Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 05 Domenica calendario

Intervista a Paolo Jannacci

«Ho appena finito di incidere il nuovo album cantautorale. Ci ho lavorato per oltre quattro anni». Con Paolo Jannacci si parte dal futuro anche se non è tabù parlare del passato, babbo Enzo compreso: non è tra coloro che vivono male il riflesso di genitori famosi. «Oggi posso dire di avere superato questo complesso – spiegherà -: una conquista graduale che io e lui abbiamo gestito insieme sapientemente».
L’abbiamo appena vista a Canzonissima in una versione jazz di Vengo anch’io no tu no.
«È stata una grande emozione: c’era stato mio padre a Canzonissima con quel brano! Anche se in apparenza è leggero nascondono difficoltà: le liriche acute e profonde che toccano il tema della diversità e dell’esclusione si accompagnano a una musica piena di trabocchetti e salti carpiati. Ho scelto una versione non pragmaticamente pop ma più jazz, è la mia soggettività che si esterna. Un gioco che c’è anche nell’album. Tutti dicono che il jazz è difficile: il mio intento è renderlo fruibile al pubblico medio. Non sono per le cose di nicchia, ma per quelle che arrivano a tutti, pur nella loro difficoltà. Il jazz c’è e ci sarà sempre. È una questione armonica e mentale che è in me e nella mia famiglia».
Intanto è in tour con lo spettacolo Jannacci arrenditi! La città ascolta ma fa anche coppia con Stefano Massini in L’officina delle Storie e L’uomo nel lampo. Come è nata la collaborazione?
«Amo abbinare musica e storie: l’arte dell’intrattenimento teatrale mi arriva da una grande scuola, dal lavoro con papà, con Dario (Fo, ndr)... Massini aveva visto, mi ha cercato: gli erano piaciuti la mia musica e come mi inserivo. Ci siamo trovati in sintonia fin dalle prove al Piccolo : doveva essere un esperimento e dopo le prime Storie abbiamo fatto altri due lavori in cui la mia musica diventa come una colonna sonora che unisce tanti piccoli corti. Jannacci arrenditi! invece è l’attuale summa della mia musica, anche in questo caso unita al racconto di piccole storie. C’è il mio amore smisurato per Paolo Conte, le canzoni della mala degli Anni 50, Sei minuti all’alba di papà e il tema della guerra che nuovamente così vicina, Vedrai vedrai e i demoni di Tenco che sono poi quelli di tutti, qualche mia canzone».
Babbo a parte, quali i suoi riferimenti musicali?
«Enzo era impregnato di jazz, me ne ha fatto ascoltare molto e presto. Su questo fronte direi Oscar Peterson e Bill Evans. Herbie Hancock e Joe Calderazzo tra i contemporanei. Ma c’è anche l’Ottocento sinfonico. La grande tradizione dal melodramma da Verdi a Mascagni. Il pop-rock d’oltreoceano di David Foster e Quincy Jones che negli 80 hanno diffuso sonorità ritmiche che noi non sapevamo fare».
La scelta del piano come mezzo espressivo?
«Era in casa. Ho cominciato a strimpellarlo che non avevo 5 anni. Le prime lezioni poco dopo: avevo un discreto talento. Con papà che da una parte mi incitava ma anche mi ammoniva: che era un oggetto sacro di cui avere un sacro rispetto. “Non si scherza con la musica” è stato il refrain per anni. Poi è accaduto che me ne disamorassi e passassi al basso elettrico, salvo tornarci. Il piano è strumento vivo come il legno di cui è fatto: o sei un genio o ti prende l’anima se capisci i tuoi limiti e non li accetti. Così è stato per me all’inizio, poi con l’età ho acquistato un po’ di saggezza: ho imparato i miei limiti ma anche ad accettarli. Ed è questa capacità che ti dà il giusto orizzonte in cui muoverti».
Figlio di un padre celeberrimo e celebrato, anche lui musicista per giunta, come ha affrontato l’eredità di un nome che avrebbe potuto essere molto ingombrante?
