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 2026  aprile 04 Sabato calendario

Alessandro Barbero parla delle sue letture giovanili

Ci sono tre date che ho in testa quando decido di sentire il professor Alessandro Barbero, su invito di Bologna Children’s Book Fair. In occasione del corposo anniversario collodiano, BCBF dedica a Pinocchio una giornata, una mostra di illustrazioni (curata da Accademia Drosselmeier) e diversi incontri. Come possa entrarci il suo essere storico del medioevo (specializzato pure in storia militare) con Pinocchio, provo a scoprirlo a partire dal 24 novembre 1826. Duecento anni fa, nasce Carlo “Collodi” Lorenzini. Poi, il 7 luglio 1881, sul primo numero del Giornale per i bambini, esce a puntate Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Da ultimo ma non da meno: il 18 ottobre 1886, l’editore Treves pubblica Cuore di Edmondo De Amicis. E Barbero? Direte voi. M’è venuto in mente di chiacchierare della biblioteca di Alessandro (non il Magno, anche se la grandezza del prof è fuor di dubbio), dei libri che hanno formato il bambino, il ragazzo, quindi lo storico e poi l’intellettuale autore di romanzi e di saggi best seller.
Alessandro, sei nato nella Torino operaia di fine anni ’50. Se dovessi scegliere alcuni libri che appartengono al Barbero bambino, quali sarebbero?
«Beh, io ho letto tantissimo fin da quando ho imparato a leggere, a 5-6 anni, prima di andare a scuola e ogni libro era un’emozione, per cui potrei fare un lunghissimo elenco, dai primissimi libri per bimbi piccoli (Il vitellino testardo, Il tigrotto malinconico) ai libri sugli indiani e il west (Aquila bianca. Storie di indiani, Osceola il grande capo, Davy Crockett a Baltimora”...), al Giornalino di Gian Burrasca (capolavoro assoluto) o a Ciondolino, e ovviamente ai libri di Salgari, rigorosamente nelle edizioni del Gabbiano e comprati ai Remainders: da poco me ne sono ricomprato qualcuno, La capitana del Yucatan e Il Re del mare. Così come ho comprato quelli che mi mancavano, perché finiti in casa delle cugine, dei libri della Biblioteca dei miei ragazzi di Salani, che prendevamo a casa di mia nonna, dov’erano rimasti dall’infanzia di mia mamma e dei suoi fratelli e sorelle negli anni Trenta: potrei elencarne così tanti che non comincio neanche (no, invece, almeno Le prigioniere di Casabella e Il signor Tito poliziotto privato non posso non citarli; e lascio stare quelli di propaganda fascista, protagonisti eroici piccoli balilla o eroici piccoli esploratori in Abissinia, che, diciamolo, erano molto ben fatti e assolutamente avvincenti anche quelli)».
I libri della Biblioteca dei miei ragazzi editi da Salani (raccontata dall’acuto volume di Anna Levi) erano volumetti, tascabili, che sin dalle copertine colorate e dal gusto Liberty in voga, proponevano un mondo di avventure e viaggi fantastici, di bambini (senza genitori impiccioni) che scorrazzano e si cacciano in situazioni al limite dell’azzardo, a malapena tutelati da nonne un po’ svampite o governanti originali. Nascono dalla Semaine de Suzette edita da Gauthier-Languerau, rivista per bambine della borghesia “bene” francese della prima metà del ‘900, che da noi potrebbe essere paragonata (con azzardo) al Corriere dei Piccoli.
Salani prende molti titoli, traducendoli bene, dal 1931 (e dal 1940 italianizzando i termini, i luoghi e i nomi), aggiungendovi bellissime copertine illustrate da artisti italiani e vendendoli con enorme successo a 5 lire. Quando Alessandro nasce, nel 1959, la Biblioteca ha appena chiuso l’ultima ristampa ed è entrata nella storia dell’editoria.
Se potessi regalare oggi a un dodicenne uno di questi “vecchi” libri, quale sceglieresti?
«A dodici anni ho cominciato a leggere libri “da grandi”, anche se i Salgari e i Salani credo di aver continuato a rileggerli ancora per un po’ (durante l’infanzia li ho riletti tutti molte, molte volte, a me serviva un libro al giorno e il bilancio di famiglia non ci stava dietro, neanche ai Remainders). Libri di guerra, nei Pocket Longanesi, editore e collana un po’ di destra ma molto ecumenici nelle scelte, lì ho letto i libri degli assi dell’aviazione, imparzialmente alleati o tedeschi, i libri di Franco Bandini (Il Piave mormorava), e poi un libro che è stato decisivo nel formare e incanalare una passione, la biografia di Napoleone di Hilaire Belloc, vecchio storico cattolico inglese degli anni Venti-Trenta, che accidenti se sapeva scrivere... Ecco, dovendone scegliere uno solo, quello lo metterei tranquillamente in mano a qualunque dodicenne di oggi che ami leggere».
