La Stampa, 4 aprile 2026
Intervista a Umberto Pizzi
Non chiamatelo paparazzo. «È un termine brutto». D’altronde Umberto Pizzi, classe 1937, con la sua macchina fotografica ha messo nero su bianco e a colori la storia di un pezzo di questo Paese, raccontando più i vizi che le virtù. «Le fotografie a differenza delle parole ti dicono la verità, e parlo di scatti veri non di quelli falsificati dai social». E adesso una docuserie di Rai Cultura, prodotta da Quantica, ci farà entrare nella vita e nell’archivio «monstre» di Umberto Pizzi. Dall’11 aprile su Rai 5 (canale 23 del digitale terrestre) per quattro episodi.
Allora Umberto la docuserie si chiama “Profumo di Pizzi”, ma per molte persone le sue foto sono state profumi amari. Chi si è arrabbiato di più tra le sue vittime?
«Dipende dalle epoche. Ma partendo dagli albori, Liz Taylor non mi hai perdonato di averla ripresa al ristorante del Grand Hotel con Richard Burton, mostrando la fragilità del suo grande amore, ormai malato. Prima di quello scatto eravamo in buona, io la seguivo ovunque e grazie a lei mi sono comprato un appartamentino».
La serie inizia proprio con gli anni della Dolce Vita. Lei come iniziò?
«Lavoravo da un ricco signore senza una gamba, in via Veneto, era il 1955. Ho visto via Veneto nascere grazie al cinema americano quando cominciarono ad arrivare le star. Io ero solo un osservatore e all’angolo con via Ludovisi c’era un ragazzo un po’ più grande di me che faceva i disegni per i turisti e si chiamava Federico Fellini. Ero appassionato di fotografia così una sua amica mi presentò alla Fao. E iniziai per poi capire che si guadagnava meglio scattando foto ai divi del Cinema che invadevano Roma negli anni della Hollywood sul Tevere».
Nacquero i paparazzi.
«Fu Edilio Rusconi, allora giornalista, a far capire ai fotografi, poveri in canna, che dovevano andare a Via Veneto dove c’erano le star per fare soldi e non pietire qualche soldo ai turisti».
Star internazionali ma anche Mastroianni, la Loren, la Magnani.
«La Loren cercava di sfuggirmi ma io la tampinavo, Mastroianni era spesso cupo, e quando mi vedeva mi diceva “’a Pizzi, vai a fare il metalmeccanico"».
E lei cosa rispondeva?
«Vacci a farlo tu...».
Tu sei stato il cantore della Roma della Dolce Vita e poi anche della Roma cialtrona e decadente degli Anni 80 e 90.
«Il clou della Dolce vita fu negli Anni Sessanta e la sua fine Anni Ottanta, inizio Anni Novanta. Quando si parla della Roma ladrona e godona, ci si riferisce a una società che amava gli eccessi, che si lasciava andare al trash».
A cosa sta pensando in particolare?
«A una foto che segna un confine, quella scattata a Venezia, il 31 agosto del 1991, nelle sale del palazzo dei conti Volpi di Misurata, durante la festa per i diciotto anni di Elisabetta de Balkany, figlia di Maria Gabriella di Savoia. Verso le tre arrivò la contessa Francesca von Thyssen Bornemisza con un lungo strascico colorato che il fidanzato improvvisamente sollevò rivelando il sedere. Ecco credo che con quello scatto sia cominciata l’era “cafonal”, dove a farla da padroni erano soldi, potere e volgarità. Con quella foto mi sono arricchito, pubblicata anche dal New York Times, e ci ho comprato casa».
Cambiava in quegli anni la classe dirigente.
«Altra foto emblematica quella al Gilda, la discoteca romana, con attovagliata un pezzo della nuova politica dell’era Berlusconi a iniziare dai leghisti e dagli azzurri di Forza Italia. Io sono quello che ha cominciato a fotografare il potere. Era quello lo spettacolo altro che cinema, e loro ci stavano».
