La Stampa, 4 aprile 2026
Intervista a Don Gabriele Vecchione
Don Gabriele Vecchione non pontifica. Lui brucia. Brucia di un «fuoco ardente, che non permette di tacere» e trasforma il sacerdozio in un ministero «rischioso, inattuale, impopolare». Classe 1988, è il cappellano che incontra i giovani universitari della Sapienza di Roma, non su TikTok ma di persona. Ha un profilo su Instagram e Facebook, dove non pubblica contenuti divertenti perché «da ragazzo ritenevo degli sfigati i preti che facevano i balletti, e non voglio fare la stessa fine». Gigante buono, capelli arruffati, l’anno scorso ha deciso di fondare la Comunità San Filippo Neri per accogliere i ragazzi fragili: i suoi «figli dispersi», ai quali vuole far sapere che «dentro e oltre la loro disperazione qualcuno li sta pensando e sta desiderando la festa del loro ritorno». Agli adolescenti parla della vita (eterna e terrena), offre un luogo dove stare ma soprattutto guarda insieme a loro la morte negli occhi: la sfida è tutta lì, come spiega nel libro Vorrei che fossi qui (Piemme). Il saggio è un cammino di preparazione alla Settimana Santa, dove la riflessione sul Calvario si incarna nei racconti delle persone che ha incontrato, ma è anche una riflessione sulla morte perché «Se non dai un’interpretazione alla morte, non hai interpretato la vita. Nel nostro ultimo giorno ci verrà chiesto: “Hai vissuto?"».
Per questo, oltre alla dedica a Luciano Cardinali, il libro è in memoria di Eleonora Fallarino, Valentina Passaretta, Carlotta Sonnino?
«Ho scritto Vorrei che fossi qui mosso da un’urgenza: dare un senso a queste tre morti. O sono collegate alla risurrezione di Cristo, e c’è un’interpretazione, oppure siamo nell’assurdo. E io non so se voglio vivere nell’assurdo. Cardinali invece è un mio amico entrato in seminario e che, come ogni prete, vivrà sempre al confine tra il bene e il male».
Non dovreste essere esempi di santità?
«Più che santi subito, direi santi... dubito. Non ho mai interpretato la figura del prete come un modello di perfezione, né ho sentito su di me tale aspettativa. Per me vuol dire consumarmi d’amore, sentire il fuoco del salvato, fare cose rischiose come predicare il Vangelo in un tempio del sapere come l’università, o annunciare la vita eterna al funerale di un ragazzo. Essere qualcuno che darà la vita per i suoi, non un impostore che si tirerà indietro».
I giovani cercano ancora il sacro?
«Il sacro per il sacro non interessa più: cercano la verità e l’autorevolezza, ed è meglio così. Gesù aveva squarciato il velo del tempio: il sacro nasconde Dio. Dio si è manifestato pienamente nella carne umana, nell’essere comunità».
Nel libro parla di “infelicità funzionale”. Una volta questa era appannaggio degli adulti, mentre i ragazzi riuscivano a gridare che il Re è nudo. Oggi invece?
«Gli adulti sono più disperati dei giovani: molti cercano di rifarsi una vita a cinquanta/sessant’anni mentre dovrebbero solamente prepararsi al transito celeste. Io non ho nemmeno 40 anni e ho già fatto testamento perché se tu sai morire sai vivere. Quanto ai ragazzi, fanno i conti con un demone che si chiama accontentarsi. Non puntano più alle stelle, non sognano in grande. Hanno barattato una vita felice con un’esistenza agiata, la gioia con il comfort».
Secondo l’ex prete Don Alberto Ravagnani, la Chiesa non riesce a intercettare più i giovani, e forse nemmeno gli adulti. La sua rinuncia al sacerdozio è una provocazione che fa riflettere?
«Ravagnani ha fatto della sua vita un pensiero, e io non faccio pensieri a partire dalla biografia dei singoli».
Ma c’è un problema di forma, e di sostanza, che allontana i fedeli?
«Non ho mai assistito a conversioni attraverso i social, e la Chiesa abita già tutti i luoghi, dalle carceri al web. Non si tratta nemmeno di fare spazio alle istanze mondane. È semmai un problema di indole: tu, prete, hai o no il sacro fuoco del Salvato? Quando eravamo ragazzi non amavamo il professore più forbito nel parlare, o il più bravo, ma quello che aveva a cuore che noi imparassimo. Il vero errore sta nell’attribuire ai giovani il declino della fede tra i giovani».
I preti della sua età sono pochissimi. Si sente più sopravvissuto o mosca bianca?
«Nessuna delle due cose. Non sono nato con la camicia da prete e il colletto bianco. Non avrei mai pensato al seminario se un giorno, in confessione, un prete non me lo avesse proposto. Ci ho riflettuto tre anni, combattendo anche con le resistenze dei miei genitori».
Temevano fosse stato manipolato?
«No, sapevano che era impossibile: appena sento che la mia libertà è limitata, tiro fuori gli aculei».
Ma la vita sacerdotale non vive di restrizioni?
«In seminario sei chiuso dentro, ad ascoltare conferenze a volte tediose, senza poter uscire: nessuno ti promette il paese del Bengodi, è chiaro quale sia l’ingaggio. Però a tenermi lì è stata l’esperienza della misericordia che mi ha liberato dai sensi di colpa per essere quello che sono. Per me conoscere Dio ha coinciso con l’amarmi ed essere felice. Per questo non mi piace chi critica la Chiesa: io le devo tutto, è una madre, e quando mamma si ammala, diventando vecchia e ripetitiva, hai due opzioni. O la metti in una rsa, e la vai a trovare solo una volta al mese, o te ne prendi cura, caricandola sulle spalle. Se cade la prima linea, tu diventi la prima linea».
Non le va stretto nemmeno il celibato?
«Una volta un padre di famiglia mi disse: “La tua paternità è molto più importante della mia” perché a un certo punto i figli, come è giusto, smettono di confidare tutto ai genitori mentre parlano ancora con noi. Da ragazzo la solitudine mi spaventava e ancora adesso è difficile perché nel sacerdozio è radicale. Ma è in questo vuoto che ho incontrato figli, fratelli, amici: li ho, diciamo così, “adottati” perché ero da solo e ho potuto fare spazio a chi ne aveva bisogno. Se perdo la mia solitudine divento un pessimo padre. A volte penso che il celibato sia un anticipo di Paradiso: lì Dio sarà tutto».
Perché non vale lo stesso discorso se il celibe è un laico?
«Non sono d’accordo con chi sostiene che le vocazioni siano due: il matrimonio o la consacrazione. Ne esistono tante quanti sono gli esseri umani. Ognuno ha la vocazione a essere se stesso in pienezza, secondo la misura più ampia dell’amore».
La fede è entrata a gamba tesa nei discorsi elettorali: da Trump fino all’anticristo di Thiel. Un’appropriazione indebita?
«Più riusciamo a tenere separati il trono e l’altare, meglio è. I leader politici hanno una povertà culturale e identitaria senza precedenti, per questo attingono al cristianesimo: lì trovano una identità e un arsenale immenso di spiritualità e di cultura. Purtroppo ci sono chierichetti di Stato che forniscono loro questa identità: penso al patriarca di Mosca che ha benedetto come una guerra di civiltà l’invasione dell’Ucraina».
Nel libro sottolinea che Gesù tiene per sé la sua allegria: perché non è mai felice?
«Perché la sua felicità è tutta da scrivere: siamo noi. Noi siamo il sorriso di Cristo dopo la sua Resurrezione. È un finale aperto».