Ho la fissa delle date significative. È il 1866 e un giovanissimo De Amicis, ancora in divisa da sottoufficiale (ha servito nella seconda battaglia di Custoza quello stesso anno), va in visita al Grande Italiano, “don Lisander” Manzoni. L’inventore degli “italiani brava gente” incontra il padre del romanzo italiano. Ne scrive Marcello Fois in un piccolo saggio di grande respiro e bellezza, “L’invenzione degli italiani. Dove ci porta il Cuore”. È il ritratto non solo di un libro (pretestuosamente diaristico), di un autore geniale, ma di un progetto politico, con implicazioni di così ampia e lunga gittata da potersi affiancare come respiro sociale a quello che in cucina ha fatto “La scienza in cucina dell’Artusi” (1891).
«Cuore mi piaceva e l’ho riletto tante volte. E ancora adesso penso che De Amicis sapeva scrivere, che è l’unica cosa che conta quando uno deve valutare un libro. E che quell’unione così dileggiata di amor di patria, sentimentalismo monarchico, buoni sentimenti in generale, ma anche senso di comunità, toni bassi alla torinese, rispetto per i poveri e gli umili, antipatia per i presuntuosi e gli arroganti e magari una spolverata di socialismo non faceva poi così schifo, come progetto per costruire una nazione, rispetto a quello che l’Italia ha visto poi e sta vedendo oggi!».
L’altro libro che per vari versi rappresenta l’Italia, è “Pinocchio”. Forse è un passo indietro rispetto a “Cuore”? Ha un protagonista bambino, in una società rurale fatta di adulti ambigui, spesso indifferenti, perfino pericolosi. E su tutto, agisce un talento letterario marcato dal cinismo (di verace marca toscana) che in De Amicis è del tutto assente.
«Posso dire che Pinocchio a me non è piaciuto granché? È un libro che ho riletto poco. E non sono nemmeno sicuro che sia così anarchico, anzi: a me pare che sia un inno al conformismo – ma, ripeto, io sono ignaro dei progressi della critica. Per fortuna io non sono un letterato, e quindi posso ignorare tranquillamente il grande lavoro che gli italianisti hanno fatto su questi due testi fondamentali per l’identità italiana, anche se poi non possono non venirmi subito in mente il memorabile saggio di Eco su Franti o quelli più recenti del mio amico Luciano Curreri su Pinocchio».
Sempre il mio conterraneo Fois, scrive: “I classici sopportano tutto, sotto certi aspetti diventano classici proprio per quello: perché sono in grado di adattarsi alle mille trasformazioni che la contemporaneità, qualunque essa sia, richiede”. Quali sono i classici nella Biblioteca del giovane Alessandro?
«Entrato nell’adolescenza ho cominciato a leggere libri da adulti, il che voleva dire un po’ di saggistica storica, in particolare di storia militare, e tantissima letteratura, ma proprio tanta. Nei teens ho divorato tutto, da Aristofane a Arbasino, da Rabelais a Stendhal, da Saul Bellow a Tommaso Landolfi, per citare a casaccio qualcuno degli innamoramenti del genere “di questo qui voglio leggere tutto”, ma poi fra fine del liceo e primi anni di università – io ero avanti di un anno, ho cominciato l’università a 18 anni – anche tutto il teatro elisabettiano e giacobita, in inglese, il teatro del Siglo de Oro, in spagnolo, le chansons de geste, in lingua d’oil: è allora che ho capito che se una lingua non la sai, cominci a leggere lo stesso e un po’ per volta la impari, anche se devo confessare che quando ci ho provato col turco mi sono arenato!».
A gennaio di quest’anno cadevano i 50 anni dalla morte di Agatha Christie, la più grande e letta autrice di quelli che noi italiani creativamente chiamiamo “gialli”. I libri di genere fanno parte delle tue letture?
«Ma per fortuna, al ritmo di un libro al giorno, c’era posto anche per le letture di genere: non i romanzi storici, di cui non mi è mai importato niente e che anche adesso non leggo mai, ma i gialli, quelli sì. I gialli all’inglese: Agatha Christie, Ellery Queen, ma anche Maigret (tuttora penso che i Maigret siano molto più belli della tanto decantata narrativa “seria” di Simenon). Quelli pure me li sono ricomprati, gli Agatha Christie e i Maigret, rigorosamente nelle edizioni anni Cinquanta-Sessanta che trafugavo a casa di mia nonna o compravo dai bouquinistes di corso Siccardi a Torino, che oggi non esistono più, per una sciagurata decisione del Comune... Dopodiché, è chiaro che non sono serviti a molto a formare un futuro storico, anche se qualche anno fa ho fatto due esperimenti molto fruttuosi, rileggendo (eh sì!) tutti gli Agatha Christie e poi tutti i Maigret nell’esatto ordine in cui erano stati scritti, dagli anni Venti ai Settanta: una cosa molto istruttiva anche per lo storico!».