È vero che Giorgia Meloni la chiama «il comunista»?
«Si, affettuosamente. E quando arrivavo a Atreju ai suoi diceva: “Ragazzi è arrivato il compagno Pizzi, trattatelo bene”. Con lei ho sempre avuto un buon rapporto. Prima a che diventasse capo del governo ci incontravamo e mi salutava affettuosamente con il bacio sulla guancia. Io c’ero quando venne presentata a Berlusconi a una festa di Maurizio Gasparri. Lui la portava allo stadio, la portava a cena da Maria Angiolillo».
Il politico che ha amato di più?
«Devo tornare agli anni belli della politica, e allora dico Berlinguer. Ma ho sempre avuto ottimi rapporti anche con Giorgio Almirante e con sua moglie Assunta».
Quelli con cui ha avuto rapporti più complicati?
«Umberto Bossi, che dopo una foto mi fece il dito medio, ma anche Renato Brunetta che mi ha fatto cacciare da un convegno dove parlava».
E perché?
«Non mi ama. Forse perché una volta lui usciva dal palazzo del Quirinale con una cravatta che sembrava un cappottino ho scattato e la foto era ridicola ma non è colpa mia».
Chi ti ha dato più soddisfazione dei politici di quell’epoca?
«Gianni De Michelis ma anche il povero Cirino Pomicino. De Michelis a Venezia faceva delle straordinarie feste di Carnevale io stavo fuori ad aspettare e lui un anno mi invitò a salire ma senza macchina e io dissi di “no”. Una sera al Jackie’O uno gli tolse la sedia di sotto e cadde rovinosamente, era la fine della prima Repubblica. Quella foto non l’ho fatta, e nemmeno quando salendo le scale, già malato, cadde a faccia avanti. Era solo una foto cattiva. Poi, come dicevo, sono arrivati quelli che odiavano Roma ladrona ma fecero peggio di quelli di prima. Facevano i moralisti la mattina e poi la sera si scatenavano, soprattutto i nordisti, uscivano dalla nebbia e si sono trovati al luna park».
Bettino Craxi?
«Avevo un buon rapporto con la moglie Anna, grande ballerina alle feste. Lui non era molto disponibile. Una sera stava a un ristorante con Anja Pieroni, si avvicinarono le guardie del corpo e ci minacciarono. Quelle foto non dovevano uscire».
Berlusconi?
«Mi chiamò una volta alla festa di Rotondi a villa Aurelia per farsi fare una foto circondato dalle ragazze. “Pizzi vieni qui”. Noi il suo partito o chiamavamo Forza Gnocca».
Lei ha detto che l’era del “Cafonal” è arrivata con Berlusconi.
«Certo. Berlusconi ha dato il libera tutti».
Definirla un “paparazzo” è riduttivo, lei è stato un fotoreporter che ha raccontato con le immagini pezzi di storia italiana, come il rapimento di Aldo Moro. Cosa ricorda di quel 16 marzo del 1978?
«Fui tra i primi ad arrivare a via Fani. Come sempre lavorai da solo, senza mettermi nel capannello di colleghi. Feci la strada in contromano e quando arrivai camminavo sui proiettili. Lavoravo in quel periodo per il tabloid americano People Magazine che mi chiese poi di seguire la famiglia Moro nei giorni del rapimento. C’ero quando la figlia andò a recuperare a Ponte Milvio l’ultima lettera del padre».
Come è oggi fare il paparazzo nell’era del digitale e dei social?
«Oggi il paparazzo non esiste più, è una cosa immaginaria. Guarda l’attentato a Trump, dove le foto sono fatte con il computer. I fotografi, quelli veri, fanno la fame. Oggi tutti i luoghi di potere hanno le loro foto e le regalano. E poi ci sono i telefonini. Io sono uno degli ultimi bisonti».