Domenicale, 5 aprile 2026
Letteratura italiana fatta a mano
Ma in fondo chi se ne importa dei cimeli, mi dicevo poco prima di entrare alla mostra sugli autografi dei letterati italiani che ha aperto all’inizio di febbraio a Roma, Villa Farnesina, e si chiude il 25 aprile: le carte, le pergamene, i contenitori delle parole e dei pensieri… Che importano, quando a contare sono solo le parole e i pensieri? Che cosa volgare, il collezionismo culturale. Ma poi uno entra e, se ha studiato e non è fatto di pietra, passa un’oretta di pura meraviglia.
Intanto, secondo la regola aurea: location, location, location. Villa Farnesina è un incanto, nel primo giorno di sole romano dopo settimane di pioggia, ma un po’ prima che cominci la stagione delle gite e le scolaresche rendano tutto più faticoso. I giardini sono stati restaurati e riaperti, al pian terreno splende sempre il Trionfo di Galatea di Raffaello, e al piano superiore, nella Sala delle Prospettive, i recenti restauri hanno riportato alla luce, sugli affreschi di Baldassarre Peruzzi, graffiti irridenti incisi dai lanzichenecchi durante il sacco di Roma. Autografi anch’essi, se vogliamo, dato che il lanzo ha la faccia tosta di firmarsi: «Johannes Maria de Anversa fecit».
Ma se la location non si discute, i cimeli non sono da meno.
A partire dal 2009, Matteo Motolese ed Emilio Russo, entrambi docenti alla Sapienza, hanno diretto una collana di volumi, sette in tutto, dedicati agli autografi degli scrittori italiani dalle Origini fino alla fine del Cinquecento, da san Francesco a Tasso, ciascuno curato da specialisti delle varie epoche della nostra storia letteraria. Nel 2016 ne è nato un sito, www.autografi.net. E adesso, a coronamento del progetto, la mostra.
Si supera la Sala delle prospettive, si entra in una serie di stanze semibuie introdotte da pannelli che contengono le informazioni essenziali – e scritte in ottimo italiano: non è che capiti sempre – su ciò che si vedrà sotto le teche.
Dante non c’è perché non abbiamo autografi di Dante. Ce ne saranno, magari, sepolti in qualche biblioteca o archivio, certamente ce ne sono stati, e qualcuno li ha visti ancora nel Quattrocento («Fu ancora scrittore perfetto, ed era la lettera sua magra e lunga e molto corretta, secondo io ho veduto in alcune epistole di sua mano propria scritte», osserva Leonardo Bruni in una pagina celeberrima della sua biografia di Dante); ma niente è arrivato fino a noi, per la gioia dei filologi che hanno potuto, possono e potranno infinitamente congetturare se nel terzo canto dell’Inferno Dante ha scritto «E io ch’avea d’orror la testa cinta» oppure «E io ch’avea d’error la testa cinta», e mille altri casi analoghi.
Passa meno di mezzo secolo, e dall’imbarazzo della penuria, anzi dall’imbarazzo dell’assenza (assenza millenaria, in realtà, perché neanche dei classici greci e latini sono rimasti autografi), si passa a quello della ricchezza, perché delle altre due “corone” trecentesche gli autografi conservati addirittura abbondano. Di Petrarca non ci sono (saggia prudenza: non è roba che debba andare in giro per Roma) gli originali del Canzoniere e del codice degli abbozzi (ma basta andare sul sito della Biblioteca Vaticana e li si trova, perfettamente riprodotti, nella collezione dei manoscritti digitalizzati): c’è però il celebre Orazio laurenziano, annotato con uno scrupolo da filologo, quale Petrarca in effetti era, più che da semplice lettore. Di Boccaccio c’è – ed è senz’altro il pezzo forte della mostra – lo Hamilton 90 della Staatsbibliothek di Berlino, autografo del Decameron; e c’è il Riccardiano 1035, di dieci anni precedente, in cui Boccaccio ha trascritto la Commedia di Dante.
E poi, a scendere nella cronologia, una prima redazione del proemio ai Discorsi di Machiavelli, un frammento della grammatica italiana di Leon Battista Alberti, lettere di Lorenzo il Magnifico, di Poliziano, di Bembo, ottave di Ariosto e di Tasso, e poi Galileo, Parini, Alfieri, la prima pagina degli Sposi promessi («Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti…»), una scelta intelligentemente originale di Leopardi (il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, una pagina di quaderno contenente materiale che finirà nelle Operette morali, La quiete dopo la tempesta), eccetera.
Per il Novecento c’era, più che per i secoli precedenti, l’imbarazzo della scelta, ma anche qui si è privilegiato il classico rispetto al curioso o all’interessante (e forse qualche licenza per lo spettacolo ce la si poteva concedere, in un secolo così pieno di bizzarrie: i calligrammi dei futuristi, i cartigli del Notturno di D’Annunzio, la poesia visiva dei novissimi… Ma chissà se gli originali si sono conservati, se vanno in prestito). Quindi il Pasticciaccio, Ragazzi di vita, La speculazione edilizia, Lessico famigliare, una poesia non bella ma popolare di Montale, Ho sceso dandoti il braccio; e per ultimo Umberto Eco, che ha anche l’onore di una foto-poster. Non c’è una pagina manoscritta del Nome della rosa (forse perché – chi c’era in quegli anni si ricorda le malignità degli invidiosi – Il nome della rosa Eco «l’ha scritto al computer», e così son buoni tutti) ma ci sono un paio di pagine più interessanti in cui l’autore appunta per memoria i nodi della trama; la frase con cui si chiude l’appunto, «Adso cita Wittgenstein in tedesco», alluderà a questo passo del romanzo: «L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso. Er muoz gelîchesame die Leiter abewerfen, sô Er an ir ufgestigen ist… Si dice così?», salvo che a parlare qui non è Adso ma il suo maestro Guglielmo. «C’è stato un momento in cui anche le grandi opere hanno avuto una forma incerta, fragile, provvisoria», si legge nella brochure di presentazione della mostra: ed ecco una delle tante prove possibili.
La mostra non è grande, la si può visitare in mezz’ora, se si ha fretta; in un’ora o poco più se si leggono con attenzione le schede che presentano i vari cimeli, e il consiglio è ovviamente quello di leggerle perché sono chiare e, nello spazio di poche righe, sotto il titolo molto continiano “Come lavorava X” (dove X sono Petrarca, Ariosto, Montale eccetera), fanno capire quante cose interessanti si possono dedurre da antichi o moderni autografi. Per esempio: in che modo Boccaccio adopera i capilettera per trasformare in “libro” ciò che era (ed è in fondo) una collezione di racconti; in che modo lo stesso Boccaccio trascrive la Commedia di Dante, attribuendole – attraverso la disposizione del testo a tutta pagina, con belle iniziali miniate – dignità pari a quella della grande poesia latina.
Cosa più importante: la mostra non è grande neppure nel senso della grandeur, della solennità, insomma della retorica che spesso sprigiona da queste celebrazioni della Cultura con la maiuscola (e qui, da Petrarca a Eco, e con la Galatea di Raffaello al piano terra, siamo effettivamente nel maiuscolo). Era facile cadere nella trappola, ed esagerare in aggettivi o in cartellonistica evocativo-minatoria, ma i curatori – essendo intelligenti – sono stati intelligenti, e hanno misurato le parole. Salvo errore, sono persino riusciti a evitare la citazione da Calvino su che cos’è un classico, e altri truismi motivazionali. Ne quid nimis, bravi.