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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Giuseppe Pastore parla della sua memoria

Giuseppe Pastore, 40 anni, nato in provincia di Bari dove è cresciuto, ha vissuto tra Ferrara e Roma. Oggi lavora a Milano. Giornalista professionista, ha collaborato con Sky, Gazzetta dello Sport e Milan Tv. Grande tifoso di Bari e Milan, da cinque anni lavora con Cronache di Spogliatoio, realtà sportiva in grande crescita nel panorama social. Giuseppe Pastore è un giornalista sportivo dalla memoria d’acciaio, tra bagaglio calcistico, passione, logica e identità.
Lui non segue un metodo codificato: la sua memoria funziona in modo immediato, quasi istintivo. Ciò che vede o ascolta resta impresso senza schemi apparenti, come se venisse archiviato automaticamente. A distanza di anni, però, entra in gioco una seconda fase, più analitica. Quando deve recuperare un ricordo, Pastore attiva una sorta di “indagine mentale”: parte da un dettaglio – una partita, un episodio, un risultato – e ricostruisce il contesto che lo circonda. Da lì, collega a catena altri eventi, fino a ricomporre l’intera giornata calcistica. Non è memoria fotografica pura, ma un sistema che unisce intuizione e logica. Un processo che lui stesso definisce da «detective della memoria»,
Pastore, la chiamano «enciclopedia umana»: da dove nasce questa memoria?
«Non c’è un segreto. Si ricordano meglio le cose che appassionano, e per me è il calcio. Non ho una memoria eccezionale su tutto: non ricordo numeri di telefono o strade. Non mi alleno e non ripasso risultati, mi restano impressi perché mi interessano. E poi c’è una componente logica: collego partite, stagioni, episodi. È quasi un lavoro da detective della memoria».

A scuola era la stessa cosa?
«Sì. Andavo meglio in storia, che mi appassionava. Anche per una certa pigrizia ho sempre concentrato gli sforzi su ciò che mi interessava davvero».
Quale gioco la appassiona di più?
«Ricordare punteggi di giornate random: bisogna ricostruire e collegare risultati. C’è molta logica».
Le stagioni che ricorda meglio?
«Quelle dell’infanzia e dell’adolescenza, tra anni ’90 e primi 2000 sono più nitide. Le più recenti tendono a confondersi, anche perché spesso si assomigliano».
Come è emersa questa dote?
«Per caso. Durante “Fontana di Trevi” abbiamo inserito questo gioco per chiudere una puntata ed è diventato virale. Senza strategie: le cose spontanee funzionano meglio».
Teme che questa dote rischia di oscurare il resto del suo lavoro?
«No. Sui social si legge di tutto, ma non è la realtà. Io faccio il mio lavoro tra analisi, scrittura e racconto. Se qualcuno si ferma a quell’aspetto, non è un problema mio».
Ha una squadra del cuore?
«Sì, Bari e Milan, e non vedo perché nasconderlo: tutti tifano una squadra. L’importante è essere onesti nel lavoro».
Che ne pensa della situazione attuale del Bari?
«La città e la tifoseria meritano molto di più, non sono soddisfatto del lavoro dell’attuale proprietà. C’è un prima e un dopo la finale col Cagliari del 2023: da lì si è rotto qualcosa, si è creato un clima di distacco che si avverte ancora oggi. Per questo sono pessimista: temo che il Bari retroceda, anche se spero di sbagliarmi».
Torna spesso a Bari?
«Ultimamente meno rispetto al passato. La famiglia si è spostata al Nord, ma torno quando posso».
Pastore, in modo particolare cosa si è portato dietro della pugliesità nel suo lavoro?
«Più che della pugliesità, della baresità mi porto dietro soprattutto la concretezza: un modo diretto di pensare e lavorare, senza giri di parole. Una mentalità pratica che storicamente avvicina Bari a Milano. In questo mi riconosco: sono un barese che si trova perfettamente a suo agio a Milano. È un approccio che mi ha aiutato nel lavoro e nelle scelte».
Ci sono esperienze che vorrebbe ancora fare nel giornalismo?
«Ho già vissuto le Olimpiadi, che sono state l’esperienza più bella che un giornalista possa fare. Non ambisco a ruoli dirigenziali: mi piace quello che faccio».
Pastore, per concludere: ecco Cronache di Spogliatoio, una nuova realtà di cui lei va fiero.
«È un ambiente giovane e stimolante. Mi ha colpito subito la velocità e la mentalità. Lavorare con persone più giovani ti obbliga a crescere. Credo molto nella visione delle nuove generazioni: Cronache riesce a intercettare il pubblico e innovare il racconto sportivo. È il miglior ambiente in cui abbia lavorato».