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 2026  aprile 07 Martedì calendario

Pena di morte e democrazia

In molti, credo, non avremmo mai pensato di dover vedere quello che invece abbiamo dovuto vedere l’altro giorno: l’immagine di un ministro d’Israele che brinda felice per l’avvenuta approvazione di una legge che commina la pena di morte per i terroristi palestinesi (e di fatto solo per loro). Resterebbe un’immagine ripugnante anche se si trattasse di una pena destinata al più crudele dei massacratori: infatti ci sono stati e ci sono Paesi democratici con la pena di morte, quello che non si è mai visto è il ministro di un governo democratico rallegrarsi sguaiatamente della cosa. Ben-Gvir che brinda alla forca è comunque un’immagine che con la dirompente forza del simbolo obbliga a riflettere sul tormentato percorso compiuto dallo Stato ebraico nell’ultimo mezzo secolo. Vale a dire sulla parabola storica del sionismo, il movimento nazionale ebraico. Questo nacque sul finire dell’’800 come un frutto peculiare della storia europea. Nacque dall’incontro tra l’ebraismo emancipato franco-germanico, da un lato, crudamente smentito nelle sue speranze d’integrazione dal trauma dell’affare Dreyfus, e dall’altro il misero ebraismo est europeo – diviso tra l’antica fede dei padri e l’ardente passione dei figli per gli utopismi rivoluzionari del socialismo agrario russo.
M a si trattò di un incontro destinato a non realizzarsi mai fino in fondo. Solamente negli anni ’30-’40, infatti – cioè nel periodo della persecuzione nazista e per effetto di questa – nelle file del sionismo e nell’immigrazione ebraica nella Palestina, ancora sotto mandato britannico, affluirono parti significative della diaspora borghese europea, specialmente austro-tedesca. Ma non a caso nel dopoguerra la leadership ebraica che diede vita allo Stato d’Israele e poi lo guidò per oltre un quarantennio ebbe le proprie origini quasi tutta nel sionismo est europeo e fu in larga maggioranza d’ispirazione socialista, memore di quella storia, di quegli ideali di quei valori. Anche la destra sionista veniva allora da quella stessa parte d’Europa, e pur avendo praticato il terrorismo più estremo, sapeva di dover condividere comunque il costume della moderna civiltà politica del continente.
Ma proprio in questo periodo comincia a mostrare la corda quello che a suo tempo François Furet, il grande storico francese, definì il paradosso di fondo del sionismo: «abbandonare l’Europa e la sua cultura ma conservandole». Che voleva dire un’operazione audacissima: dal momento che l’antisemitismo aveva dimostrato l’impossibilità di essere insieme europei ed ebrei, inventare un giudaismo nazionale di tipo europeo ma volgendo le spalle alla diaspora. Il paradosso comincia a rivelarsi tale nella misura in cui dopo il 1945, dopo la sconfitta dell’hitlerismo e del fascismo, la diaspora europea non crede più di essere minacciata dall’antisemitismo. Sentimentalmente ed emotivamente essa si riconosce in pieno sì nel progetto sionista, ma è ben lungi dal pensare che il suo futuro non possa che essere l’emigrazione nello Stato ebraico. La diaspora europea resta in Europa.
È a questo punto, sul finire del secolo scorso, che inizia il dramma di Israele, la sua virtuale solitudine. L’antica leadership sionista, pur vincendo tutte le guerre, non riesce però, prima di scomparire, a concludere la sua opera storica stipulando una pace con gli arabi. E nel frattempo il Paese che essa ha fondato cambia: se dall’Occidente europeo non arriva nessuno arrivano però decine di migliaia di ebrei profughi da altre parti del mondo, dall’Etiopia, dai Paesi arabi, dalla Russia sovietica e no, ma anche dagli Stati Uniti. I primi sanno solo dell’antisemitismo, i secondi – gli americani e i loro proseliti (Ben-Gvir è uno di questi) – sono imbevuti del profetismo biblico che scorre violento come un torrente in piena nelle viscere del giudaismo, ne condividono il carattere ciecamente ultimativo, l’autoidentificazione nella voce di Dio e nel suo braccio armato. Del sionismo, invece, gli uni e gli altri sanno realmente poco o nulla. Che ne sa, infatti, uno come Ben-Gvir del Bund e dei giovani rivoluzionari ebrei mandati sulla forca dallo zarismo? Delle dispute teoriche senza fine tra i suoi correligionari di un tempo sedotti in tanti da Lenin, che ne sa Ben-Gvir di Weizman, di Léon Blum, di Martin Buber?
Proprio Buber aveva scritto: «Mai ci lasceremo ingannare dai luoghi comuni che asseriscono un finto legame tra il principio nazionale e la causa dell’umanità: il legame deve essere ben reale e di natura tale da manifestarsi intatto non solo nelle nostre finalità ma anche nella scelta dei nostri strumenti». Sappiamo che in Israele le cose non sono andate proprio così, e forse era illusorio che potessero mai farlo. Chi più di noi europei, d’altra parte, più di noi italiani, sa a quali deformazioni, a quali conseguenze anche aberranti per «la causa dell’umanità», può portare il principio nazionale? Resta il fatto che a contrastare tali conseguenze il sionismo amputato dalla diaspora europea non basta; tanto più se esso deve vedersela pure con la Bibbia e con i suoi fanatici interpreti predicatori.
È dunque questa l’angoscia che sempre più spesso prende chi in Italia e altrove sta dalla parte dello Stato ebraico. Inghiottite dal tempo le generazioni che dopo la Shoah sentivano di avere un debito storico verso l’ebraismo, Israele può vantare un diritto assoluto alla difesa ad ogni costo da parte delle democrazie e dei democratici europei solamente se esso resta sul terreno della democrazia. È inevitabile, altrimenti, che abbiano la meglio solo i dettami della geopolitica e dell’economia dove senz’altro, però, rischiano di contare di più gli interessi e le immense risorse dei tanti nemici dello Stato ebraico. Ma nella democrazia – se ne convinca chi deve – non può esserci posto per chi brinda alla forca come a una vittoria.