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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Intervista a Sergio Castellitto

Sergio Castellitto, romano di nascita ma non di origini.
«Mio padre era molisano, di Campobasso, detta anche Cambuasce in dialetto. Si trasferì a Roma nel Dopoguerra. Mia madre era abruzzese. Tutti i miei quattro fratelli sono nati a Campobasso».
Scelsero Roma e non l’America.
«Ricordo una scena di un film di Martin Scorsese: la voce fuori campo di De Niro racconta di un sindacalista che si era allargato troppo e alla fine era stato ucciso da un certo Saul Castellitto. Ci sono molti Castellitto in America. Spesso ci scherzo sopra: se mio padre, invece di venire a Roma, fosse emigrato negli Usa, sarebbe finita diversamente».
Anche per lei?
«Non posso saperlo. Ma nella mia famiglia l’opzione artistica non era proprio prevista. Dopo il trasferimento a Roma, in quello che fu il primo grande quartiere serbatoio della migrazione, Centocelle, la cultura contadina diventò piccola borghesia. Mio padre trovò un impiego come usciere. Tornava la sera a casa con un mazzo di caricature, erano dei capo ufficio, perché lui sapeva disegnare. Probabilmente mi ha trasmesso la vena artistica. E poi i miei fratelli, da loro ho imparato tantissimo. Ricordo questi ragazzi, che negli Anni Sessanta erano poco più che ventenni, e godevano di tutto. Una capacità che oggi abbiamo perso».
Ma lei si scostò da quel destino. Come successe?
«Per una nevrosi, c’è sempre una nevrosi all’origine della carriera di un attore. Qualcosa che non andava nella mia vita. Il mio fratello maggiore decise che dovevo fare il ragioniere. Io avrei voluto seguire gli amici al liceo classico. Negli anni l’ho ringraziato. Ho capito che quella distanza dalle mie aspirazioni, alla fine mi ha spinto a prendere una strada differente».
Cosa non andava?
«Non lo sapevo con esattezza. Dentro di me, pensavo: non ci sto, non è quello che voglio. Metaforicamente ho rotto un vetro. Come insegna “L’attimo fuggente”, il mondo si divide fra chi sale sul banco e chi no. Io sono salito sul banco della mia vita».
Da solo?
«Mi ha aiutato un ragazzo che studiava all’Accademia d’Arte Drammatica. Avevo fatto un saggio, così, tanto per gioco, l’ultimo anno delle superiori. Mi notò un signore che lavorava come arredatore alla Rai. Fu lui a farmi contattare perché in Rai cercavano un presentatore di una trasmissione per ragazzi. Non mi presero, naturalmente, però già dimostravo uno strano talento animalesco, da palcoscenico. Accadde che un regista, Adolfo Lippi, mi chiamò per interpretare un testo a teatro e lì conobbi questo ragazzo che studiava all’Accademia. Mi convinse a seguirlo. Per un anno ho lavorato fino alle quattro-cinque del pomeriggio in un’azienda che distribuiva giornali, poi di nascosto dalla mia famiglia frequentavo i corsi dell’Accademia da uditore».
Fino a quando non ha rotto il vetro.
«Un giorno ho detto basta, io voglio fare questo. E la mia umilissima, nobile famiglia cadde in una specie di lutto silenzioso».
Dopo l’Accademia, il teatro.
«Il teatro ti insegna che non ti puoi fermare. Non puoi dire: “Scusate, ho sbagliato, ricominciamo da capo, facciamone un’altra”. C’è quel momento che se non l’hai mai provato, non riesci a capire: quando si apre il sipario e davanti a te vedi un lago nero, e cominci a parlare a un tutto fatto di individui».
Pronti a giudicare.
«Nello spettacolo comico il momento del giudizio è la risata, l’applauso. Nelle opere drammatiche, il premio è il silenzio. Un silenzio rispettosissimo, quasi religioso».
Come è avvenuto il passaggio al cinema?
«Per fascinazione. Erano gli anni in cui mangiavamo pane e “Taxi Driver”. È stata una transizione naturale, però il teatro non l’ho mai abbandonato. Se metto sulla bilancia quello che ho imparato dal teatro e dal cinema, la bilancia pende decisamente dalla parte del teatro».