«Oggi posso dire di avere superato questo complesso. Ma è stata una conquista graduale, che io e lui abbiamo gestito insieme sapientemente. Ho scelto la musica, certo, ma diversificandone il più possibile l’approccio: lui il frontman, il leader a tutto tondo che racconta storie, che usa la voce; io il musicista che lo affianca e il produttore che lo accompagna. Anche quando avrei voluto mordere il freno, ho evitato di uscire dal mio ruolo, almeno finché non è stato chiaro (a entrambi) che ero pronto. Regola base: non fare mai ciò di cui non sei sicuro, anche se l’hai provato cento volte. Sbagliare, imparare dagli sbagli e poi... non fare: altra regola aurea. E comunque: ancora oggi, e sono passati molti anni, c’è chi fa paragoni tra noi, sulla marcia in più di Enzo... Scegliere di percorrere strade diverse ha impedito questo rischio terribile e mi ha difeso».
Quando lo affiancò per la prima volta?
«Avevo 17 anni ed eravamo su un barcone sui Navigli: suonai (alle tastiere, non ancora al piano) un unico brano, Quella cosa in Lombardia. Feci una gran confusione, ma alla fine portammo a casa il risultato. Già la seconda volta fu su un livello superiore: con un’orchestra di grandi professionisti. Solo dopo questo rodaggio iniziammo a fare concerti da soli. Dal 1994 poi ho preso le redini della produzione: con il discografico Toni Verona abbiamo portato papà su un altro livello sonoro e artistico, un po’ meno virato sul pop e di più sul jazz».
Il suo primo concerto da spettatore invece?
«Andai con mamma a vedere papà che suonava. Con lui anche la prima PFM, quella di Mussida, Pagani, Di Cioccio. E poi, più avanti, Lucio Dalla: entusiasmante. Partiva da idee che erano come immagini cinematografiche e lui trasformava in sonorità. Ancora oggi mi commuovo a sentire le sue canzoni».
Che casa era la vostra? Fin da bambino, ne avrà visti di ospiti illustri.
«Li sbirciavo da dietro la porta della mia stanza. Se appena facevo il tentativo di aggregarmi, venivo subito spedito a letto. Non si disturbavano i grandi. Non capivo sempre bene tutto, però so che mi hanno lasciato un preciso imprinting. Me ne sono accorto quando ho fatto Zelig con la generazione di comici più giovane. Erano quelli del Derby: Cochi e Renato, Boldi, Andreasi, Beppe Viola, Paolo Rossi, Abatantuono... Ricordo Gaber, suo amico dai tempi del liceo che avevano fatto insieme, che consigliava papà di andare a Sanremo nel 1991 con “La fotografa”. Era un solido gruppo di amici che si sono aiutati a vicenda, ciascuno contribuendo a modo suo con un reciproco scambio di idee. Tanto che, lavorando così, era spesso molto labile il confine tra chi aveva creato cosa».
E Dario Fo?
«Era Enzo che andava da lui, non viceversa. Era il padre nobile. Se ne percepiva in modo quasi tattile la grandezza e la cultura, il valore poetico e sociale delle sue cose. Il tutto però stemperato da una gioia di vivere quasi fanciullesca che gli permetteva di essere così popolare. È il nostro Molière. Ho imparato molto da lui: l’importanza del giullare del principe che non critica, non fa politica, ma che con lo sberleffo sottolinea e suggerisce la giusta via».
Una curiosità, per finire: com’è arrivata una sua canzone, Che si fa, in Somewhere di Sofia Coppola?
«Tutto molto banale, più di quanto si pensi: aveva problemi di diritti per la canzone che aveva scelto per una scena con Valeria Marini. Questo aveva bloccato la produzione. Era quasi Ferragosto e Michele Anzalone, produttore della seconda unità italiana del film (con cui avevo lavorato parecchio scrivendo musiche per pubblicità: ho realizzato decine di jingle), mi chiese di fargli al volo un brano. Mi diede il brief e dopo due giorni ero pronto. Ricordo che andai da lei in hotel, la tensione che si respirava nell’aria: tutti terrorizzati dal suo verdetto. Gliela feci sentire. “Ma mi hai fatta una hit!” disse. Sollievo generale. Il calo di tensione lo percepii fisicamente».