il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2026
Intervista a Carlo Verdone
C’è uno sguardo alla Verdone. Dopo anni e anni, spettacoli, scenette, successi, c’è quell’espressione un po’ così oramai alla “Verdone”. E basta dirgli: “Scuola di seduzione (su Paramount+) è un gran bel film” per trovarla, con il sorriso appena accennato, gli occhi lievemente imbarazzati da fanciullo beccato con la Nutella sul labbro. Non proprio il suo Mimmo, ma qualcosa di Mimmo, c’è. “È più raffinato, più elegante di altri; io imperverso meno, ho lo stesso numero di pose degli altri attori; (pausa) non ne potevo più di Vita da Carlo, dove stavo al centro dell’attenzione”.
Lino Guanciale al Fatto ha spiegato: “La serialità ha dato una nuova lucentezza a Carlo”.
Più che altro, alla mia età, non è stato semplice realizzare quattro stagioni di Vita da Carlo. Così sono voluto tornare al cinema, alla commedia contemporanea, con quattro o cinque risate; in questi ultimi anni di carriera devo puntare su qualcosa di diverso.
Ci è riuscito.
Non so nemmeno come. Ci metto passione; la prima volta che l’ho visto mi è preso un accidente: “Che ho combinato? Ho girato una commedia che non sembra neanche mia”. Poi in sala, con il pubblico presente, ho avuto una bella impressione e mi sono reso conto che tutti gli attori sono perfetti.
Qual è la chiave?
Creare un clima sereno: sono diventati amici; tra di loro si sentono, hanno una chat e tutti i giorni si scrivono.
Torna l’analisi di gruppo.
Il titolo nasce da Pasquale Plastino (sceneggiatore) che un giorno arriva con un articolo del Guardian nel quale si racconta l’esplosione di scuole per timidezza, comportamento, seduzione.
È una commedia corale anni 80…
Compagni di scuola non si potrebbe più girare.
Perché?
I rapporti tra ragazzi non sono più quelli di un tempo.
Le manca non uscire al cinema?
Tanto, perché quando vai in streaming non sei in grado di capire qual è il tuo pubblico: al massimo ti fermano per strada, con commenti rapidi, ma non hai la reazione immediata, quando capisci dove ridono, quali sono i punti di maggiore attenzione. Resta il bar.
Continua ad andarci.
Sempre. Poi c’è l’edicolante e il fioraio: con ognuno di loro ho argomenti fissi.
Quali?
Con l’edicolante è la Roma, con il fioraio egiziano sono i miei film: ha imparato l’italiano guardandoli.
Sempre Guanciale: “Durante le pause la troupe andava da Carlo per consigli medici”.
È vero; (abbassa la voce) girarlo è stato complicato anche perché in quei mesi ho perso tanti amici, alcuni compagni di scuola, e mi sono reso conto che, magari, avevano uno o due anni meno di me. Lì sono nate delle riflessioni: ogni giorno è guadagnato.
Di questo film cosa l’ha meravigliata?
Che quasi cinquant’anni fa, quando ho iniziato, non avrei mai creduto di avere questa carriera; ero convinto che sarei durato quattro o cinque anni.
Suo figlio, in un’intervista al Corriere, ha raccontato di una sua crisi dopo C’era un cinese in coma.
Perché non perse, ma non guadagnò: rifece i soldi spesi. Quando vidi i risultati pensai: c’è qualche problema, o ho stufato il pubblico o ho sbagliato soggetto. Eppure quando lo videro Benvenuti e De Bernardi (sceneggiatori) mi dissero: “Gran bel film, quanto avremmo voluto scriverlo”.
A quel punto?
Sono rimasto sette giorni a casa, dovevo riflettere, e mi sono domandato: “Come si fa a non perdere la battaglia? Non si partecipa…”. Mi sono fermato due anni e ho viaggiato un po’ con i miei figli, spesso all’estero, loro contenti: “Oh, c’è voluto C’era un cinese in coma per stare insieme”. Poi mi sono ripresentato con Ma che colpa abbiamo noi e abbiamo ripreso la marcia.
Suo figlio ama Sono pazzo di Iris Blond.
Perché c’è un’atmosfera nordica, c’è la musica, i locali; quel film è diverso (pausa) però Compagni di scuola è superiore, anche a Maledetto il giorno che ti ho incontrato.
Compagni di scuola resta uno dei suoi migliori.