Qual è il film a cui è più legato?
«"Non ti muovere"».
Tratto dal romanzo di sua moglie, Margaret Mazzantini.
«È il film che ha suggellato la trasformazione di un rapporto d’amore con Margaret in un rapporto creativo profondissimo. Anche lei nasce come attrice, anzi grande promessa, giovane nuova Duse. E poi incontra il suo vero talento, che è quello della scrittura, e smette di fare l’attrice. Forse per una considerazione che adesso può apparire ingenua, ma che a quel tempo per noi non lo era affatto: due attori non possono stare insieme. È un mestiere che esplode verso l’esterno, come un fuoco d’artificio».
O un colpo di fulmine.
«Ricordo perfettamente quell’istante: lei che esce da una quinta, aveva i pantaloni di velluto infilati dentro gli stivali. Ci conoscevamo a distanza. Io interpretavo Tuzenbach nelle “Tre sorelle”, che è innamorato di Irina ma non viene ricambiato. Lì cominciammo a fare, come si dice in teatro, equipaggio insieme. Avevamo una 112 scalcagnata, dividevamo la benzina. In quegli spostamenti da una piazza all’altra, ci siamo conosciuti. Ci accorgevamo che, pur essendo molto diversi su tante cose, avevamo un punto di vista comune. Come due scalatori: uno sceglie la parete nord, uno la parete sud, ma la vetta è la stessa».
Mai un momento di difficoltà?
«Mai al punto di lasciarsi. Perché stare insieme è complicato, lasciarsi è facilissimo. Resisti, passi un guado e ricominci. Se c’è un sentimento di un certo tipo, se ti rendi conto che la tua solitudine non c’è persona migliore di quella che possa lenirla, non dico curarla, ma lenirla, allora il guado lo attraversi. Le dirò un segreto sentimentale: a ogni suo compleanno io regalo a Margaret delle rose, ogni anno una in più. Ma il biglietto recita sempre le stesse parole: ti amerò tutta la vita».
Vi hanno definiti una ditta della creatività.
«Ditta poco, perché abbiamo i problemi di tutti. Sappiamo di appartenere alla parte privilegiata della società, però non ce la cantiamo e non ce la suoniamo. Quanto alla creatività, non abbiamo mai distinto gli ambiti. La cucina, dove si mangia, è il luogo in cui ci confrontiamo, si fa l’editing di quella pagina o si scrive la scena di quel film, si critica come io ho recitato in quell’altro film e così via. I figli da piccoli partecipavano a tutto questo da lontano, poi sono diventati controparte, ognuno mettendoci la propria distanza. La nostra famiglia è un’agorà. Senza rendermene conto, il modello al quale mi sono ispirato è uno dei tre registi che ho amato di più: John Cassavetes. Costruire il cinema dentro una famiglia fatta di amici, di persone con le quali condividi. Lo dico senza retorica: il mio vero premio è questo aggregato di affetti, di sangue. Un privilegio che ci si deve guadagnare».

Parliamo dei quattro figli. Partiamo da Maria.
«Si è laureata in filosofia alla SAS di Londra, perché da quel provinciale che sono ho preteso di mandarli all’estero. Poi è tornata in Italia, ha cominciato a scrivere, ha pubblicato un libro con Marsilio qualche anno fa, adesso ha scritto un bellissimo film e sta cercando di montarlo».
Anna.
«È quella solo apparentemente meno disponibile a frequentare il mondo creativo, ma credo che prima o poi ci cascherà anche lei... Si è laureata in scienze politiche a Bath e poi ha continuato a studiare, è andata a fare un master in storia della letteratura inglese in Scozia, al St Andrews».
Cesare.
«L’ultimo, il più scostante, apparentemente scostante: Curva Sud e disprezzo affettuoso per tutto ciò che era cinema. Ma piano piano è stato contagiato. La fortuna dei miei figli è che hanno i fratelli. E adesso studia Legge con incredibile devozione dopo anni di disinteresse».
