corriere.it, 7 aprile 2026
Micaela Ramazzotti parla della relazione con Virzì
A fine novembre, il presidente keniota William Ruto aveva promesso di voler approfondire i benefici reciproci nei rapporti con gli Stati Uniti. Ma in Africa, ormai, la diplomazia economica non si muove più lungo linee di fedeltà ideologica. E infatti lo stesso copione si è ripresentato, quasi senza imbarazzo, con il rivale strategico per eccellenza di Washington: la Cina. Nei giorni scorsi Nairobi e Pechino hanno annunciato la finalizzazione di un’intesa che concede al Kenya un accesso preferenziale al mercato cinese: via i dazi sul 98% delle esportazioni verso il gigante asiatico. Ruto la presenta come una svolta necessaria per ridurre il deficit commerciale e aumentare i volumi degli scambi. Ma il messaggio politico è ancora più chiaro del contenuto economico: il Kenya non intende scegliere un campo. Intende massimizzare il vantaggio.
Il paradosso africano: più commercio, più squilibrio
Il problema, però, è che la retorica della cooperazione “win-win” continua a sbattere contro i numeri. Secondo i dati dell’Observatory of Economic Complexity, nel 2025 il Kenya ha esportato in Cina beni per circa 214 milioni di dollari, contro quasi 6 miliardi di dollari di importazioni da Pechino. Un rapporto che fotografa con precisione la natura asimmetrica della relazione: l’Africa vende poco e compra moltissimo. Il caso keniota non è un’eccezione. È il riflesso di uno schema continentale che si è addirittura rafforzato nel 2025. Lo scorso anno l’interscambio tra Cina e Africa è salito a 348 miliardi di dollari, rispetto ai 295 miliardi del 2024. Ma a crescere più velocemente non sono stati i produttori africani. A correre sono state soprattutto le vendite cinesi: oltre 225 miliardi di dollari di export (+25,8%), contro circa 123 miliardi di esportazioni africane (+5,4%).
Lo scambio
La sostanza non cambia: l’Africa continua a spedire verso la Cina ciò che Pechino considera indispensabile per la propria macchina industriale – greggio, minerali, cobalto, risorse critiche – e a ricevere in cambio ciò che consolida la dipendenza commerciale: macchinari, elettronica, tecnologie verdi, manifattura avanzata. È una relazione che produce scambi, ma non necessariamente riequilibrio. E infatti gli accordi come quello con il Kenya servono anche a questo: mettere una toppa politica a uno squilibrio economico strutturale.
Pechino non cerca solo mercati: cerca posizionamento
L’intesa con Nairobi non è un episodio isolato. È un tassello dentro una strategia molto più ampia con cui la Cina sta cercando di blindare la propria centralità economica e diplomatica nel continente africano, proprio mentre gli Stati Uniti tornano a ragionare in termini di contenimento e blocchi. Ruto ha annunciato la chiusura delle negoziazioni durante la visita del vicepresidente cinese Han Zheng, nel pieno di un tour africano che ha toccato Kenya, Sudafrica e Seychelles. Ma la mossa va letta dentro il quadro della politica cinese delle zero tariffs, già messa sul tavolo da Pechino: abbattimento dei dazi per 53 dei 55 Paesi africani dell’Unione africana. Restano fuori soltanto eSwatini, allineato con Taiwan, e il Sahara occidentale, nodo irrisolto e geopoliticamente tossico.
La Cina abbassa le barriere
In altre parole, la Cina non sta solo cercando di commerciare di più. Sta cercando di scrivere le condizioni del commercio. E lo fa in un momento in cui la nuova ondata di tensioni commerciali innescata dagli Stati Uniti di Donald Trump apre nuovi spazi di manovra per Pechino. Se Washington alza barriere, la Cina prova a presentarsi come il partner che le abbassa. Se gli Stati Uniti parlano il linguaggio della pressione, Pechino si offre con quello dell’accesso.