A livello di regia e di scrittura, sì. E ringrazio Benvenuti e De Bernardi che mi hanno aiutato in un’impresa titanica; appena finito ero convinto di aver girato una rottura de cojoni: troppo parlato, troppo logorroico. Così portai una mia amica, Francesca D’Aloja, a vedere la copia zero. Durante la proiezione non ho mai riso, ma aumentavano gli interrogativi: “Questa scena la dovevo tagliare, qui ci andava una risata…”. Alla fine Francesca resta zitta, si volta verso di me: “Ti sei reso conto di quello che hai fatto? È meraviglioso”. “Sei sincera?”. “Carlo, non mi aspettavo un film del genere”. E mi ha abbracciato. Quell’abbraccio mi ha regalato una forza straordinaria.
Il riscontro del pubblico.
Compagni di scuola sapevo che era un film malinconico, triste, cattivo, ma doveva uscire così, non poteva essere buonista, perché avevo cercato di riportare un episodio avvenuto realmente: una serata tragica con dei compagni di scuola. Dopo l’uscita, un sabato stavo a casa, pieno di interrogativi, fino a quando alle sei del pomeriggio mi chiama un amico, Alberto Marozzi: “A frate’! Te dico solo ’na cosa: so’ davanti al cinema e sai che sembra? Che stanno a passa’ ‘a minestra co’ ‘a pompa!”. “C’è il marciapiede caldo?”. “Bollente! Vie’ a vede’”.
Ha respirato.
In quei giorni in segreteria telefonica trovavo messaggi del tipo: “Carlo, bel film, ma che pugno allo stomaco”. “Bello eh, ma che visione hai della vita…”. “Carlo bello, mi aspettavo una risata in più”.
Da regista è diventato un po’ psicologo?
Per forza. Avere tanti attori nei film, ascoltare le loro fragilità, le loro debolezze, lo rende inevitabile.
Su Mario Brega al Fatto ha spiegato: “In certi casi è meglio non sapere tutto, meglio godere del personaggio”.
Alcuni armadi vanno lasciati chiusi, altrimenti perdi il gusto dell’immagine costruita; (cambia tono) ho conosciuto il figlio del giardiniere di Ingmar Bergman, lavorava nella sua villa norvegese, su un’isola deserta e lì scriveva i film. Nonostante il padre operasse in giardino, Bergman si scocciava perché usava le cesoie: il rumore lo infastidiva. Era un uomo impossibile, dentro casa diventava pazzo anche nell’ascoltare il rumore dei suoi passi, per questo indossava dei calzini in grado di attutire ogni rumore.
Patologia.
Kubrick, quando entrava in macchina, si sedeva dietro con in testa un casco da motociclista: temeva un incidente. Aristotele e Platone sostengono che non esiste grande talento senza un pizzico di follia.
Gli attori per lei.
Quando inizio le riprese li considero dei figli, li devo proteggere, per questo piazzo le mie scene come ultime. Non possono recitare alle due di notte.
Le restano attaccati.
Tutti.
Le chiedono consigli sui copioni?
(Sorride) Qualcuno. Mi piace lasciare un bel ricordo; nell’ultima stagione di Vita da Carlo mi ha fatto tanto piacere ritrovare Sergio Rubini: non ci vedevamo da tanti anni, e quando l’ho chiamato per un ruolo ho visto in lui un entusiasmo, una voglia meravigliosa. È come se avessimo ricostruito un’amicizia e adesso ci vediamo spesso.
In Vita da Carlo c’è anche Lucio Corsi, come in Troppo forte c’è Sal Da Vinci. È un talent scout.
Aggiungo gli Stadio; ai tempi di Sanremo era previsto un personaggio che presentava gli artisti. Per loro c’ero io. Vinsero il Festival.
Una frase del film: “Il fallimento è fondamentale”.
Se non inciampi non imparerai a camminare diritto e con la giusta attenzione.
Un suo fallimento fondamentale.
Artistico? (Ci pensa a lungo) Quando partecipai a Non stop (trasmissione Rai degli anni 70) arrivò un grande successo, si parlava molto di me. Ma non avevo uno spettacolo apposito, giravo ancora con quello precedente, molto underground, da cantina sperimentale, con sketch, monologhi, voci. Quelli che poi sono rimasti nell’immaginario collettivo. Dopo Non stop molti agenti iniziarono a chiamarmi, volevano la serata, però si aspettavano i personaggi visti in tv. Una sera, a Bari, in un locale, l’impresario mi diede 200 mila lire per salire sul palco, con davanti gente seduta a tavoli con sopra bottiglie di champagne. La Bari bene. Davanti a quel contesto capii che l’impresario aveva sbagliato: era gente da risata semplice.
