corriere.it, 8 aprile 2026
’Ndrangheta, arrestato Mauro Ferdico: ex capo ultrà dell’Inter
I tentacoli della ‘ndrangheta diramati in mezza Italia. Da Vibo Valentia a Milano, in un percorso criminale con fermate anche a Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Benevento, Rovigo e Viterbo. Droga, armi, estorsioni, trasferimento fraudolento di valori, violenze di ogni genere e addirittura uccisioni di animali. La consorteria denominata “Locale dell’Airola”, egemone nel comprensorio delle Serre Vibonesi tra la Sila e l’Aspromonte, risaliva lo Stivale per fare affari criminali – soprattutto attraverso il mercato delle sostanze stupefacenti – e ripulire il denaro che incassava. Un sistema smantellato da una maxi operazione coordinata dalla Procura di Catanzaro, che ha visto impegnati dall’alba di oggi, 8 aprile, 350 uomini della polizia. Sono 46 le persone arrestate, di cui 4 ai domiciliari, con 8 obblighi di dimora e presentazione alla polizia giudiziaria.
Tifo e criminalità
Ma c’è un nome, nell’elenco di quelli finiti in manette, che riporta direttamente all’indagine che ha travolto il mondo ultrà di Inter e Milan. È quello di Marco Ferdico, 40enne, uno degli ex capi del tifo nerazzurro, finito al centro dell’inchiesta “Doppia Curva”, e poi in carcere, sia per gli affari di cocaina nel capoluogo lombardo che per la gestione dei proventi del tifo. Ferdico, a Milano, è stato chiamato in causa anche per l’organizzazione dell’omicidio di un altro capo ultrà dell’Inter. E sono state le sue ricostruzioni a svelare aspetti importanti di un mondo parallelo, quello che miscela tifo calcistico e criminalità.
I carichi di droga
Da Vibo Valentia, coordinati dagli uomini della ‘ndrina, partivano ingenti quantitativi di droga alla volta del Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia. Ed è qui che il coinvolgimento di Fedrico diventa diretto. L’ex capo ultrà faceva parte di una filiera, oramai collaudata, per l’approvvigionamento di ingenti quantitativi di sostanze stupefacente, con l’obiettivo di accreditarsi sul mercato nazionale della droga. Nel corso delle indagini sono stati anche sequestrati oltre 410 kg di marijuana, 1,5 kg di cocaina, 343 grammi di hashish e 29 grammi di eroina, oltre a 4 pistole semiautomatiche, 3 revolver, 1 fucile doppietta calibro 16,1 fucile semiautomatico calibro 12 ed una pistola mitragliatrice con matricola punzonata.
A capo del clan
Nell’inchiesta di Catanzaro ci sono soprattutto nomi di punta della ‘ndrina calabrese. Molti dei quali accusati di associazione mafiosa e narcotraffico. Tra questi Gerardo Accorinti, Ferdinando Bartone e Michele Carnovale. Ma anche uomini del clan, fiancheggiatori o manovalanza che sono finiti ai domiciliari. I membri dell’associazione criminale erano dotati di smartphone di ultima generazione, muniti di elevati standard di cifratura, per contrattare la compravendita di droga. Un carico addirittura di 566 kg tra marijuana e di cocaina.
Due ’ndrine ma un solo vertice
Le ‘ndrine coinvolte nell’inchiesta facevano riferimento alle famiglie degli Emanuele e degli Idà. Cosche che operavano in piena sinergia, capeggiate boss ergastolano Bruno Emanuele e dal cognato Franco Idà. Il gruppo criminale esercitava un controllo asfissiante sul territorio, adusi a creare un clima di assoggettamento anche attraverso pestaggi e spedizioni punitive nei confronti di cittadini spesso vittime di estorsione. Si ritenevano talmente impunibili che, in un episodio verificato dagli investigatori, uno degli indagati esplose diversi colpi d’arma da fuoco in pieno giorno e nel centro abitato contro alcuni cani randagi che passavano davanti alla sua abitazione e gli causavano fastidio.
Rapporti anche con Cosa nostra
«L’importanza di questa indagine – ha evidenziato il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio – è la pericolosità sociale di un’organizzazione molto radicata e la sua ortodossia `ndranghetista. Qui ancora c’è l’uso di armi e fatti di sangue e questo suscita preoccupazione. La cosca particolarmente attiva nel narcotraffico, che rappresentava il suo momento di autofinanziamento, quello dal quale ricavava profitti». Il business si sviluppava verso il Nord, in particolare la Lombardia. E quindi il ruolo di Ferdico. Inoltre, «sono stati documentati anche rapporti con esponenti di Cosa nostra nel caso dell’assistenza a un latitante siciliano».