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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Il compromesso della Ue sul Prosecco australiano

Un periodo transitorio di dieci anni per arrivare al divieto di export del prosecco made in Australia, che non potrà più utilizzare questa denominazione. Il compromesso raggiunto nell’accordo di libero scambio con l’Unione europea non ha soddisfatto tutti i produttori. Anzi, c’è chi, come Giacomo Ponti, presidente di Federvini, parla di «occasione persa» per affermare l’unicità delle nostre Igp. «Le copie basano la loro competitività sul prezzo: quando sullo stesso scaffale sono accanto ai nostri prodotti creano confusione nel consumatore», rileva Ponti. Eppure persino Coldiretti, che da anni periodicamente pubblica dati su quanto il made in Italy perde a causa dell’italian sounding, ha accolto l’intesa Ue-Australia come «una spinta importante per l’export agroalimentare tricolore», pur ribadendo che «occorre rafforzare la tutela delle nostre eccellenze».
In realtà il riconoscimento delle “indicazioni geografiche tipiche”, formalizzato a livello europeo solo nel 1990, ma che affonda le sue radici in tradizioni produttive secolari, è un effetto “collaterale” positivo per la Ue dei trattati di libero scambio firmati affannosamente uno dietro l’altro negli ultimi mesi dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per trovare vie alternative all’export dopo la guerra dei dazi scatenata dal presidente Usa Donald Trump.
Il sistema europeo di Doc e Igp, che si calcola valga 75 miliardi di euro in ricavi annuali, ha “copie” in tutti i Paesi d’oltremare dove esistono forti comunità di origine europea. Gli immigrati italiani hanno ricreato ovunque si sono trasferiti il Parmesan, il prosciutto di Parma, la grappa e il prosecco, quelli greci la feta e l’ouzo, i francesi lo champagne, gli spagnoli il vinagre De Jerez. Da decenni l’Europa si batte per il riconoscimento degli originali, senza successo.
I trattati di libero scambio, a partire dal Ceta siglato con il Canada nel 2017, ma soprattutto poi con il Mercosur, che entrerà in vigore in via provvisoria il 1° maggio, e quello con l’Australia, chiuso il 24 marzo scorso e ancora da ratificare, hanno sempre incluso un capitolo dedicato alle Igp europee, in cui l’Italia gioca un ruolo di peso. Nell’accordo con i Paesi del Mercosur, per esempio, sono italiani 57 marchi protetti su un totale di 344.
L’accordo con l’Australia include il riconoscimento di 165 Igp e 231 bevande alcoliche europee. Ma il riconoscimento, a differenza che per il Mercosur, è un po’ un percorso a ostacoli: per il prosecco per esempio ci vorranno dieci anni per bloccare l’export dei “gemelli” australiani, e per il parmigiano reggiano, spiega il direttore del Consorzio, Riccardo Deserti, «c’è solo il divieto di utilizzare bandierine che fanno pensare all’Italia, deve essere scritto con chiarezza prodotto in Australia». Troppo poco? «L’approccio degli accordi bilaterali è molto positivo rispetto alla vecchia strategia degli accordi multilaterali – osserva Deserti – Partiamo da un contesto in cui non c’era alcun tipo di riconoscimento: adesso solo gli Stati Uniti rimangono l’unico Paese privo di qualunque tipo di tutela giuridica».
«È un falso problema: i numeri della produzione in Australia sono molto bassi e non costituiscono una minaccia reale per il nostro export – osserva Giorgio Polegato, presidente della Consulta vitivinicola di Coldiretti Veneto – Abbiamo ottenuto il massimo possibile».