Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 08 Mercoledì calendario

La mediazione del Pakistan. Roma: non paghi il popolo iraniano

Nella notte italiana, Donald Trump e il governo iraniano accettano la proposta di mediazione avanzata dal primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif: proroga di due settimane per l’ultimatum fissato alle 2 della notte scorsa (ora italiana) dal presidente Usa e contestuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Si è chiusa così una lunga giornata cominciata con la sinistra minaccia trumpiana: «un’intera civiltà morirà stanotte». Poi sono arrivati i segnali di un possibile compromesso. Lo stesso leader americano aveva aperto a un posticipo «se fosse cambiato qualcosa». Il Segretario di Stato, Marco Rubio, aveva messo tutti sull’avviso, interpellato dalla Cnn: «Ci saranno ulteriori notizie sul negoziato». Nel frattempo, prendeva posizione anche l’Ue e, con una nota, il governo guidato da Giorgia Meloni, con due passaggi. Primo: «L’Italia ribadisce la propria ferma e risoluta condanna nei confronti delle condotte destabilizzanti del regime di Teheran», con riferimento al blocco della navigazione nel Golfo, agli attacchi contro i Paesi della regione e alla «sistematica e brutale repressione interna del proprio popolo». Il secondo punto, invece, è una critica aperta al metodo minatorio adottato da Trump: «È fondamentale distinguere nettamente tra le responsabilità di un regime e il destino di milioni di cittadini comuni. La popolazione civile iraniana non può e non deve pagare per le colpe dei governanti».
I mediatori si sono mossi freneticamente per riprendere il filo del dialogo, in una giornata scandita dalle quotazioni altalenanti di Wall Street. L’epicentro delle trattative è stato il Pakistan, appunto, con Egitto e Turchia a sostegno. Il sito americano Axios aveva rivelato che erano in corso contatti indiretti tra gli emissari di Trump e gli iraniani, facilitati dai diplomatici pachistani.
A un certo punto si era ipotizzato un confronto diretto tra le parti, con il vicepresidente JD Vance alla guida della delegazione Usa. Sede del possibile summit: Islamabad, la capitale del Pakistan. Ora si ripartirà dal documento in 10 punti presentato dagli ayatollah, che i due inviati Steve Witkoff e Jared Kushner considerano una base di partenza accettabile. Lo schema prevede, tra l’altro, la revoca delle sanzioni occidentali.
L’impegno del Pakistan deriva anche dall’accordo di mutua difesa firmato con l’Arabia Saudita il 17 settembre 2025. Ieri il premier Sharif ha parlato al telefono con il principe ereditario Bin Salman. Il leader pachistano ha poi fatto sapere che rimane «incrollabile il sostegno a Riad contro gli attacchi iraniani».
Ma ieri era fallito un altro tentativo diplomatico: una proposta di risoluzione presentata dal Bahrein al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per sollecitare lo sblocco di Hormuz. La bozza originaria, messa a punto il 21 marzo dal Bahrein in coordinamento con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Giordania, chiedeva all’organo direttivo dell’Onu l’autorizzazione a usare la forza, se necessario. Ma, dopo 17 giorni di conciliaboli con molti Paesi, in particolare con la Francia, il rappresentante del Bahrein ha sottoposto un testo assai edulcorato: semplice condanna degli attacchi iraniani contro le navi in transito nello Stretto e richiesta di assicurare al più presto il passaggio in sicurezza. Niente da fare: Cina e Russia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, hanno posto il veto e la risoluzione è stata affossata, nonostante il «sì» di 11 Paesi, tra i quali Francia, Regno Unito e Usa e l’astensione di Pakistan e di Colombia. Chiaro, quindi, il segnale in arrivo da Mosca e da Pechino: solidarietà politica, ma di fatto solo quella, agli ayatollah. In serata, un inviato dell’Onu si è messo in viaggio verso Teheran.