repubblica.it, 7 aprile 2026
Se i social sono ormai diventati media passivi
A più di 30 anni dalla nascita del web, l’interfaccia con cui tutti noi abbiamo conosciuto Internet, è finita la spinta rivoluzionaria della Rete? La novità principale, rispetto ai media tradizionali come tv, radio e giornali, fu quella di dare la possibilità a chiunque di pubblicare un contenuto: un testo, una foto, un video, un audio o altro. Un cambiamento radicale che è stato amplificato dall’arrivo dei social (Facebook, Twitter poi divenuto X, Instagram e così via) e altre piattaforme come YouTube e TikTok.
Utenti passivi
Ora quella spinta sta frenando. Postiamo, come si dice in gergo, sempre di meno. È quello che emerge da uno studio di Ofcom (Office of Communications, l’autorità regolatrice indipendente per le società di comunicazione nel Regno Unito) che fornisce dei numeri sull’utilizzo dei social.
Una tendenza che – stando a diversi studi simili in altri paesi industrializzati, Italia compresa – non riguarda solo i cittadini d’Oltremanica. Dove l’89% degli adulti è iscritto ad almeno un social media, dato che sale al 97% nella fascia d’età 16-34 anni. Ma solo il 49% è un utente attivo, cioè pubblica, commenta o condivide contenuti. Appena due anni fa era il 61%. Una passività che si riscontra anche nella percentuale di esplorazione di nuovi siti, diminuita dal 70% al 56%.
Internet, la nuova tv
Siamo quindi in una sorta di macchina del tempo che viaggia nel passato. Dove davanti a uno schermo (prima era quello televisivo, oggi quello dello smartphone) non digitiamo più, ma guardiamo. Scrolliamo ma non scriviamo; siamo spettatori e non partecipiamo. Il dato più interessante dello studio inglese, infatti, è la trasformazione dei social, diventati un luogo dove si guarda, si scorre, si osserva. Sempre meno un luogo dove si parla.
Stiamo crescendo?
Per certi versi potrebbe essere il segnale di un uso più consapevole e maturo dei social media: il 49% degli utenti teme che quello che pubblica oggi possa tornargli contro in futuro. I social sono infatti diventati degli archivi permanenti travestiti da conversazioni. E, tra qualche anno, ogni post potrebbe rivelarsi una prova contro noi stessi, magari in un contesto completamente diverso. Il risultato è una “sana” autocensura.
Siamo preoccupati
Ma non è l’unico motivo per cui si pubblica di meno. Spiega l’Ofcom che il 59% degli adulti ritiene che i benefici di essere online siano superiori ai rischi, un dato che però è nettamente inferiore al 72% dello scorso anno. Una percentuale ancora più esigua di persone afferma inoltre che le piattaforme social sono positive per la propria salute mentale (36% contro il 42% dell’ultima rilevazione). In generale le preoccupazioni relative al tanto tempo trascorso davanti agli schermi sono per i due terzi (67%) degli utenti.
Scrolling infinito
A determinare tutti questi comportamenti non sono solo le motivazioni degli utenti. Ma anche il modo in cui le Big Tech disegnano le proprie piattaforme. Poco più di dieci giorni fa una sentenza del tribunale di Los Angeles ha condannato Meta (Facebook e Instagram) e Google (YouTube) perché i loro prodotti causano dipendenza. Queste piattaforme, infatti, usano continue notifiche, algoritmi che raccomandano o mostrano altri video da guardare, interfacce infinite, filmati brevi e altri strumenti che non hanno come obiettivo principale far esprimere gli utenti, ma far consumare contenuti. Il motto è quindi l’importante è restare, più che partecipare. Restare ovviamente per aumentare il tempo nel quale ci si possa imbattere in una pubblicità, il motore economico di social e piattaforme video gratuite.
E l’intelligenza artificiale?
A proposito di algoritmi, lo studio di Ofcom evidenzia anche che l’interazione non sta sparendo completamente dalla Rete. Ma si sta spostando. Da una dimensione pubblica, quella dei social, a una più privata, quella cioè dei chatbot, il fenomeno più evidente e diffuso della pervasività dell’intelligenza artificiale.
Secondo l’autorità britannica, “oltre la metà (54%) degli adulti utilizza ormai strumenti di IA, come ChatGpt, Copilot o Gemini, soprattutto tra i giovani adulti (79% nella fascia 16-24 anni e 74% nella fascia 25-34 anni). Tra questi, circa un utente su otto (12%) ha dichiarato di utilizzare i chatbot per scopi conversazionali, percentuale che sale a circa uno su cinque nella fascia 25-34 anni (19%)”. Scopi conversazionali significa che i chatbot non sono solo applicazioni ma dei veri e propri interlocutori a cui chiedere consigli, fare domande personali e con i quali condividere dubbi.
Una dinamica che fino a qualche tempo fa era ad appannaggio dei social. Il famoso passaparola con cui per anni sono state costruite strategie di marketing delle aziende. Se i social erano la piazza, insomma, oggi l’IA è una stanza. E sembra che le persone stiano sempre più preferendo non uscire da quella camera.