il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2026
Talenti e imperizie: il giovane Cechov
Quando studiavo russo, all’università di Parma, nel 1988, tutto avrei pensato tranne che trovarmi, quasi quarant’anni dopo, a scrivere la prefazione di una raccolta di racconti di Cechov perché io, Cechov, quando facevo l’università, non lo sopportavo.
Mi sembrava che mancasse, nelle cose di Cechov, la compassione; mi sembrava che fosse bravo, che fosse intelligente, ma che ci tenesse troppo, a essere intelligente, a essere bravo. La sua celebre frase: “In un uomo tutto deve essere bello: il viso, gli abiti, l’anima, il pensiero”, mi sembrava la frase di un esibizionista. Mi sembrava che prendesse in giro i suoi personaggi, molti dei quali erano tutt’altro che belli.
Dopo, una decina di anni fa, ho letto una biografia di Cechov, Il medico, la moglie e l’amante, di Fausto Malcovati, ho scoperto un po’ di cose e mi sembra di aver capito che non avevo capito niente.
Ho scoperto che il 27 marzo 1886 arriva a Cechov una lettera di Dmitrij Vasil’evic Grigoròvic, un romanziere molto conosciuto, all’epoca: “Circa un anno fa – scrive Grigoròvic – ho letto per caso sulla Gazzetta di Pietroburgo un vostro racconto, ora non ricordo il titolo, ricordo solo di esser stato colpito dalla sua originalità e soprattutto dalla straordinaria verosimiglianza, autenticità nella descrizione dei personaggi e dei paesaggi. Da allora ho letto tutto quello che mi capitava a firma Cechonte e ho invitato Suvorin e Burenin a fare altrettanto, sebbene m’irritasse l’idea che l’autore avesse così poca fiducia in sé da ricorrere a uno pseudonimo. Mi hanno ascoltato e sono anche loro del mio parere: avete un talento autentico, un talento che vi solleva al di sopra di tutti gli scrittori della nuova generazione. Non sono un giornalista, non sono un editore, sono solo un vostro lettore, perciò se parlo del vostro talento è perché ne sono convinto. Ormai ho compiuto 65 anni, ma amo ancora a tal punto la letteratura, sono così felice quando scopro qualcosa di vivo, che non posso trattenermi e vi tendo ambedue le mani. Ma non è ancora tutto. Ecco che cosa voglio aggiungere: grazie alle qualità del vostro indubbio talento, alla capacità di analisi, alla maestria nelle descrizioni della natura, al senso plastico, sono convinto che siate destinato a scrivere magnifiche opere di grande qualità. Commettereste un grande peccato se non manteneste la promessa. Dovete fare una sola cosa: rispettare il vostro talento, che è un dono davvero raro. Smettete di scrivere in fretta. Non conosco i vostri mezzi: piuttosto soffrite la fame, come ho fatto io a suo tempo, ma lavorate con calma, con precisione, non affrettatevi, scrivete con raccoglimento e concentrazione. Un solo lavoro così concepito sarà cento volte più apprezzato di centinaia di racconti sparsi in varie riviste; i lettori esperti e il pubblico in generale vi premieranno con una rinnovata attenzione”.
Cechov risponde: “La vostra lettera, mio buono, mio amatissimo nunzio di gioia, mi ha colpito come un fulmine. Mi ha quasi fatto piangere, mi ha sconvolto, ha lasciato nella mia anima una traccia profonda. Come voi avete confortato la mia giovinezza, così Dio conceda pace alla vostra vecchiaia! (…) Se è vero che posseggo un dono che va rispettato, confesso che fino ad oggi non l’ho fatto. Sentivo di possederlo, ma ero abituato a considerarlo cosa di poco conto. (…) Tutti i miei amici hanno sempre considerato con disprezzo la mia attività letteraria e non hanno mai cessato di consigliarmi amichevolmente di non abbandonare la mia vera professione per fare l’imbrattacarte. Finora ho trattato il mio lavoro letterario con estrema leggerezza, senza cura, senza attenzione. Non ricordo di aver lavorato più di un giorno a nessun racconto. Come i cronisti scrivono i loro trafiletti sugli incendi così io buttavo giù i miei racconti, macchinalmente, quasi inconsciamente, senza preoccuparmi né del lettore né di me stesso. Mi libererò da ogni scadenza, ma non posso farlo immediatamente… Non mi è possibile uscire subito dalla carreggiata in cui sono finito. Sono disposto a patire la fame, come già l’ho patita, ma non dipende solo da me… Alla scrittura dedico il mio tempo libero, due o tre ore al giorno e una piccola parte della notte, cioè un tempo adatto solo a opere di breve respiro. (…) Tutta la mia speranza è nell’avvenire. Ho solo ventisei anni; forse riuscirò a fare qualcosa”.
A me piace moltissimo, questa storia, e mi sembra incredibile.
E una cosa incredibile, di questa storia incredibile, è che Grigoròvic una cosa del genere l’aveva già fatta.
Nel 1845, 21 anni prima, Grigoròvic era il coabitante di un giovane ex studente di ingegneria navale, Fedor Michajlovic Dostoevskij, e è stato il primo a leggere, che sarebbe diventato il suo primo romanzo, Povera gente, e, dopo la lettura gli ha detto “Voi avete un talento straordinario, datemi questo manoscritto che lo porto a Nekrasov”, un poeta e scrittore giovane anche lui ma già celebre, al quale Povera gente piacque ancora di più, secondo lui Dostoevskij era il nuovo Gogol’, e portò il manoscritto al critico Belinskij che disse che Dostoevskij era meglio, di Gogol’, e pubblicò il romanzo nella propria rivista.
Cechov, nipote di un servo della gleba, dopo essere diventato medico e uno dei più celebri scrittori russi, nel 1889 scrive al suo editore, Suvorin: “Quello che gli scrittori aristocratici ottengono gratis, gli intellettuali borghesi lo acquistano a prezzo della loro giovinezza. Provate un po’ a scrivere la storia di un giovane, figlio di un servo della gleba, che è stato garzone di bottega, cantore in chiesa, allievo di ginnasio, studente universitario, spesse volte frustato, educato a venerare le gerarchie, a baciar la mano ai popi, a inchinarsi alle idee altrui, a profondersi in ringraziamenti per ogni boccone di pane; di un giovane che andava a dar ripetizioni senza galosce, s’azzuffava con i compagni, pranzava con piacere dai parenti ricchi, era ipocrita con Dio e con gli uomini senza nessun bisogno, solo perché consapevole della propria nullità. Provate a raccontare come quel giovane sia riuscito a strizzare fuori, goccia a goccia, il servo che ha in sé, e come destandosi un bel mattino, sente che nelle sue vene non scorre più sangue di servo ma vero sangue di uomo libero”.
Quando sono stato alla casa museo di Cechov, a Mosca, nell’edificio dove Cechov aveva abitato, praticato come medico, e scritto buona parte delle sue opere, ho visto la targa Anton Cechov, dottore in medicina, e mi sono commosso, perché avevo letto, nel libro di Malcovati che “Quando gli muoiono due pazienti di tifo (moglie e figlia del pittore Janov) fa togliere dalla porta la targa ‘dottore in medicina’: si vergogna della propria imperizia”.