Dolore.
Subito dopo accadde la stessa cosa a Bologna. Là decisi “mai più” e iniziai a pensare che non ero bravo, perché era l’epoca di Beppe Grillo, de I gatti di vicolo Miracoli, della comicità più popolare, più pirotecnica.
Quanto soffriva?
Ero abbastanza agitato. Prima di entrare in scena andavo a controllare la sala: tutti fighetti da macchinone.
Va a vedere gli show dei nuovi comici, da stand up?
Per forza, altrimenti dove trovo una come Beatrice Arnera? (tra i protagonisti del film).
Se uno spettacolo non funziona, da spettatore soffre per il comico sul palco?
Mi domando se è colpa mia che non capisco.
Si mette in discussione.
Sempre; (ci pensa e torna ai suoi inizi) a un certo punto ho cercato di prendere le decisioni giuste. Quando Romolo Valli mi vide in tv, poi disse: “Non devi più fare quelle piazze, devi scegliere il teatro. Non sei un cabarettista”.
E lei?
Scrissi uno spettacolo teatrale: Senti chi parla.
Un unicum.
Non sopportavo portare in scena tutte le sere la stessa cosa, era una sorta di tortura.
Un successone, però.
C’era talmente tanta richiesta da non avere posti liberi: dissero no a Craxi, stessa storia con mezza Dc. Allora mi chiesero di allungare, ma rifiutai: non ne potevo più; interpretavo diciotto personaggi, alla fine dello spettacolo sputavo sangue.
I colleghi vennero a teatro?
Ricordo Vittorio Caprioli, Ugo Tognazzi, Franca Valeri, Sara Ferrari, Anna Proclemer, Nino Manfredi. Mi sentivo importante ma allo stesso tempo mi ripetevo “ma, chissà”. Vittorio Caprioli disse: “Hai un talento insuperabile. Se ti amministri bene, arriverai in alto”.
Oggi sa di averlo.
Penso di sì. Ma ogni volta che inizio è un esame che si replica. Prima di girare questo film ho vissuto la stessa emozione di Un sacco bello; la vigilia del primo ciak dormo sempre poco.
Ha il colon infiammato?
Non più, sono cambiato: non prendo niente.
Mentre prima.
Mi sono aiutato con gli ansiolitici, specialmente per gli attacchi di panico. Mentre giravo Un sacco bello ero intimidito dal film, dagli interrogativi, dai boh; alla fine degli anni 90 sono diventato più sicuro.
Ha iniziato a gioire.
Non ho mai riso, non ho mai alzato le braccia al cielo.
Proprio mai.
La vera gioia è austera. La vera gioia è dentro di me.
A differenza di Pettinari Oscar, il suo personaggio in Troppo forte.
Certi personaggi li ho sempre osservati, magari nelle bische, nelle sale giochi, quelle con flipper e azzardo, con malandrini e simili. Mi divertivo. Poi un giorno uno di loro venne da me: “A Carle’, me fai ride, però te vojo di ‘na cosa: fai i coatti, ma sei ‘n borghese”. “Tu devi ringraziare dio se sono un borghese, altrimenti non avrei avuto l’occhio giusto”.
Torniamo al film: c’è Karla Sofía Gascón.
Una sorpresa; mi chiama Aurelio De Laurentiis: “Ti piacerebbe avere Karla Sofia?”. “Ma andiamo su un altro piano…”. “È una donna molto simpatica”. “Bisogna vedere cosa ne pensa”. Ci siamo visti a Roma, a cena. I primi cinque minuti ero intimidito, dopo è uscita fuori una persona unica: ho fatto una battuta e lei mi ha dato una pacca sulla spalla. Una botta tremenda. “Ti ho fatto male?”. “No, ma che muscoli!”. Da lì siamo andati d’accordo.
Prima ha sostenuto: non esiste grande talento senza un pizzico di follia. Qual è la sua follia?
Ho dei rituali: devo andare a letto alla stessa ora, devo cenare alla stessa ora, devo prendere dei medicinali alla stessa ora, mi devo svegliare alla stessa ora. La mia vita è da militare o da monaco cistercense, Sì, ho dei rituali…