Infine Pietro: è chiaramente un talento. Come è riuscito a non farsi schiacciare dal cognome?
«Me la sono posta anch’io questa domanda. Da ragazzo guardavo i figli d’arte e pensavo: hai tutto, tuo padre ti apre le porte. Poi ho capito che non era così: io avevo una forza che nasceva dal basso, loro no. Tutto quello che i miei figli hanno costruito, se lo sono guadagnato. Però una cosa, Margaret e io, gliel’abbiamo insegnata: il sentimento della libertà. Intesa come dovere, responsabilità. Non vuol dire fai quello che vuoi. Io non credo nel permissivismo. E siamo sempre stati una cosa sola, con mille difetti, mille urla, mille complicazioni, ma l’amalgama che ha tenuto insieme tutto è l’amore. Abbiamo avuto cura l’uno dell’altro. Come diceva Don Milani: io tengo a te, per questo discuto con te. O la cura di Battiato. Una sera entrai nella stanza di Pietro e vidi che su un telefonino stava guardando “La notte” di Antonioni. E lì ho capito che avevamo seminato bene».
C’è qualcosa di Pietro Castellitto che manca a Sergio?
«Pietro ha una capacità di scrittura fenomenale. Dico sempre per scherzo, ma neanche tanto, che se io e lui ci incontrassimo trentenni su un bancone di un pub, forse ci staremmo antipatici. Perché sociologicamente la nostra formazione è stata completamente diversa. Lui è il figlio di una dinastia di artisti, lo metta tra virgolette. Io vengo da un altro mondo. E questo è straordinario. Una cosa che a me alla sua età mancava e che lui possiede è la consapevolezza del proprio talento. Forse anche una presunzione maggiore, ma si sa la presunzione è come il colesterolo, buono o cattivo. Lui ce l’ha buono. Io mi sono sempre sentito più inadeguato. Sono stato attore nel senso classico: l’attore esiste se qualcuno lo chiama. All’inizio sei perfetto sconosciuto, poi emergente, poi importante, poi necessario, poi imprescindibile. Poi torni indietro: da imprescindibile a importante, a relativo».
E lei in che fase è?
«Diciamo da importante a relativo. Lui invece sta per diventare imprescindibile».
È stato un errore accettare l’incarico al Centro sperimentale?
«Non è stato un anno felice ma non dirò mai che mi sono pentito. Le scelte le fai per idealismo, per ambizione, per soldi, per necessità. L’importante è essere onesti in quello che si fa».
Si era sopravvalutato?
«Forse sì. Ho pensato che la mia esperienza bastasse per andare lì e inventare qualcosa. L’idea di lavorare con 50-60 giovani che sognano di fare cinema era bellissima e romantica. Ma ho scoperto la palude della burocrazia. Mi sono trovato nel castello di Kafka».
Qual è lo stato di salute del cinema italiano?
«Sono 40 anni che sento parlare di crisi. Ma forse facciamo le cose migliori quando siamo in crisi. Una volta si diceva che la televisione avrebbe distrutto il cinema, invece per certi versi lo ha sostenuto. Oggi ci sono le piattaforme, che hanno modificato la scrittura. Scrivere un film di due ore è una cosa. Scrivere una serie di dieci ore è un’altra».
Perché il cinema italiano non riesce a imporsi all’estero?
«In alcuni casi c’è riuscito. Io sono stato fortunato: ho lavorato con la generazione irripetibile di Scola, Monicelli, Ferreri. Poi con quella successiva: Bellocchio, Amelio, Tornatore. E adesso con i più giovani. Ho attraversato tre generazioni ma sono i grandi maestri ad avermi insegnato il cinema. A quei tempi c’era un’osmosi tra film d’autore e film popolari. Il produttore di Fellini forse era un’anima semplice, ma aveva capito che davanti aveva un genio. Fellini diceva: io non mi fido dei produttori e loro non si fidano di me. Quando dissi a Scola che volevo fare il regista, mi avvertì: verranno tutti a romperti le scatole, a farti una domanda. Tu prendi tempo, rispondi che non c’hai ancora pensato...».