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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Intervista a Laura Efrikian

Il suo più grande cruccio? Aver dovuto, a 80 anni, cedere alle pressioni dei figli che temevano per le sue lunghe e ripetute trasferte africane: troppo lontana da tutto, da loro come da un ospedale dove far fronte a qualsivoglia problema di salute. «Dopo il loro aut aut, quei soggiorni, che prima erano un paio di volte all’anno per svariati mesi, si sono ridotti a un unico viaggio e una trentina di giorni».
Sono passati quasi 40 anni da allora e ancora oggi che di primavere ne compie 86 il 14 giugno, Laura Efrikian al suo annuale appuntamento con l’Africa non ha rinunciato: solamente deve pianificarlo con più cura in modo da ottimizzare in quel poco tempo ciò che deve fare. «Aiutare è diventata la mia vita – spiega –. Ogni volta c’è tanto da fare, prima qui in Italia e poi là. A questa attività devolvo anche i gettoni delle mie partecipazioni televisive (mi invitano spesso, sa? Sono vista come una vecchia e saggia signora, cui si perdona tutto, qualunque cosa dica) e naturalmente i proventi dei miei libri e dei piccoli oggetti artistici che io stessa realizzo. Una volta che sono là, poi, tiro le fila del lavoro programmato: quest’anno c’è una scuola fa finire e medicine da portare, il tetto di una casa da riparare prima delle piogge».
Proprio in questi giorni esce, autopubblicato su Amazon, Asante Sana, Mama, quarto libro da lei scritto, che dedica al lungo ininterrotto rapporto con l’Africa. «Quasi un diario. Il diario di una trasformazione – come lei stessa lo definisce, perché dentro c’è la Laura attrice e quella che è diventata –. In parole e immagini, tutto il mio amore per l’Africa».
Affetta da mal d’Africa?
«È esploso una quarantina d’anni fa. Per le persone, però, non per i luoghi come in genere accade. Da allora non riesco a stare lontana dal villaggio nei dintorni di Malindi, in Kenia, che ho eletto a mia base».
Non si sente stanca?
«Capita che qualche volta voglia rallentare. Poi però penso alle necessità di quella gente. Comunque un limite me lo sono dato: i 90 anni. Poi basta. Anche se, come dice mia figlia Marianna, dimostro vent’anni in meno e ho la fortuna di uno spirito positivo che mi mantiene giovane (o forse è l’Africa?), è ora che passi il testimone. Fortunatamente sono riuscita a coinvolgere qualcuno di più giovane per continuare. Però capisco l’ultimatum di Marco e Marianna, la loro preoccupazione e ho raggiunto questo compromesso».
Il prossimo viaggio?
«Ho il biglietto per il 15 giugno. Non prima perché devo fare la promozione di Sante Asana, Mama (a proposito: è un saluto di buona sorte locale) che è il modo migliore per avere riscontro nelle vendite e farne parlare. È il quarto che scrivo, e quest’anno ho persino deciso (d’accordo con il mio storico editore) di pubblicarlo io stessa, in modo avere più denaro. Io non sono così ricca da poter intervenire in modo significativo, ma così ogni singolo euro finisce nel giusto posto poiché anche dell’uso dei fondi mi occupo personalmente: le Ong hanno grandi meriti ma le loro strutture costano, il che significa meno soldi per le attività locali».
Come è cominciato tutto?
«Con quattro amici decidemmo un viaggio. Avevamo pensato a Cuba, poi una nostra amica ci disse della bella casa con piscina che aveva a Malindi: sempre accudita da personale locale, eppure come abbandonata perché lei non ci andava mai. Ne approfittammo subito. Avevo quasi 50 anni, un’età un po’ particolare: sei libera di fare cose ma altre ti mancano. Comunque: non sono una da mare e sole. Così mentre gli altri si godevano la spiaggia, ho preso un’auto per andare a vedere i dintorni. Viaggiare e curiosare è nel mio Dna».
Cosa intende?
