la Repubblica, 8 aprile 2026
Milo De Angelis parla della moglie Giovanna Sicari
Assenza, più acuta presenza. Si potrebbe cominciare con Attilio Bertolucci o con Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale di Eugenio Montale. Ma visto che i protagonisti di questa storia d’amore e di versi sono due grandi poeti, è da loro che è necessario partire. Eri l’ultima / donna della vita, eri il temporale/ e la quiete, scrive Milo a Giovanna. Guardando quella foto ho detto/ siamo stati felici noi per qualcosa, scrive Giovanna a Milo.
Giovanna Sicari e Milo De Angelis si sono conosciuti nel 1983. Si sono sposati nel 1990; hanno avuto un figlio, Daniele. Sicari era nata a Taranto il 15 aprile 1954. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 72 anni. Ma è scomparsa nel 2003, quando ne aveva 49, dopo una malattia. Alla sua morte, De Angelis le ha dedicato una raccolta magnifica e straziante, Tema dell’addio, che Mondadori ha ripubblicato nel 2025. Ma è curando il nuovo Giovanna Sicari. Tutte le poesie (Interno Poesia), che le rende omaggio in modo definitivo. Ci racconta l’antologia da Milano, dove è tornato a vivere portandosi da Roma un unico mobile: la scrivania sulla quale Sicari scriveva forsennatamente.
Ha detto che un libro di poesia, per cambiare la vita di chi lo legge, deve sconvolgere la vita di chi lo ha scritto. La poesia di Giovanna Sicari le ha cambiato la vita? E ha sconvolto quella di Sicari?
«L’incontro con Giovanna è stato prima di tutto un incontro con la sua poesia, un incontro indimenticabile, nell’inverno del 1983, a casa di un comune amico, Michelangelo Coviello. Stavamo cenando quando vidi sul tavolo la rivista Le porte, diretta da Roberto Roversi. La prendo in mano, la sfoglio e trovo i versi di questa poetessa a me sconosciuta, preceduti da una nota introduttiva di Biancamaria Frabotta. Versi febbrili, luminosi, saettanti, con le immagini che entrano l’una nell’altra e una furia espressiva mai vista prima. Ricordo ancora l’attacco della prima poesia: mattino aperto è questo che si vive come in guerra. Colpo di fulmine».
E poi?
«Mi dico: “Questa creatura devo a tutti costi conoscerla”; e proprio lì, a casa di Coviello un po’ stupito, telefono a Roversi e mi faccio dare il suo indirizzo: via Prenestina 42, Roma. Il giorno dopo, preso da un’urgenza forsennata e inderogabile, vado a trovarla. Tutto comincia da quella telefonata e da quel viaggio in treno. Comincia e non finisce. Quei momenti sono qui, vivissimi, li sto vivendo ancora adesso. E infatti mi accorgo di parlarne al presente».
“Una visione che ci comanda”, scriveva Giovanna. Dalle sue poesie sembra che scrivere versi per lei fosse una necessità.
«Era una necessità a cui non poteva sottrarsi, una via obbligata, la sola via possibile per entrare nel mondo. Anche nel gesto della scrittura Giovanna era unica: seduta alla scrivania, sembrava posseduta da una forza occulta, incideva le sue parole sul foglio come se le venissero dettate».
Chi furono i suoi riferimenti?
«Dostoevskij, Conrad ed Elsa Morante, di cui conosceva quasi a memoria dialoghi e scene. Rimbaud, Dylan Thomas, Sylvia Plath, Ingeborg Bachmann, Vicente Aleixandre e tra gli italiani Pasolini e Amelia Rosselli, di cui era amica. Più tardi nascerà il grande amore per un altro italiano, Franco Loi».
“Vorrei baciarti il sangue”, scrive: c’è molto corpo nei suoi versi. Ma anche una dimensione trascendente, mistica.
«Corpo e cosmo, fisica e metafisica, eros terreno e slancio celeste, corpo come battaglia e corpo come conoscenza. Giovanna era un ossimoro vivente e nell’impatto traumatico di questi opposti muoveva il suo passo controverso, costellato di apparenti antinomie e segrete concordanze».
Taranto, Milano, Roma: quanto hanno influenzato i suoi versi le città in cui ha vissuto?
«Taranto all’inizio non appare in modo diretto. Ritorna nell’ultima parte della sua opera e della sua vita, dopo anni di silenzio e di oblio; ritorna nei mesi conclusivi, dove emergono con vena elegiaca i luoghi pugliesi dell’infanzia. Invece Milano era presente già prima di conoscermi ma diventerà davvero importante dopo l’incontro con Franco Loi: non tanto la Milano illuminista ma quella inquieta degli Scapigliati, di Testori, di Buzzati, di Sereni e dello stesso Loi, il suo volto celato, l’altra faccia della medaglia. Ma naturalmente è Roma che si situa al centro della sua scrittura e suggerisce il titolo di uno tra i suoi libri più ispirati, Roma della vigilia, dove la città diventa il centro di tutte le attese possibili: una rivelazione imminente, una promessa fatta all’alba della vita e un drammatico compimento avvenuto alla fine, proprio lì, nell’amatissimo quartiere di Monteverde Vecchio, luogo dell’incontro giovanile con Roma e insieme luogo dell’incontro finale con la morte».
