corriere.it, 6 aprile 2026
Idea di una startup californiana: usare cloni senza cervello come «banca» degli organi
Ogni organo, complice il naturale invecchiamento e i meccanismi di senescenza cellulare, si deteriora nel tempo e perde progressivamente le sue funzionalità fisiologiche.
Immaginate per un attimo un vostro clone alter-ego in miniatura, una sorta di «back-up biologico» capace all’occorrenza di fornirvi un fegato, un rene o qualsiasi altro organo di cui abbiate bisogno, alla stregua di un centro riparazioni per smartphone. Ad un primo impatto potrebbe sembrare un distopico episodio della serie televisiva Black Mirror, ma è in realtà l’ambiziosa (e per certi versi inquietante) idea nascosta di R3 Bio. La startup statunitense fondata da John Schloendorn sta provando a sfidare le naturali leggi della medicina per allungare, in un futuro più o meno remoto, l’aspettativa di vita degli esseri umani.
L’idea di un clone privo di coscienza potrebbe essere stata «suggerita» dall’idranencefalia, una drammatica condizione patologica caratterizzata dall’assenza pressoché totale dei due emisferi cerebrali, che nella maggior parte dei casi porta ad una sopravvivenza inferiore ad un anno dalla nascita.
In un primo momento, l’azienda stessa avrebbe ricevuto fondi per sperimentare un approccio simile su esemplari non senzienti di scimmia, in una base nei Caraibi. «Sacchi di organi», così li definiscono alcuni, progettati con l’intento di mettere in panchina le classiche sperimentazioni farmaceutiche animali, e protetti (più o meno maldestramente) dall’alibi della non coscienza. Tra gli investitori del progetto, riporta un’intervista di Wired, sarebbero presenti il miliardario Tim Draper, Immortal Dragons (azienda di Singapore specializzata nel bioprinting) e la compagnia LongGame Ventures.
Sotto la superficie di una sperimentazione all’apparenza nobile, però, si nasconde un progetto ben più controverso. Il presunto intento «anti-aging» dell’azienda emerso da alcuni report è chiaro quanto divisivo, da un punto di vista etico: creare cloni quasi privi di cervello (quel tanto che basta per la loro sopravvivenza) per utilizzarli come vere e proprie «banche degli organi», in caso di necessità. Ma anche il contrario: trapiantare il cervello dei pazienti nel corpo dei cloni per combattere l’invecchiamento, alla stregua di un «elisir di lunga vita» in grado di aprire le porte dell’immortalità.
La rivista Mit Technology Review ha quindi provato a far luce sulla vicenda, scandagliando in lungo e in largo le documentazioni dell’azienda, fino a trovare lettere e roadmap tecniche, risalenti al 2023 e indirizzate ai sostenitori, su un presunto processo di «clonazione per sostituzione del corpo». Tra i nomi nel mirino ci sarebbe Kind Biotechnology, azienda di biotecnologie con base nel New Hampshire, guidata da Justin Rebo, collaboratore dello stesso Schloendorn.
Fortunatamente ad oggi non risultano evidenze di individui clonati (aspetto che la stessa R3 Bio ha fermamente negato), e le sperimentazioni si sarebbero limitate a roditori e animali simili da laboratorio. «Schloendorn non ha mai fatto dichiarazioni simili su ipotetici cloni umani non senzienti, portati in grembo da madri surrogate», precisa l’azienda, e smentisce «Tutte le accuse sulla volontà di creare cloni o esseri umani con cervelli danneggiati sono categoricamente false».
Il dilemma morale, in casi come questo, è dietro l’angolo e gioca in un terreno estremamente grigio, mai varcato da nessuna regolamentazione: un ipotetico clone fatto e finito, pur privo delle sue funzioni corticali superiori, sarebbe comunque considerabile come un essere vivente a tutti gli effetti o una semplice risorsa biologica da riprodurre in serie? Quale sarebbe la linea di demarcazione tra i due concetti?
Interrogativi più che leciti, ma ad oggi lasciati senza risposta: quel che è certo è che, con i mezzi e le tecniche attualmente a disposizione, un trapianto del genere sarebbe pressoché utopia. Alcuni chirurghi russi ci hanno recentemente provato, ricucendo la testa di un maiale dopo averla rimossa, ma i risultati lasciano a desiderare: per quanto l’intervento sia andato a «buon fine», la recisione completa del tratto cervicale di midollo spinale ha infatti portato alla paralisi dell’animale, agonizzante nelle sue ultime ore di vita. Allo stato attuale delle cose, infatti, non esistono tecniche neurochirurgiche in grado di ricongiungere due monconi di midollo recisi.
Che l’intento di R3 Bio sia quello di arrivare a sperimentazioni farmaceutiche «cruelty-free» o creare cloni «zombie» decorticati degni di un film horror di serie B, siamo ancora ben lontani dalla realizzazione pratica. E forse, alla luce delle pesanti implicazioni etiche che un’idea del genere si porterebbe dietro, è solo un bene.