«Sono una mezzosangue, discendente di esuli armeni, intimamente senza vere radici e sempre interessata ai luoghi e alle loro genti. Quando ero piccina e i miei genitori facevano i partigiani, sono stata cresciuta dai nonni. Con il nonno armeno in particolare ho sempre avuto un rapporto molto forte e oggi è per me una specie di angelo custode e spirito guida: lo devo a lui se mi ribello quando vedo qualcuno costretto a un’esistenza da paria. Insomma: andare in un altro continente e non cercare di capire, mi pare come andare allo zoo. E a me gli zoo non piacciono. Invece entrare in contatto con gli altri mi pare il minimo. Un segno di rispetto che sarebbe tanto utile come base per dialogare tra popoli ed evitare guerre».
Cosa accadde durante l’escursione?
«Il primo contatto fu con Malindi, una città artificiale, specie di Rimini per ricchi turisti bianchi. Ma la lascio per visitare i dintorni: vegetazione lussureggiante, natura selvaggia, infine un villaggio. A pochi chilometri un altro mondo inimmaginabile: case che erano ruderi, al più misere capanne, una terra riarsa e abbandonata. “Ma perché non la coltivano?”, mi chiedo. Poi vedo una fila di donne con un bidone giallo in testa: devono raggiungere l’acqua che si trova a chilometri. La terra è impossibile da coltivare: c’è rassegnazione per qualcosa di ineluttabile. Quei pochi litri che portano con tanta fatica dal pozzo servono per la pura sopravvivenza, non certo per i campi. “Perché nessuno li aiuta?”. Poi incontro un’italiana, Piera Chiodi, che lì ha creato un orfanotrofio e mi aiuta a capire. Una volta tornata i Italia non mi esce dalla testa. Aiutarla sarà il mio primo impegno».
Sensi di colpa?
«Anche. A casa trovo il frigo pieno di cose buone che mamma ha comperato per me. Penso alla vita bella e comoda che ho avuto in sorte. Pur credente, mi chiedo come Dio possa permettere tali disparità. Sono entrata in crisi. Mi madre – gran donna – capisce e mi incita “Va dove ti porta il cuore”. Sono ripartita, ho comperato una casetta, aiutare quella gente è diventato il mio scopo. E visto che, orfanotrofio a parte, l’acqua era diventata il mio incubo, ho subito finanziato la costruzione di pozzi».
Protagonista di tanti musicarelli, lei fu anche volto amatissimo della Rai in bianco e nero con sceneggiati come “La cittadella”, “Piccole volpi” e “Davide Copperfield”. Cosa ricorda di quei tempi?
«Avevo a 20 anni. E la mia prima volta in via Teulada incontro questo tipo alto e magrissimo che mi dice (lui a me!) “Ma come sei magra!”. E subito mi porta al ristorante dove ordina per due: piatti pieni ma né io né lui tocchiamo nulla. Una situazione davvero ridicola. Ah, scordavo: si trattava di Andrea Camilleri».
Dopo il 1969 sparì quasi da cinema e tv. Come mai?
«C’erano i bambini piccoli. Con Gianni (Morandi, primo marito, ndr) vivevamo in campagna. Poi lui partì per il militare e restai sola in quella grande casa. Che tristezza. Con i bambini sto bene, però non puoi continuare a farne altri solo per sentirti occupata. Io poi avevo subito dei cesarei: altre gravidanze mi furono sconsigliate. Ci si innamora e si diventa un po’ imbecilli, nel senso che non valuti le conseguenze. E alla fine scopri che, per seguire il sogno, sei rimasta sola, hai perso l’amore, il contatto con la realtà, il lavoro e la tua strada. L’amore è come la scarlattina: è forte, travolgente ma lascia strascichi indesiderati. E questo anche se con Gianni abbiamo continuato a volerci bene. Ma eravamo molto diversi, con differenti esigenze: io, per esempio, ho la necessità fisiologica di viaggiare e scrivere. E con lui non mi riusciva più».
Il cinema e la tv l’avevano dimenticata?
«Restava la faccia da ragazzina ma l’età era sbagliata. Altre, come Ottavia Piccolo e Giulia Lazzarini, hanno continuato: ma in teatro. Io purtroppo soffro di panico del palcoscenico: la prima volta Arnoldo Foà mi dovette dare un cazzotto nella schiena per farmi uscire in scena. Troppa sofferenza. Mai più».