L’esperienza di insegnamento a Rebibbia fu una pagina importante.
«Una missione a cui ha dedicato una parte della sua esistenza e un libro intero, La legge e l’estasi. Andavo a prenderla tutti i giorni percorrendo a piedi la lunga e animata via Tiburtina e lei mi raccontava dei suoi alunni preferiti, delle prostitute di passaggio con il loro colorito dialetto romanesco, della figura perturbante e fascinosa di Sergio Gregorat, dei detenuti legati al terrorismo, tra cui Teresa Scinica, brigatista degli anni Settanta con cui strinse un legame duraturo di amicizia».
Siete stati lettori l’uno dell’altra?
«Lettori instancabili l’uno dell’altra e sommamente severi, come è giusto che sia tra due opere e due poeti che si sono sempre rifiutati di pronunciare frasi di circostanza o di addolcire la pillola».
Cosa ha significato per Sicari dividere la vita con un altro poeta molto letto e molto amato?
«Ha significato costruire un’alleanza inviolabile, protetta dalle forze armate della poesia. Anche nei momenti più difficili, nei momenti di distanza o di contrasto, sapevamo che ci avrebbe difeso e riavvicinato l’amore reciproco per i nostri versi».
Dice Mariangela Gualtieri: “la donna è più natura, il suo sentire è forse più vicino al movimento delle stagioni, alla luna, al ruotare dei corpi celesti”. C’entra l’essere donna con la poesia di Giovanna?
«C’entra sicuramente. Non nel senso politico del femminismo – da cui Giovanna si è allontanata sempre di più con il passare degli anni – ma proprio in quello dell’archetipo e dell’essenza perenne a cui accenna giustamente Mariangela Gualtieri, che d’altronde è sempre stata vicina alla poesia e alla vita di Giovanna».
Che madre poeta è stata?
«Giovanna è stata presente nella vita di nostro figlio Daniele con gli alti e bassi propri di un poeta: momenti di sublime vicinanza e momenti di collera temporalesca – tutti ricordano le sfuriate incontenibili di Giovanna – che le impedivano di essere una madre regolare e quotidiana. Ma so che Daniele l’ha amata anche così, nei moti imprevedibili della sua ispirazione».
Anche la malattia si fa poesia nei suoi versi.
«La malattia per Giovanna è stata una belva feroce ma anche un nido di saggezza, un’esperienza lancinante ma anche una sorgente di poesia, basti pensare a quel capolavoro intitolato Canto della riparazione nel libro conclusivo, Epoca immobile, uscito pochi giorni prima della fine e tenuto come un sacramento sul comodino della stanza d’ospedale, fino all’ultimo respiro».
Le ha dedicato “Tema dell’addio”. L’amore “s’infinita”?
«L’infinità dell’amore rinasce ogni volta che rileggo Tema dell’addio, ma rinasce insieme alla sua tragica finitezza, allo squarcio finale che l’ha interrotta troppo presto. Perché la morte di una creatura amata provoca uno strappo nel cuore della percezione, cambia il nostro modo di osservare le cose, lo precipita in una orfanità senza scampo: strade, portoni, concerti, alberi, vetrine, sorrisi tante volte visti e commentati insieme ora appaiono amputati di una presenza, ci lasciano soli di fronte a loro, in un filo diretto. Tema dell’addio è il libro di questo sguardo rimasto solo».
Cosa ha significato per lei curare l’opera completa di Giovanna?
«Ricostruirla, riviverla nei suoi attimi cruciali, nelle sue svolte di libro in libro, nei suoi periodi di silenzio e infine nel ritrovamento dei versi inediti, tutto questo è stato un acceso impegno emotivo ma anche un dovere storico e morale: restituire ai suoi lettori l’intera esistenza poetica di Giovanna Sicari, nome e cognome».
Perché leggerla oggi?
«Giovanna è indubbiamente viva nella scrittura dei giovani poeti. Penso ad alcuni di loro nati negli anni Novanta, a Eleonora Rimolo, Alessandro Santese, Lorenzo Pataro e a tutti quelli che hanno sentito il fascino della sua ripida parola verticale, l’impronta di un’esistenza dedicata solo alla poesia, di una salvezza che poteva giungere solo dalla poesia».
Milo a Giovanna: A te, amore, una semplice/ poesia, quel sorriso umano/ e trascorso che vedevi in ogni/ sillaba, a te una sola/ dedica, cenere che si fa/ respiro, atto unico.