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 2026  aprile 07 Martedì calendario

Che cos’è la "rivoluzione kahanista" in Israele?

Sentiamo sempre più spesso parlare in Israele, a proposito dei più recenti sviluppi della politica del governo e in particolare dopo l’approvazione in parlamento della legge sulla pena di morte, di «rivoluzione kahanista». Il leader indiscusso di questa rivoluzione è il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (potere ebraico).
Ma si può davvero parlare di una «rivoluzione» kahanista, sottolineando con l’uso di questo termine una differenza sostanziale fra i precedenti governi della destra sionista e quello a cui Ben-Gvir partecipa, con poteri crescenti, dal 2022, quando Netanyahu, impossibilitato a formare un governo dopo successive e ravvicinate tornate elettorali, ha immesso nel governo il partito di Ben-Gvir e quello nazionale religioso dell’altro ministro estremista, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich? O esiste una continuità fra la destra sionista al potere più o meno ininterrottamente dall’inizio del secolo con Netanyahu e questo governo «kahanista»?
Meir Kahane era un rabbino americano, nato a Brooklin, che diede vita negli Stati Uniti alla Lega di Difesa Ebraica, un movimento violento coinvolto in attività terroristiche. Nel 1971 Kahane emigrò in Israele, dove fondò un partito razzista, antidemocratico ed antiarabo, il Kach. Dopo diversi vani tentativi di essere eletto alla Knesset, Kahane ci riuscì nel 1983, nonostante l’avversione nei confronti suoi e del suo progetto politico degli stessi leader del Likud. Sappiamo che Shamir, il primo ministro del Likud dopo Begin, usciva dall’aula quando Kahane prendeva la parola. Nel 1984, una legge introdusse il razzismo e il rifiuto del carattere democratico ed ebraico dello Stato fra gli ostacoli all’elezione parlamentare e Kahane fu espulso dal Parlamento. Tornò a New York, dove fu assassinato nel 1990 da un arabo.
Discepolo di Kahane e aderente al Kach fu Baruch Goldstein, che nel 1994 nella moschea di Hebron uccise, prima di essere ucciso a sua volta, ventinove palestinesi in preghiera, poi onorato dagli estremisti come un santo. Dopo quell’episodio, il Kach fu sciolto per terrorismo. Ma non scomparve, e fra i suoi seguaci troviamo proprio l’attuale ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir. Giovanissimo, costui godette di una certa fama per aver mostrato in tv lo stemma da lui rubato dalla macchina del primo ministro Rabin dicendo: «Siamo arrivati alla tua macchina, arriveremo anche a te», profezia presto realizzatasi. Fu più volte arrestato, quasi mai condannato, e per le sue posizioni politiche vicine al terrorismo non è stato accettato nell’esercito. Oggi si propone come successore di Netanyahu, scorrazza nelle carceri insultando con violenza i detenuti palestinesi, ne determina la pena capitale con la legge da lui patrocinata, rende la polizia sempre più violenta, crea reparti di polizia speciali formati da estremisti. Più che il successore di Begin, Shamir e dello stesso primo Netanyahu, sarebbe il degno successore di Meir Kahane.
Basta la presenza, sia pur molto determinante, di un ministro di questo genere a far parlare di una «rivoluzione» kahanista? E come ha fatto una destra, quella del Likud, che sia pur con radici nel terrorismo del periodo della lotta contro i britannici, aveva sostanzialmente accettato i principi democratici, a trasformarsi fino a avallare il razzismo aperto e il rifiuto della democrazia di questa destra? Possibile che il calcolo elettorale che ha portato Netanyahu a fondare il suo governo su questi partiti estremisti basti ad avallare una simile trasformazione? Che gli eredi politici di un partito messo al bando trent’anni fa come razzista e terrorista diventino gli artefici di un disastroso cambiamento della natura stessa dello Stato? Un cambiamento che colpirà, se non viene fermato, prima i palestinesi, che i Ben-Gvir vogliono cacciare, come nei progetti di Kahane: tutti, anche i cittadini israeliani, non solo quelli dei territori occupati. Ma contemporaneamente colpisce a morte, e ancor più colpirà, Israele, la sua vita politica, la sua cultura, la sua natura. E allora sì, quante e quali siano le critiche si possono fare a Israele, è giusto parlare per quanto succede, di «rivoluzione». Nel 1982, dopo il massacro di Sabra e Chatila, Sharon si dovette dimettere e lo stesso Begin, dopo essere entrato in depressione, rassegnò le dimissioni. Oggi Ben-Gvir stappa lo champagne ridendo, nella prospettiva di poter impiccare legalmente i palestinesi.