corriere.it, 8 aprile 2026
Israele e i dilemmi di Netanyahu tra Libano e Iran
Nella notte è stato l’unico a non annunciare il cessate il fuoco con un messaggio personale. In parte perché non l’aveva deciso lui (semmai subito), in parte per non associare un’altra volta il suo nome alla parola tregua.
Gli israeliani hanno fatto avanti e indietro dai rifugi sotterranei per cinque settimane, le scuole rimaste chiuse, l’aeroporto Ben Gurion bloccato, le festività ebraiche rovinate. Eppure la situazione che emerge dall’intesa per la pausa nei combattimenti riporta l’orologio al 28 febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele avevano iniziato l’operazione contro l’Iran: l’uranio arricchito resta nascosto da qualche parte, il cambio di regime non c’è stato, le stime sulla distruzione dei missili sono contrastanti.
È improbabile che Bibi, com’è soprannominato, si presenti in televisione per spiegare com’è andata. Negli oltre due anni passati dai massacri del 7 ottobre 2023 perpetrati da Hamas non si è mai preso la responsabilità per le strategie politiche e militari dietro la mattanza. Lo hanno fatto tutti gli altri, i vertici della sicurezza se ne sono andati scusandosi uno dopo l’altro.
«Israele non era nemmeno vicino al tavolo quando sono state prese le decisioni che riguardano la sua sicurezza nazionale. Ci vorranno anni per riparare i danni politici che Netanyahu ha causato per arroganza, negligenza e mancanza di pianificazione strategica», attacca Yair Lapid, a capo dell’opposizione.
Di sicuro il premier israeliano era seduto al tavolo nella Situation Room alla Casa Bianca, di fronte a lui Donald Trump, quando l’11 febbraio – ricostruisce il New York Times – per un’ora ha illustrato le ragioni per andare in guerra. «Nessuno mi ha forzato la mano, piuttosto l’ho forzata io a lui», ha già replicato Trump alle teorie che fosse stato Bibi a decidere.
I due leader si sono sentiti al telefono poco prima dell’annuncio della tregua, Netanyahu ha subito precisato che non si applica al Libano dove infatti l’esercito sta continuando le manovre. Ormai il primo ministro ha adottato una dottrina della guerra permanente in cui i fronti restano aperti: a Gaza le truppe sono ancora dispiegate in oltre metà della Striscia, in Libano sono posizionate in profondità per allontanare dal confine i miliziani di Hezbollah, armati dall’Iran.
Netanyahu immaginava l’attacco all’Iran dal 2009, da quando è tornato al potere e ci è rimasto. Ha sempre considerato il programma atomico degli ayatollah una minaccia esistenziale per Israele, fermarlo la sua missione della vita. Per due volte ha dato l’ordine ai bombardieri di decollare – i 12 giorni di conflitto lo scorso giugno, queste cinque settimane – e ancora la questione non sembra risolta. Ha sempre rifiutato la via diplomatica convinto che il regime sia solo capace di barare e mentire, adesso deve accettare il negoziato condotto dall’amico Donald.