D - la Repubblica, 5 aprile 2026
La rinascita di Friends
Se il passato è diventato virale diffondendosi nel presente su TikTok e Instagram, è anche perché gli oggetti di ieri appaiono esotici e strambi, ma soprattutto durevoli. Come reperti eccentrici che restano perché li puoi toccare, a differenza di tutto ciò che è inafferrabile e fa parte delle nostre vite online di oggi.
Tanto tempo fa le relazioni necessitavano ritmi lenti, vicinanza fisica ed esperienze tattili. Con gli oggetti e le persone, insomma, dovevi conviverci. Come con i protagonisti di una “serie” (diciamo oggi) che è stata il “telefilm” (dicevamo ieri) più seguito negli anni 90, Friends, che sta vivendo una gloria bis. Le dieci stagioni (prodotte dal 1994 al 2004) raccontano le dinamiche di sei amici, Jennifer Aniston, Courteney Cox, Matthew Perry, Matt LeBlanc, Lisa Kudrow e David Schwimmer. Vent’anni dopo, le piattaforme di streaming ripropongono tutte le stagioni, un marchio di fast food mondiale sta regalando pupazzetti con le facce dei protagonisti e i capelli di Aniston continuano a possedere vita e fama proprie (l’espressione “taglio alla Rachel” è universalmente riconosciuta).
Una vera e tangibile rinascita, che lo scrittore Jonathan Coe aveva intuito e preconizzato nel suo romanzo La prova della mia Innocenza (Feltrinelli), in cui le due protagoniste ventenni (Phyl e Rachida), appassionate di Friends, grazie a un indizio celato in un episodio, riescono a risolvere un mistero reale. Per i personaggi del suo romanzo Coe ha tratto ispirazione dalle figlie: “Sono molto attratto dal fascino che esercita Friends sui ragazzi della GenZ. Così come mi ha sempre incuriosito quanto il genere thriller trasmetta agli spettatori grande sicurezza: gli assassini restano dentro lo schermo, distanti”. Allo stesso modo gli anni 90 raccontati in Friends hanno un effetto rassicurante sui ragazzi. “Avrò visto ogni puntata almeno due volte e alla fine ho capito il motivo del nuovo successo della serie: mostra un decennio passato che per i ventenni rappresenta una comfort zone, un’epoca lontana in cui non si viveva sugli smartphone, i rapporti erano veri, ci si parlava in faccia e ci si dava appuntamento in un bar, in una caffetteria. Perché si prova ancora nostalgia per quei tempi? Può essere pericoloso questo rimpiangere periodi non vissuti?”.
La nuova nostalgia funge da meccanismo di difesa contro l’ansia e l’incertezza, ma è anche un paradosso: ricerche sottolineano come questo ritorno sia una possibile trappola in cui si rischia di rimanere incastrati. “Credo che non si voglia tornare realmente a vivere nel passato”, precisa lo scrittore inglese, “ma il modo in cui vengono presentati quegli anni possono essere un incredibile balsamo per l’anima. Questa nostalgia è particolarmente attraente per chi, come me, è nato e cresciuto in un mondo diverso, in cui il costo della vita era più basso e l’assistenza sociale più generosa”.
Dopo Cambridge, negli anni 80 Coe si è trasferito a Londra per realizzare il sogno di fare lo scrittore. “Quando sono arrivato in città, il thatcherismo era cominciato da poco, vivevo in una casa popolare con un gruppo di studenti di medicina a Bermondsey, nel sud-est di Londra, guadagnavo 30 sterline a settimana con lavoretti part-time e pagavo solo 32 sterline al mese per l’affitto. Questo mi ha dato la libertà di diventare uno scrittore. C’erano più possibilità, più occasioni e maggiori tutele per i giovani scrittori, per i musicisti e gli artisti”. In quel periodo, il movimento conservatore inglese era molto diverso. “Uno dei motivi per cui ho scritto La prova della mia innocenza è stato indagare i cambiamenti degli ultimi quarant’anni. La destra ha preso una piega molto oscura e, col senno di poi, perfino la Thatcher oggi inorridirebbe vedendo gli effetti a lungo termine di alcune sue politiche. E sono abbastanza sicuro che si sarebbe opposta duramente alla Brexit”.
Come spesso anche nei suoi libri, la visione di Coe del presente è influenzata dalla sua attenzione nostalgica per il passato: il fascino che su di lui esercita, ma anche l’inquietudine che provoca il fatto di non poter contare oggi su una rete di relazioni, pubbliche e private, nonché di potersi affidare più come un tempo a un solido sostegno sociale e politico.
“Stiamo vivendo all’indomani di un passaggio storico cruciale: quello in cui la responsabilità e la coscienza collettiva sono state sostituite dalle aspirazioni di singoli individui. Per questo motivo tendiamo a idealizzare i tempi in cui potevamo contare gli uni sugli altri, quando ci sentivamo davvero parte di una comunità, grande o piccola, grazie alla quale tutto sarebbe stato possibile”. Come in quell’appartamento del Greenwich Village abitato da sei coinquilini uniti da un legame di forte amicizia. In questo senso la visione di Friends offre conforto: non per il gusto del revival, ma per fare rivivere, o vivere per la prima volta, il tempo (migliore) che fu.
“Spero che questa tensione al passato sia un segnale, magari l’inizio della fine della visione individualista che ha portato l’America a eleggere per due volte Donald Trump e che sta diffondendo nel mondo ideologie dell’estrema destra. Da romanziere, mi interessa tutto ciò che le persone si dicono per motivare le proprie decisioni, per dare un senso a ciò che non ne ha. Tutti lo fanno. Quindi tutti raccontiamo storie”.