Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 05 Domenica calendario

Pamela Villoresi parla del suo rapporto con il teatro

Quando non è prova al teatro Carignano di Torino, è sul Po a remare, da buona atleta senior che ha da poco vinto l’oro in una regata a Sabaudia. Fiera dei suoi 69 anni portati con grazia e vivacità, Pamela Villoresi è la protagonista di Circle Mirror Transformation della drammaturga americana Annie Baker, vincitrice del Pulitzer nel 2013: debutto il 7 aprile, nell’allestimento di Valerio Binasco, direttore dello Stabile torinese, anche interprete con Alessia Giuliani, Andrea Di Casa e Maria Trenta. Pamela, lei aveva già lavorato con Binasco.
«Sì, nella Ragazza sul divano e mi ero trovata molto bene. Quando mi ha chiamata per questo nuovo progetto ne sono stata felice. Lo dico senza esitazione: per me è il più bravo regista che ci sia oggi in Italia. Nella mia carriera, dopo Giorgio Strehler, c’è lui. Tra loro c’è mezzo secolo di differenza, linguaggi diversi, ma lo scavo, la precisione e l’attenzione al dettaglio sono comparabili. Valerio mi costringe a rimettermi in gioco. È faticoso, ma è un’avventura meravigliosa. È come se ci fosse una Pamela nuova oggi».
Come racconterebbe questo Circle Mirror Transformation?
«È come uno tsunami: all’inizio piccole ondine, tensioni sotterranee, rapporti che cambiano impercettibilmente. Poi è un crescendo sino al patatrac. Cinque persone che partecipano a un corso di teatro in una cittadina di provincia. Io sono Marty, l’insegnante. Sembra un laboratorio teatrale, ma in realtà è quasi un percorso psicoanalitico: mette gli allievi davanti alla propria verità. Vengono fuori cose scomode, anche dolorose, ma trattate con delicatezza e ironia».
Cosa dice al pubblico questo testo del 2009?
«Parla di tutti noi, di quanto siamo inconsapevoli di quello che diciamo e facciamo. Di quanta poca conoscenza ci sia di sé talvolta. Il teatro non dà risposte ma elabora domande, avvia riflessioni. Ti offre strumenti di conoscenza di te stesso e della società, ampliando la tua visione del mondo».
Secondo lei il teatro oggi sta meglio del cinema?
«Non c’è ombra di dubbio. Lo spettacolo dal vivo è irripetibile, umano, mentre il cinema ha avuto la sua epoca e credo si avvii verso la fine. Con tutto a disposizione a casa, le sale perderanno progressivamente la loro funzione. Il teatro, invece, resta insostituibile: bisogna andarci, viverlo, respirarlo. Anche per questo ha più futuro in una società dove tutto, ormai, è virtuale».
Lei lavora anche in tv e cinema. Ha preferenze?
«Sono un animale teatrale. Il teatro è stata la mia vita e il mio destino. La tv ha una grande responsabilità, entra nelle case di milioni di persone, e mi piace farlo: come nel caso di Don Matteo, certo più pop di molti lavori che affronto sul palco, ma mi impegno per farlo al meglio, anche per rispetto della platea così nutrita che lo apprezza. Il teatro, però, resta imprescindibile».
D’altronde, è sulla scena che ha mosso i primi passi.
«Sì, ho iniziato a 13 anni al Teatro Studio di Prato e a 14 facevo già la protagonista. Da piccola sapevo senza ombra di dubbio di voler fare l’attrice teatrale. Ma al Teatro Studio ho capito davvero che il palcoscenico era la mia casa, e lì è cominciata la mia vera vita. La notorietà presso il grande pubblico è arrivata qualche anno dopo con lo sceneggiato Marco Visconti, in cui io, diciassettenne, lavoravo con grandi attori come Franca Nuti, Raf Vallone, Warner Bentivegna, Gabriele Lavia. A quel punto mio padre, commerciante di tessuti, che era stato tacciato dai parenti di incoscienza per avere assecondato le mie scelte, iniziò ad andare in giro per la città orgoglioso, tenendo sotto il braccio i rotocalchi in cui ero in copertina».
Quali registi e colleghi le hanno lasciato di più, oltre a Strehler e Binasco?
«Molti. Marco Bellocchio con cui ho fatto Il gabbiano, i fratelli Taviani, Paolo Sorrentino che mi ha voluta per La grande bellezza, Mario Ferrero. E alcune colleghe che apprezzo, come Elisabetta Pozzi, Galatea Ranzi, Masha Musi, Roberta Caronia, Donatella Finocchiaro, Maddalena Crippa: non per nulla, quando ho diretto il Biondo di Palermo, le ho cooptate una dopo l’altra».
La presenza femminile in ruoli direttivi in teatro, però, è modesta.
«Quando sono stata direttore io, eravamo cinque donne in Italia a ricoprire quel ruolo. Oggi credo sia rimasta una sola. Il potere maschile continua a gestirsi da solo e la politica interviene a gamba tesa nelle nomine artistiche, riducendo le possibilità per le donne: con l’attuale governo più che mai».
Lei vive il teatro anche come impegno sociale, tanto da aver vinto un premio per la pace.
«Sì, ho fatto laboratori con ragazzi in contesti difficili, come il quartiere Brancaccio a Palermo. La cultura insegna molto».
Che farà in futuro?
«Interpreterò una riscrittura dell’ Elettra, ambientata nella Roma della ritirata nazista, e riprenderò Gin Game, con Giuseppe Pambieri. Amo poter passare da un registro all’altro: dal teatro più impegnativo a quello Boulevardier».
Ha ancora tempo per lo sport?
«Eccome, specie per il canottaggio agonistico. Aiuta quell’equilibrio tra corpo e mente che mi accompagna anche sul palco».