo Giuffré: i grandi capocomici. Una figura che si è persa. Io vengo da quel teatro fatto per il pubblico: meno per la critica, più per chi ti guarda. I grandi, da Molière a Shakespeare a Eduardo, scrivevano per fame, per il pubblico. E così faccio anch’io».