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 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

Intervista a Carlo Cottarelli

È il 28 maggio del 2018. Tanti italiani se lo ricordano così: zainetto in spalla, nero, che a piedi si avvia alle 11 e mezza del mattino verso l’ingresso del Quirinale. Dentro c’è Sergio Mattarella, il Presidente, che lo attende. Lo ha convocato per conferirgli l’incarico di formare un governo tecnico provvisorio. Lo schieramento di partiti uscito dalle elezioni politiche del marzo del 2018 sembra non riuscire a trovare un accordo. La scossa è tale, il nome così forte che nel giro di 3 giorni Lega e 5 Stelle si impegnano a lanciare il primo governo Conte giallo-verde. E Cottarelli, classe 1954, tornerà a essere quello che era stato per gran parte del Paese: un signore che sicuramente sa far di conto, ha preso anche una laurea in Scienze economiche e bancarie all’Università di Siena con passaggio successivo alla London School of economics. Ma che, con alle spalle 28 anni di lavoro al Fondo monetario internazionale con elevati incarichi di responsabilità, a volte non capisce perché l’Italia sia così poco realista.
Quando scopre da commissario alla spending review (lo ha fatto a cavallo del 2013 e 2014 con i governi Letta e Renzi) che esiste un regolamento che impedisce ai militari dell’Esercito e della Marina di andare in giro con l’ombrello e che quindi devono usare l’auto blu, lui come milioni di cittadini inizia a pensare che davvero il nostro è un Paese singolare. Nel quale o sorridi con quella faccia da americano, copyright Severgnini, come fa Cottarelli e ti batti perché qualcosa cambi; o ti viene voglia, come capitato a tanti giovani in questi anni, di fare quello che nel 1988 l’economista che aveva lavorato per 8 anni alla Banca d’Italia e all’Eni fece: partecipare a un concorso all’Fmi. Che significò capire immediatamente che delle referenze se ne sbattevano a Washington. E che furono invece quei colloqui durissimi a permettergli di entrare nel palazzone bianco al 700 della 19ma strada nel cuore della capitale americana dove ha sede il Fondo monetario.
Oggi fa il «predicatore». O almeno così si definisce lui. Una decina di libri alle spalle, è quest’ultimo in uscita per Solferino, L’Economia Facile, che forse però racconta più di Cottarelli. Ci sono quella settantina di domande che ognuno di noi si fa quando si trova a dover affrontare fatti economici. Dal perché i prezzi sono raddoppiati quando è arrivato l’euro, al perché gli economisti non riescono a prevedere le crisi, al perché se il petrolio sale la benzina sale, ma se il petrolio scende la benzina no o perlomeno non con la stessa velocità... C’è il Cottarelli che vuole essere divulgatore, vuole far capire l’economia.
Sì ma perché si definisce predicatore?
«Perché adesso sto salendo a Costa Volpino, a proposito lo sa dov’è Costa Volpino?».
No.
«Glielo dico io, è un paese sulle montagne della bergamasca, in Val Camonica, dove andrò a rispondere a qualcuna di quelle domande che sono nel libro. Con la differenza che adesso siccome quando finisco mi fermano sempre con altre domande, potrò dire che c’è il libro».
Ma da quando predica?
«Sono quasi otto anni e mezzo. Più di un migliaio di incontri. Solo lo scorso anno sono stato in 46 scuole, quest’anno già previste 30. E poi parrocchie, teatri e teatrini, circoli culturali, Acli, università e comitati di quartiere...».
E sempre a rispondere a domande.
«Sì ma anche a divulgare, a predicare».
Ma che cosa predica?
«Essenzialmente che non ci si può lamentare più di tanto se non si sa bene di che cosa o sperando che qualcun altro risolva i problemi, e sostanzialmente si pensa che debba essere lo Stato come ente astratto. Anche perché lo Stato alla fine siamo tutti noi».
Lei ha vissuto 28 anni a Washington, ma c’è così differenza?
«Una di fatto. Qui da noi, appunto, lo Stato deve risolvere tutti i problemi. In America no. Qui i talk show sono pieni di politici in America no. Lo Stato, la politica da noi è onnipresente. Mentre negli Stati Uniti resta valida la frase di John Kennedy nel discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961: “Non chiederti cosa può fare il Paese, chiediti cosa puoi fare tu per il Paese”».
Cottarelli come Kennedy?
«Macché. Io sono un economista. Certo, qualcuno si ricorda di me per i 4 giorni da presidente del Consiglio incaricato, qualcun altro perché vado in tv o scrivo per il Corriere, altri perché sono interista».
Già, che fine ha fatto la società che si era inventata per fare entrare i tifosi nel capitale dell’Inter?
«Ci siamo ancora. Ci sono stati 80 mila tifosi che si sono impegnati nell’impresa. E continuo a trovare interisti, uno stamattina su un Frecciarossa, che restano interessati. Ma per ora la proprietà dell’Inter ha altri programmi...».
Ottantamila tifosi non sono pochi. Questo filo che la lega alla pancia delle persone e del Paese forse le viene dal fatto che da giovane aveva una sua band, i White noise, e suonava la chitarra?
«I White noise c’erano quando lavoravo al servizio studi della Banca d’Italia... niente di professionale, ci divertivamo a suonare per gli amici. Ma sono sempre stato un po’ scarso come musicista. Mio fratello Mario è quello musicale della famiglia, iscritto anche alla Siae».

