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 2026  aprile 07 Martedì calendario

Iran, veti incrociati sul negoziato

Applicare la «dottrina Dahiya» a Teheran. «Torchiare» il regime come Israele fa con Hezbollah a Beirut. A invocare l’ipotesi di radere al suolo i quartieri della capitale iraniana dove vivono i vertici della repubblica islamica (e i loro sostenitori e le loro famiglie) è il veterano degli analisti militari: Ron Ben Yishai ha visto le tante guerre dello Stato ebraico, anche quelle che ha perso o almeno non ha vinto. Al lessico già imbottito di minacce superlative e sbalorditive aggiunge la tattica che di fatto ha devastato la Striscia di Gaza e un paio di volte Beirut. Mentre Donald Trump continua a interpretare il ruolo del «cane pazzo» (altro stratagemma: i nemici non sanno quanto davvero sei fuori di testa) e nel porre l’ultimatum che scade questa sera chiama «bastardi» gli ayatollah: «Potremmo distruggere l’intero Paese in una notte e potrebbe essere questa». Pure Benjamin Netanyahu ha ripreso un abusato luogo comune israeliano («siamo la villa nella giungla», attribuito ad Ehud Barak) e l’ha ribaltato per esplicitare il nuovo credo militare: «Basta nascondersi dai predatori dietro a un muro, se non entri nella giungla, la giungla viene da te». Incendiare la foresta allora, sempre all’offensiva.
No alla tregua
È per questa ragione che i capi iraniani (quelli che restano) sono sospettosi di un cessate il fuoco di 45 giorni proposto dalla Casa Bianca e lo respingono: vogliono lo stop permanente. Hanno visto quello che è successo alle tregue con Hezbollah in Libano e con Hamas a Gaza: l’esercito israeliano ha mantenuto posizioni avanzate (in questo caso sarebbe il controllo dei cieli) e ha attaccato per prevenire i tentativi di riarmarsi e risollevarsi dei gruppi jihadisti.
«Continueremo con tutta la nostra forza, su tutti i fronti, finché la minaccia sarà eliminata e gli obiettivi raggiunti», ha proclamato ieri Netanyahu. Quel che manca ai suoi piani è un orizzonte diplomatico, solo il fumo nero dei bombardamenti che si alza all’orizzonte. La guerra permanente: quella che il premier preconizza, quella che l’amico Donald avrebbe voluto evitare. In una telefonata – rivela la testata digitale Axios – Bibi avrebbe incitato Trump a non fermare l’operazione, a non optare per il cessate il fuoco.
Colpo al gas
I jet israeliani continuano a colpire le infrastrutture industriali iraniane, ieri hanno bersagliato l’impianto petrolchimico legato al giacimento di gas naturale di South Pars, mentre in tre diversi aeroporti hanno distrutto elicotteri e velivoli dell’esercito. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, ha condannato l’attacco contro l’università Sharif, definendola «il nostro MIT», è stata fondata nel 1966.
Il pasdaran eliminato
In un raid nella notte tra domenica e lunedì è stato ucciso Majid Khademi, il capo dei servizi segreti dei Pasdaran, un altro colpo al sistema di comando e controllo dei Guardiani della Rivoluzione. Che per ora sembrano in grado di coordinare i lanci di missili contro i Paesi del Golfo e quelli contro Israele (dove le salve arrivano in contemporanea a quelle di Hezbollah e degli Houthi dallo Yemen): nell’esplosione su una palazzina ad Haifa, lungo la costa verso il confine con il Libano, sono morti quattro israeliani rimasti sepolti sotto le macerie.
Mojtaba Khamenei, che non è stato visto in pubblico da quando è succeduto al padre come Guida Suprema, ha commemorato Khademi con un messaggio scritto: «Le uccisioni non ci scalfiranno».
La controproposta
Teheran ha inviato a Trump, attraverso il Pakistan, una controproposta in dieci punti che per ora Washington considera «massimalista»: tra gli elementi, stabilire un protocollo per il passaggio dei mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz, che il presidente americano pretende venga riaperto immediatamente. Nella sequela di dichiarazioni il presidente parla di «grandi passi avanti» nelle trattative e sembra comunque aver ridotto le pretese: «Niente nucleare», ha ripetuto, senza citare il blocco della produzione di missili balistici o la fine del sostegno alle milizie come Hezbollah.
Il nucleare
«Andremo avanti a combattere fino a quando i leader politici lo giudicheranno necessario», avverte un portavoce delle forze armate iraniane. «Il nemico deve essere punito e deve pentirsi di aver intrapreso questa guerra, dobbiamo raggiungere un livello di sicurezza tale da non doverne affrontare un’altra». È una delle garanzie indicate fin dall’inizio: niente futuri attacchi. Difficile da ottenere con certezza visto che dopo i 12 giorni di conflitto lo scorso giugno Trump e Netanyahu avevano annunciato di aver «obliterato» il programma atomico degli ayatollah. Non è così: nei negoziati entrano anche i 450 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso degli scienziati iraniani, nascosti o sepolti dalle parti del sito di Isfahan. In questi quasi 40 giorni di offensiva Trump ha vagheggiato di un’incursione delle forze speciali per recuperarli, gli iraniani hanno provato a sostenere che il blitz in soccorso del pilota dell’aviazione serviva a coprire la missione per trovare l’uranio.