Corriere della Sera, 7 aprile 2026
Lo show pasquale di Trump: «Merito il Nobel»
La proposta di pace iraniana? «Significativa», ma «non sufficiente». «Dobbiamo trovare un accordo che sia accettabile per me, con libera circolazione di petrolio… dall’altra parte c’è un interlocutore attivo, partecipativo». Il popolo iraniano? «Vogliono che noi continuiamo a bombardare, stanno vivendo all’inferno da 47 anni». «Le critiche? Non mi interessano». Le bombe? «Spero di non dover bombardare le infrastrutture elettriche… se ce ne andiamo domani, l’Iran impiegherà vent’anni a ricostruire tutto quello che abbiamo distrutto… possiamo metterli ko in una notte… Ma potremmo anche essere coinvolti nell’aiutarli a ricostruire la loro nazione». La minaccia di rimandare l’Iran «all’età della pietra»? Nessuna retromarcia: «L’età della pietra, sì, confermo». Perché «ogni ponte in Iran sarà decimato entro le 12 di domani sera (oggi per chi legge, ndr ), mentre ogni centrale elettrica in Iran sarà fuori servizio, brucerà, esploderà e non sarà mai più utilizzata. Sto parlando della demolizione completa entro le 12, e avverrà nell’arco di quattro ore, se volessimo. Ma non vogliamo che ciò accada».
Un’ora e mezza di monologo interrotto soltanto da brevi interventi del ministro della Guerra Pete Hegseth, del capo di stato maggiore Dan Caine, del direttore della Cia John Ratcliffe: Trump ha parlato a lungo, un po’ leggendo un po’ improvvisando. Lunghissimo il racconto, nei dettagli, del salvataggio ai limiti dell’impossibile del pilota americano disperso in Iran (Hegseth ne ha approfittato per una metafora religiosa, indicando che «è stato abbattuto nel venerdì santo, è rimasto nascosto in una caverna sabato, è rinato a Pasqua»). «Noi torneremo sempre a salvare i nostri… un’operazione di salvataggio storica», ha spiegato Trump, prodigo di elogi per tutti, scherzando poi con Ratcliffe: «Non diffondere dati top secret o dovrò farti arrestare».
Il presidente ha rivelato che non c’era unanimità: parte dei vertici militari riteneva troppo rischiosa la missione «ma noi non lasciamo indietro nessuno, la nostra gente è più importante dei materiali» (si riferiva ai C-130 distrutti per non farli cadere in mani iraniane, ndr). E prima di rispondere alle domande dei reporter (l’ha fatto per quasi un’ora), ha dato il via a quella che sarebbe diventata una performance dei suoi greatest hits, i grandi successi. Gli attacchi ai media («Qualcuno ha rivelato che c’era un disperso, così gli iraniani si sono immediatamente messi a cercarlo. È diffusione di notizie sensibili, una cosa da arresto, scopriremo chi è stato») e a «Barack Hussein Obama» reo ai suoi occhi di aver siglato un accordo inefficace con gli iraniani («Nessun presidente ha mai affrontato il problema Iran, tranne me»), la Nato «tigre di carta che non fa paura a Putin, mentre Putin ha paura di noi, e tanta… noi abbiamo la portaerei Lincoln, non abbiamo bisogno della Nato… vedrò Rutte mercoledì, è una grande persona… non avevamo bisogno di loro, ma almeno delle piste di atterraggio…», gli (ex?) alleati europei e asiatici («La Corea del Sud non ci ha aiutato, non ci ha aiutato il Giappone che noi proteggiamo dalla Corea del Nord con 50 mila soldati»). Le critiche sulla sua presunta «pazzia»? «Non mi interessa: Kim Jong un diceva che Biden era ritardato invece io a Kim Jong un sono molto simpatico, lo dice spesso».
Di ottimo umore – Trump non è un buon attore, quando è irritato non riesce a nasconderlo – ha poi scherzato sull’intervento in Venezuela: «Nessuno è più popolare di me in Venezuela: quando avrò finito qui potrei anche andare in Venezuela, imparare lo spagnolo – sono bravo con le lingue – e farmi eleggere presidente». E ha ripetuto per l’ennesima volta l’autocandidatura al Nobel per la pace: «Ho chiuso otto guerre, nessuno l’ha mai fatto».
Il momento più rivelatore? Spiega tutto Trump, o quasi: «Questo salvataggio ha catturato l’attenzione del mondo». Fare engagement, tenere saldamente in mano il pallino della comunicazione. Alla fine Trump è tutto lì.