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 2026  aprile 05 Domenica calendario

L’impresa misconosciuta di Igor Savickij

Bisogna avere determinazione e tempo. Credere che ne valga la pena, esser certi che le esperienze di un viaggio non si riducono a qualche scatto per Instagram. E bisogna restare attaccati a queste convinzioni anche dopo esser arrivati. Perché a Nukus, ultima cittadina a occidente dell’Uzbekistan, oltre allo squallore dei nuovi palazzi in stile cinese, alla polvere e al caldo, non sembra esserci nulla.
Eppure è qui che Igor Savickij, pittore mancato di origini ucraine- era nato a Kiev il 4 agosto del 1915 – volle esiliarsi e fondò nel 1966 il museo d’arte più importante in fatto di avanguardie russe dopo l’Ermitage. Un “Louvre nel deserto” costruito in una terra lontana senza che le autorità sovietiche si accorgessero di quanto stava raccogliendo: oltre ottantamila pezzi e fra questi migliaia di opere di artisti imprigionati, uccisi o costretti a emigrare dal regime.
Cubisti, futuristi, costruttivisti, neo-primitivisti, esponenti insomma di quell’arte che Stalin chiamava degenerata. Il toro di Vladimir Lysenko, tanto per citarne una, fra i pochi quadri sopravvissuti di quest’artista internato in un ospedale psichiatrico e il cui vero titolo è Il fascismo avanza, in riferimento alla brutalità dello stalinismo. O i ritratti di Alexandr Nikolaev, giunto in Asia Centrale negli anni Venti come bolscevico e poi sbattuto in carcere in quanto omosessuale. Savickij comprava opere freneticamente, indebitandosi, pagando a rate, racimolando i fondi dalle istituzioni che riusciva abilmente ad ingannare grazie alla loro ignoranza.
«Nadezhda Borovaya aveva realizzato una serie di quadri sui gulag dopo averci passato buona parte della sua vita», racconta Marinika Babanazarova, collaboratrice di Savickij, nel solo documentario esistente su questa strana impresa e intitolato The Desert of Forbidden Art. «Quando i commissari del ministero della Cultura gli chiesero cosa rappresentassero i quadri mostrati, lui rispose che si trattava di campi di concentramento nazisti. Non solo li convinse, ma ottenne dei finanziamenti per pagare i dipinti».
Il museo
Oggi a Nukus il museo Savickij è un vanto. Un edificio moderno su due piani, ben tenuto e dove è esposta una parte della collezione. La capitale del Karakalpakstan, l’antica Corasmia, repubblica autonoma dell’Uzbekistan con tendenze secessioniste represse senza troppi complimenti, non ha molto altro da offrire. A est alcune fortezze e la grande torre del silenzio Chilpyk, dove gli zoroastriani esponevano i cadaveri fino al VII secolo.
L’avvento dell’Islam aveva cancellato la memoria di quel passato e le leggende locali parlavano di una rocca costruita da una principessa ribelle per il suo amante di origini umili. Affaccia sul fiume Amu Darya, l’Oxus dei greci che Alessandro Magno impiegò cinque giorni ad attraversare, lo stesso che divide in due Nukus. Più in là si fa rigagnolo a causa dei 47mila chilometri di canali voluti negli anni Sessanta per irrigare i campi di cotone a oriente.
Disastro ambientale
Così il lago d’Aral si è ridotto ad uno stagno, meno di un decimo della sua superficie originaria. Un deserto, punteggiato da rari villaggi come quello di Moyaq. Si raggiunge in tre ore percorrendo una strada malmessa. Ha un faro e un cimitero di pescherecci lasciati dove un tempo c’erano le rive del lago. Sopravvive come meta turistica con vista su uno dei disastri ambientali peggiori della storia che diventa pericoloso quando si alza il vento.
«Meglio non vivere qui», sottolinea Ahamed, l’autista che mi ha portato fino a Moyaq. «Hanno versato troppi fertilizzanti nelle colture intensive che si sono depositati sul fondo del lago. Ora è nella polvere».
Mentre lo racconta fa partire per l’ennesima volta Felicità di Al Bano e Romina Power. È fra i suoi brani preferiti, assieme al repertorio dei Ricchi e Poveri e a Samarcanda di Roberto Vecchioni. Certa musica italiana da queste parti va per la maggiore. Il giorno dopo, sempre Ahmed, mi farà scoprire un’altra possibile attrazione: un grumo di macchine in cerca di ombra parcheggiate sotto le ali di un vecchio aereo di linea.
Mosca, addio
La scelta di Igor Savickij di abbandonare Mosca per trasferirsi in una cittadina come Nukus, costruita nel 1932, deriva da una delusione profonda. Figlio di una famiglia ricca di Kiev, nato nel 1915 «nel privilegio e cresciuto da una governante francese» come ha scritto lui stesso, venne travolto assieme ai genitori e al fratello dalla Rivoluzione d’ottobre. Finì a fare l’elettricista sognando di diventare pittore.
L’opportunità l’ebbe partecipando alla prima grande spedizione archeologica nella Corasmia. Dipingeva il deserto durante le pause. Tornò a Mosca con i suoi quadri per farli vedere al pittore russo Robert Falk, artista influente che tanto ammirava. Il quale gli disse, senza usare mezzi termini, che era del tutto privo di talento. Ferito, Savickij fece a pezzi buona parte delle sue opere e tornò nel deserto.
Tre milioni di rubli
Cominciò con il collezionare oggetti tradizionali della cultura caracalpachi, le genti di lingua turca che abitano la zona e andò dagli esponenti del partito comunista locale a chiedere i soldi necessari. «Si presentò domandando tre milioni di rubli», ha ricordato qualche anno fa Kallibek Kamalov, già deputato caracalpaco al Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, morto nel febbraio scorso. «Una cifra astronomica sì, ma glieli diedi, anche se un po’ alla volta». I quadri arrivarono poco dopo. Iniziò dall’uzbeko Alexander Volkov, vicino al cubismo e non si fermò più allargando il raggio di azione all’Unione Sovietica e andando in cerca dei famigliari quando l’artista non era più rintracciabile, salvando dal deperimento e dall’oblio migliaia e migliaia di tele.
Gli ultimi container
Igor Vital’evi? Savickij morì a Mosca il 27 luglio del 1984, ucciso da un cancro ai polmoni provocato dai vapori tossici emessi dalla formalina che utilizzava per pulire i bronzi antichi. La spedizione degli ultimi due container di opere con destinazione Nukus la organizzò direttamente dal letto di ospedale, poco prima di passare a miglior vita.