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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Quando Mirò piantò la sposa sull’altare: ritratto dell’artista (scapestrato) da giovane

Chi è stato il giovane Joan Miró? Chi era l’uomo dietro l’incredibile artista nato a Barcellona il 20 aprile 1893, autore di opere indimenticabili come la serie di 23 tempere Costellazioni? L’ossessione per le donne, l’allergia ai legami stabili. E ancora il rapporto con la madre, la fuga dalle responsabilità. Per chi è appassionato di biografie dei grandi, un volume appena uscito in Francia (Miró-Loeb. Correspondances 1926-1936., Norma) potrebbe rispondere a molte curiosità, le più intime, su Joan Miró. Il volume raccoglie per la prima volta le lettere tra l’artista e il suo mercante d’arte francese, Pierre Loeb (1895-1950). Il nipote del pittore, Joan Punyet Miró, ha acconsentito alla pubblicazione, nonostante la riservatezza di certe missive. «Sono consapevole – ha detto al quotidiano El Pais – che la pubblicazione di queste lettere rivela parte della vita privata di ciascuno dei corrispondenti. È importante sottolinearne la spontaneità, poiché scrivevano senza timore del giudizio dei posteri».
Joan Miró, che aveva conosciuto bene Picasso, ne aveva sposato il motto: «L’arte è pericolosa. Se è casta, non è arte». E a Loeb scriverà: «Non si deve dipingere con un preservativo inglese. Se uno si contagia di sifilide e muore, beh, che ci vuoi fare. Con il preservativo, ciò che ci consiglia la bella prudenza, non si fanno figli, mio caro amico, e l’umanità sarebbe presto liquidata, e coloro che hanno la pretesa di lasciare opere per i posteri, che si fottano!».
La tensione erotica ha attraversato tutta la sua lunga vita – è morto a 90 anni – come testimoniano queste lettere che ne svelano i segreti, le paure dei legami, la sua instabilità in materia di sentimenti.
Nel libro si racconta la sua tormentata relazione con la pittrice polacca Dorota Kucembianka, detta Dora Bianka, che il pittore rappresenterà nei dipinti, per esempio in Portrait de Mme. K. del 1924. Dora, che era sposata con l’australiano Charles J. Kelynack, si infurierà con il pittore: dalle missive viene fuori che nel 1926, mentre sta divorziando, gli chiederà soldi e casa. Cosa le aveva promesso Joan? Ma mentre Dora rivendicava un ruolo, Miró, racconta El Pais, dovette correre a prendersi cura della madre dopo l’improvvisa morte del padre: «Faccia tutto il possibile per tirarmi fuori da questa commedia di episodi comici, tragici e fastidiosi – scrive a Loeb come riporta il quotidiano citando il nuovo libro – In Spagna tutti dicono che sono sposato e che presentavo Mme B. come mia moglie. Bisogna smentirlo a tutti i costi. Se a Parigi le parlano di questo, dica che non ho più nulla a che fare con lei». La storia d’amore era finita, ma nessuna traccia ne è rimasta perché le lettere sono state distrutte.
Poco dopo, nel 1927, Miró incontrò Pilar Tey. Dalle lettere emerge che in quel periodo, probabilmente frequentando le prostitute, aveva contratto una grave malattia venerea che lo aveva reso «pazzo e nevrastenico». «Senza dubbio», scrive a Loeb il 6 luglio 1927, «sarà sorpreso dal mio silenzio. Tutti credono che io abbia una grave debolezza generale che deve essere curata».
Deve confessare tutto alla madre e alla compagna: «Ho dovuto confessare tutto a mia madre e alla mia fidanzata, e lei sa cosa questo significhi in una famiglia borghese. Insomma, tutto si è sistemato; naturalmente non mi sposerò fino al mio ritorno da Parigi».
Ma non c’è pace per il cuore ribelle dell’artista. A sole due settimane dal matrimonio, Joan molla Pilar Tey e fugge a Madrid lontano da lei e dalla madre. «Anche se, per fortuna, non mi sono sposato, continuo a essere determinato a crearmi una vita indipendente come se lo fossi, anche rispetto a mia madre», scrive a Loeb. «Il fatto di non essermi sposato mi allontana da quell’equilibrio borghese, ma, per fortuna, sono riuscito a evitare che la mia vita fosse avvelenata, il che è estremamente più importante per me».

Loeb, si legge ancora su El Pais, lo avrà probabilmente redarguito. Ed ecco la sua risposta contenuta nel volume: «Ho agito con estrema prudenza; avrei dovuto rompere già un anno fa, ma volevo a tutti i costi evitare questa catastrofe, finché un evento molto grave, ma molto prevedibile, mi ha costretto a farlo! Avevo un’idea molto chiara, già da tempo, che la mia felicità e quella degli altri fosse fortemente minacciata. Ho sbagliato ad aspettare fino agli ultimi giorni, pochi giorni prima del mio matrimonio. Avrei dovuto ascoltare i saggi consigli che la mia famiglia mi dava da tempo, soprattutto mia madre, che è molto perspicace».
L’artista irrequieto diceva però di essere stanco di «vivere in buche umide dove le mie ossa si bagnano a poco a poco (...). Sono stufo di vivere da artista. Che mi lascino in pace. Avrei bisogno di un piccolo appartamento con una stanza, soprattutto, dove poter lavorare a mio piacimento. Il massimo comfort possibile, niente bohémien, ne ho avuto abbastanza!».
La passione per le donne comunque era un tormento: «Devo pensare a organizzare la mia vita da scapolo, che non desidero vedere mai interrotta da nuove avventure sentimentali. Che mi lascino in pace e mi permettano di lavorare».
Nel 1929, l’incontro definitivo con Pilar Juncosa e infine il matrimonio. «Tutti gli ideali umani mi sembrano una grottesca farsa. È ridicolo voler vivere da artista: bisogna accettare di vivere da uomo, umilmente. (...) Acquisire profondità umana affrontando la vita, accettandola umilmente». La coppia si trasferì a Parigi e dalla loro unione nacque la figlia María Dolores. Poi la sua carriera prese il volo: fu un’icona del surrealismo. Di lui André Breton, fondatore della corrente, dirà: «il più surrealista di noi tutti». Poi arriveranno i riconoscimenti, la scoperta della ceramica, il bronzo. Non smise mai di sperimentare, anche nel privato. Nel volume di lettere, c’è il ritratto dell’artista da giovane.