La nuova Africa non vuole vassalli
È qui che il dossier Kenya diventa politicamente interessante. Perché racconta qualcosa che a Washington si fatica ancora ad accettare: molti Paesi africani non intendono più farsi incasellare in una logica binaria. Non vogliono scegliere tra Cina e Stati Uniti. Vogliono usare entrambe le relazioni per negoziare meglio. Ed è esattamente ciò che sta facendo Nairobi. «È normale che il Kenya stringa accordi con tutti, soprattutto con Cina e Usa», spiega Declan Galvin di Exigent Risk Advisory, società di consulenza con sede nella capitale keniota. Più interessante ancora è la seconda parte del ragionamento: è altrettanto normale, osserva Galvin, che gli Stati Uniti diventino più “possessivi” proprio nei settori considerati più sensibili. A partire da quello minerario. Il punto, in fondo, è tutto qui. Gli Stati Uniti vorrebbero contenere la presenza cinese in Africa, ma spesso finiscono per offrire ai governi africani una proposta meno lineare, più intermittente, più condizionata. La Cina, invece, continua a presentarsi con una formula semplice e brutale: mercato, infrastrutture, capitale, prevedibilità.
Il vero vantaggio cinese è la prevedibilità
Secondo Paul Nantulya dell’Africa Center for Strategic Studies, centro di analisi vicino al Dipartimento della Difesa Usa, il vantaggio competitivo di Pechino è esattamente questo: «offre un accesso molto ampio al mercato, accordi infrastrutturali, importa grandi volumi di merci e garantisce una politica commerciale prevedibile». Tradotto: la Cina può piacere o meno, ma per molti governi africani è un partner che si presenta con un’offerta leggibile. Sul fronte opposto, gli incentivi americani rischiano invece di «generare incertezza», osserva Nantulya. E in geopolitica, l’incertezza è spesso il modo più rapido per perdere terreno. Non è un caso che un’intesa simile sia stata raggiunta di recente anche con il Sudafrica, proprio mentre Pretoria attraversa mesi di forte tensione con la nuova amministrazione Trump: minacce di sanzioni, dazi superiori al 30%, accuse incendiarie sul cosiddetto “genocidio bianco” contro la minoranza afrikaner. In un contesto del genere, la diversificazione delle alleanze smette di essere una prudenza diplomatica e diventa una necessità strategica.
Dietro il commercio c’è una partita monetaria e di potere
La nuova offensiva cinese in Africa non si esaurisce nei dazi. Fa parte di una riconfigurazione più ampia della presenza di Pechino nel continente: prestiti più selettivi, focus su digitale e rinnovabili, e soprattutto una crescente pressione per ampliare l’uso dello yuan. Non è un dettaglio tecnico. È un tassello della battaglia per erodere il peso del dollaro in regioni dove il debito continua a essere denominato in valuta americana per circa il 70%. In questo senso, il commercio è solo la superficie. Sotto c’è una partita molto più grande: chi finanzia, chi costruisce, chi compra, chi detta gli standard e infine chi impone la valuta di riferimento. Ed è proprio qui che la Cina sta cercando di trasformare la propria presenza africana da semplice penetrazione commerciale a architettura di influenza. L’intesa keniota può funzionare. Ma solo se cambia la sostanza. Questo non significa che l’accordo con il Kenya sia irrilevante. Al contrario. Hannah Ryder di Development Reimagined lo definisce una vera e propria “pietra miliare”, sottolineando il valore potenziale di un accesso duty free al mercato cinese e di un atteggiamento meno rigido da parte di Pechino.
Le barriere
Ma il nodo resta quello decisivo: l’accesso formale non garantisce automaticamente risultati reali. Perché tra l’apertura teorica del mercato e l’aumento effettivo delle esportazioni esistono ostacoli molto concreti: barriere linguistiche, standard tecnici, capacità produttiva, logistica, competitività. È lì che si vedrà se il Kenya avrà davvero ottenuto un vantaggio, o se avrà semplicemente migliorato le condizioni di una relazione che resta profondamente sbilanciata. Il potenziale, come dice Ryder, «c’è. Ed è enorme». Ma in Africa, oggi, la questione non è più soltanto chi investe di più. La vera domanda è: chi detta davvero le regole del gioco?