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 2026  aprile 07 Martedì calendario

L’imperscrutabile vita di Lucien Daudet

Otto Wegener, nato in Svezia, fu uno dei più importanti fotografi parigini nella seconda metà dell’Ottocento: più giovane d’una generazione rispetto a Nadar e Napoléon Sarony, se ne considerava il successore e i suoi ritratti, dove s’illustrano le qualità mondane dei soggetti, sono rimasti famosi. L’insegna con lettere dorate del suo atelier in place de la Madeleine recitava semplicemente “OTTO”, e fu presso “OTTO” che il venticinquenne Marcel Proust si recò un giorno d’autunno del 1896 per farsi fotografare con due suoi giovani amici, Robert de Flers, che diverrà un drammaturgo di successo, e un diciottenne dai tratti aggraziati, quasi femminei, dandy nel vestire e delicato nelle maniere. In una delle pose realizzate da Wegener Marcel sta seduto in primo piano; il diciottenne lo guarda come perso in fantasticherie amorevoli, posandogli dolcemente una mano sulla spalla.
Le conseguenze del gesto furono disastrose: i genitori di Proust andarono su tutte le furie pretendendo invano che le foto non circolassero, scoppiò una disputa, Marcel sbatté una porta a vetri che andò in frantumi; ma soprattutto una delle iene maligne del giornalismo di allora, uno scrittore che oggi nessuno legge più ma che meriterebbe di venir ripreso, Jean Lorrain, pubblicherà poche settimane dopo un articolo pieno di insinuazioni sulla amitié più che tendre che legherebbe i due giovani. Proust, intollerante verso simili apprezzamenti, sfiderà Lorrain in un duello alla pistola nel quale nessuno verrà ferito: uno dei tanti episodi che ne testimoniano tempra e coraggio.
Chi era, dunque, il diciottenne fatale? Si chiamava Lucien ed era il figlio cadetto dello scrittore di maggior successo, insieme con Émile Zola e Pierre Loti, in quella Francia della terza repubblica: Alphonse Daudet. Proust, presentato da Reynaldo Hahn, era entrato nelle grazie della famiglia Daudet alla fine del 1894, si era subito legato in amicizia con Léon, il primogenito dell’autore di Tartarino di Tarascona, ma dall’adolescente Lucien era rimasto stregato. Presero a vedersi spessissimo, soprattutto nel campo neutro del Louvre; si scrivevano, si scambiavano fotografie: la passione li legò per pochi anni prima di sfociare in un sodalizio maturo e tenace, fino agli ultimi giorni di vita di Marcel. Fossero o no amanti è difficile dire, come sempre con Proust: ma non è un caso che il sottotitolo di Lucien Daudet, il ritratto narrato da Christophe Grandemange ora apparso in Francia, sia proprio Un amour de Proust.
In quella definizione c’è il destino di una vita, che finalmente riceve, grazie a questa ottima biografia, scritta con un garbo piacevolmente un po’ vecchio stile, un’analisi che non si fermi alla superficie. Lucien Daudet nacque in una famiglia benedetta dalla tenerezza condivisa e dalle artistiche muse. Renoir lo ritrasse quando aveva sette anni, Edmond de Goncourt ne celebrò la precocità di disegnatore. Per casa, durante i giovedì di ricevimento in rue de Bellechasse orchestrati dalla moglie di Alphonse Daudet, la leggendaria Julia cui lo stesso Grandemange ha dedicato un’altra appassionante monografia, transitavano i nomi maggiori della cultura parigina. Il successo del capofamiglia permetteva agî, soggiorni estivi in dimore sontuose, viaggi. E tuttavia da tali condizioni così propizie Lucien si sentì risucchiato, rimpicciolito in un cono d’ombra fatto di sterile eleganza e improduttivo buon gusto, del tutto ingiustificato nei fatti, perché i suoi talenti si svilupperanno in diversi settori, ma percepito come tale durante tutta la sua esistenza: ancora a 59 anni scriverà: “So bene di essere un nulla”.
Lucien sarà per sempre il figlio di, il fratello di, l’amore di. Non è un caso che abbia dapprima tentato la strada della pittura, per sottrarsi al confronto con una famiglia dove tutti scrivevano, non solo il padre, ma la madre e il fratello: Léon diverrà uno dei più grandi polemisti del suo tempo, animatore dell’Action française. Le sue posizioni politiche di estrema destra non impedirono a Proust, già dreyfusardo, di ammirarlo, né a Lucien, che professerà tutt’altro credo, di amarlo. Lucien frequentò l’Académie Julian e fu allievo di Whistler, ma non andò oltre qualche sporadica mostra. I suoi quadri di soggetto floreale hanno una loro distinzione, sfuggono a impressionismo e simbolismo e si assestano su un registro realistico in cui serpeggia un’inquietudine decadente.
Alla fine si fece coraggio e tentò nel 1908, firmandosi Lucien Alphonse-Daudet, un romanzo, Le Chemin mort, il cui soggetto ambiguamente omosessuale sconcertò la critica. Ne seguirono altri, ma le sue riuscite migliori restano i volumi di memorie, davvero incantevoli, Les Yeux neufs e L’Âge de raison, la biografia del padre e gli scritti di ricordi proustiani, più tre libri dedicati alla donna che, dopo la madre, amò con maggiore devozione divenendone una specie di cavalier servente, la deposta imperatrice Eugenia, la moglie di Napoleone III.
Amico di tutti (Reynaldo Hahn e Cocteau i confratelli più stretti), Lucien fu un uomo intimamente solo. Trovò una propria ragion d’essere nella religione cattolica (ogni anno accompagnava i malati a Lourdes in pellegrinaggio) e nell’esercizio di stile di un’inderogabile buona creanza; e tentò di sfuggire all’isolamento, in tarda età, attraverso uno sconcertante matrimonio dall’esito catastrofico. Morì dignitosamente a Parigi nel 1946, convinto di aver sprecato la propria vita.