Ma suona ormai solo in famiglia? Tra l’altro fare il predicatore con mezza famiglia al di là dell’Atlantico non è facile.
«Io ormai vivo in Italia. Un paio di mesi li passo in America. Mia moglie (Miria Pigato, economista, anche lei alla Banca Mondiale, ndr) sta un po’ di qui e un po’ di là. Mia figlia vive a Londra, mio figlio a Oakland ed ora c’è anche un nipotino, Alessio. Sono diventato nonno, anche se preferisco dire “papà al quadrato”».
Cremona è tornata a essere allora la sua città, nonostante il lavoro come direttore dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica?
«Ho ancora casa a Cremona. Ci vado una volta al mese, anche perché quando posso vado a vedere allo Zini la Cremonese, il mio primo amore calcistico. Sono diventato interista a 9 anni, prima c’era solo la Cremo».
E la politica? Basta, finito? È stato sufficiente poco più di un anno da Senatore nelle fila del centrosinistra liberale?
«Per ora sì. Non si può mai dire, ma non ho programmi di rientro. Ma se per fare politica si intende divulgare idee, allora non ho mai smesso, sperando che qualcuno mi ascolti».
Anche perché questo è un Paese, come emerge dalle risposte alle domande nel suo libro, che non ama essere realista. A volte racconta a sé stesso cose che hanno poca connessione con la realtà. Come quell’imprenditore che in un altro suo libro le disse che senza evasione fiscale la sua azienda avrebbe chiuso. Oggi può dirci chi era?
«A dire il vero me lo ha detto più di uno. Ma un’economia dove certe imprese sopravvivono solo perché non pagano le tasse non è un’economia sana. Detto questo, la pressione fiscale è quasi ai massimi storici e dovrebbe essere abbassata. Ma per ridurla occorre tagliare le spese».
Tutti quando sono al governo vogliono tagliare la spesa pubblica. Perché non si riesca a farlo è uno dei tanti misteri italiani.
«Non è una questione tecnica, ma politica. Occorre avere ricevuto un mandato popolare per farlo. Agli italiani bisogna dire onestamente che le tasse si possono tagliare solo riducendo la spesa pubblica. Non si tratta di far sparire lo stato sociale, ma di evitare eccessi. Vedremo alle prossime elezioni se qualcuno chiederà un tale mandato o se, come sempre, si prometterà di tagliare le tasse senza dire come finanziare il taglio».
Chi come lei è stato presidente incaricato può dirci però come andrà a finire per il nostro Paese? Ottimista o pessimista?
«Né l’uno né l’altro. La vera questione non è essere ottimista o pessimista, ma se vogliamo o non vogliamo provare a fare qualcosa. L’unica cosa certa è che se non facciamo qualcosa, il declino economico è inevitabile e i nostri giovani (magari quelli più bravi) continueranno a lasciare l’Italia come hanno fatto nell’ultimo decennio».
Ma poi il regolamento per i componenti di Esercito e Marina che non potevano portare l’ombrello è cambiato o no?
«Mi sembra che sia cambiato. Vede che qualche riforma si può fare anche in Italia?».