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 2026  aprile 07 Martedì calendario

In Libano torna la paura del conflitto interno

Dai terrazzi sulla collina, la gente di Ain Saadeh guardava la Pasqua di sangue contando le esplosioni sopra Beirut. Una dozzina di attacchi prima del tramonto di domenica. Fino a quando, in piena notte, la guerra non è salita fin quassù, rischiando di far scattare il conto alla rovescia per la guerra civile che il presidente Joseph Aoun cerca di scongiurare.
A pagare il prezzo maggiore della guerra regionale sono i civili. Nelle stesse ore due attacchi hanno colpito aree civili in Israele e in Iran. Ad Haifa, un missile iraniano ha centrato un edificio residenziale nella tarda serata di domenica. Le squadre di soccorso hanno lavorato per ore tra le macerie prima di recuperare i corpi di 4 persone della stessa famiglia. Nell’area di Teheran, nei pressi di Eslamshahr, un raid ha colpito un edificio residenziale. Le autorità iraniane parlano di almeno 15 morti. Tra le vittime ci sarebbero anche 6 bambini.
Notizie che sono come benzina sul fuoco sul terreno di scontro libanese. In quello che era sembrato come un bombardamento mirato, è stato ucciso Pierre Mouawad, funzionario delle “Forze libanesi”, il movimento politico di Samir Geagea, nato come milizia cristiana durante la guerra civile di quarant’anni fa. Diverse fonti del partito già attribuivano l’omicidio a Hezbollah, con cui il movimento di Geagea non ha mai avuto buoni rapporti. Mouawad è stato ucciso con la moglie, e c’è voluta mezza giornata prima che da Tel Aviv si assumessero la responsabilità. Le forze militari israeliane (Idf) hanno ammesso di avere ucciso per errore il po-litico, al posto di un esponente di spicco della milizia sciita e filo-iraniana libanese. Nel raid, avvenuto lontano dalle zone in cui Hezbollah è radicata, è morta anche un’altra donna travolta dall’esplosione. «Diverse persone non coinvolte sono state colpite», ha dichiarato l’esercito di Tel Aviv. Mouawad, ha sottolineato il suo partito, «non era un combattente e non era un obiettivo militare». Era a casa con la sua famiglia dopo aver celebrato la Pasqua.
Per le vie di Ain Saadeh, dove si contano molte seconde case di chi d’estate preferisce soggiornare a temperature più miti, ci sono molte persone. Tanti hanno traslocato fin dai primi giorni di marzo, sperando di tenersi alla larga dai bombardamenti israeliani sulla capitale. Pochi hanno voglia di parlare. Chi lo fa chiede di non essere citato, e non nasconde il sospetto che in realtà l’assassinio potesse avere lo scopo proprio di acuire le tensioni interne.
Nei giorni scorsi, il presidente Aoun aveva minacciato di «tagliare la mano» di chi nell’ombra sta tramando per uno scontro armato interno, in un Paese che non ha cancellato neanche da strade e palazzi le cicatrici della sanguinosa guerra civile. Prima che Israele ammettesse lo scambio di persona, tra le fila dei partiti cristiani molti avevano puntato il dito contro Hezbollah. Al punto da invitare i membri della milizia filo-iraniana ad «adempiere al loro dovere morale e a non nascondersi tra i civili», come si legge in un comunicato della “Corrente patriottica libera”, ex alleato cristiano del partito sciita. Il capo dello Stato, intanto, ha lanciato un messaggio diretto non solo a Tel Aviv. Per evitare che il Paese si trasformi «in una nuova Gaza», in un discorso pronunciato a margine della messa di Pasqua a Bkerké ha usato toni netti proprio nei confronti di Hezbollah, senza mai nominare il movimento armato. «La diplomazia non è un’umiliazione», ha detto Aoun aprendo all’ipotesi di un negoziato con Benjamin Netanyahu: «La guerra non ha portato nulla al Libano».
Molto dipenderà dall’evoluzione dello scontro di Washington e Tel Aviv contro Teheran. Su diversi media israeliani in questi giorni vengono pubblicate interviste a soldati israeliani che riconoscono di essere rimasti sorpresi dalla effettiva reazione militare di Hezbollah nel Sud, dove l’organizzazione pur colpita nei suoi vertici, mantiene capacità ed equipaggiamento militare, uccidendo una decina di soldati e provocando numerosi feriti nella prima linea israeliana.
Nei villaggi del Sud, i cristiani hanno sfidato il fuoco incrociato celebrando la Pasqua nonostante un conflitto che dal 2 marzo non ha fatto che moltiplicare intensità e aree di scontro. Fonti delle Nazioni Unite hanno registrato «4.700 episodi di ostilità», più di 130 al giorno. E i numeri sono quelli da guerra vera, non più da episodiche scaramucce: almeno 1.461 morti e più di 4.400 feriti, tra cui 125 bambini uccisi. Su 6 milioni di abitanti, quasi 1,2 milioni sono sfollati interni. Secondo le stesse autorità israeliane, i militanti di Hezbollah colpiti sarebbero meno di 500. Perfino soccorrere i feriti è diventato un lavoro ad alto rischio. «Questi atti non possono diventare la nuova normalità. Il mondo deve riaffermare, inequivocabilmente, che la protezione dell’assistenza sanitaria non è un’opzione, ma un obbligo universale». Così il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha reagito al raid di domenica nei pressi dell’ospedale universitario Rafik Hariri, la più grande struttura medica pubblica del Libano. Le agenzie Onu denunciano un totale di 92 attacchi contro la sanità e un ampliamento del raggio d’azione della guerra. Mentre Israele accusa Hezbollah di aver lanciato oltre 5mila tra razzi, missili e droni.
È la provenienza degli sfollati a spiegare la direttrice delle battaglie. Il 12 marzo, dopo dieci giorni di scontri, le mappe delle Nazioni Unite indicavano un’area coinvolta di circa 850 chilometri quadrati. Due settimane dopo gli ordini di evacuazione coprivano 1.470 chilometri quadrati, oltre il 14% del territorio libanese. Con oltre 100 tra città, paesi e villaggi raggiunti dagli ordini di sfollamento, insieme all’intera Dahiyeh di Beirut. A Tiro sono “piovuti” nuovi ordini di evacuazione in arabo, con ampie citazioni del Corano. Messaggi trasmessi ad altre 41 località. Le aree più colpite sono quelle all’estremo sud, sul confine israeliano, fino alla Valle della Bekaa, ben oltre il tratto meridionale del fiume Litani, inizialmente indicato da Israele come linea di demarcazione naturale per una fascia di sicurezza che ogni giorno si sposta sempre più a Nord.