il venerdì, 5 aprile 2026
Bowie, Sex Pistols e gli altri: quando il rock flirta con l’ultradestra
Testi che evocano il Führer. Collezioni di memorabilia del Terzo Reich, come quelle di John Lennon o Eric Burdon. Svastiche negli artwork dei debutti di Motörhead e Birthday Party o sulle t-shirt di Sid Vicious e Kanye West. I fulmini delle SS nei loghi di Kiss e Slayer. Uniformi naziste in chiave farsesca – come quando Keith Moon degli Who e Vivian Stanshall, vestiti da Hitler e Heydrich, seminarono il panico in un quartiere ebraico di Londra – o in posa shock-glamour, come Brian Jones dei Rolling Stones con la Croce di Ferro al collo.
Il rock è stato anche questo: a raccontarcelo ci pensano le trecento pagine di This Ain’t Rock ‘n’ Roll. Pop Music, the Swastika and the Third Reich, saggio di Daniel Rachel, ex musicista e storico della cultura pop. Un disturbante vaso di Pandora, una cronologia implacabile di momenti in cui la musica ha attinto all’immaginario nazista. Il titolo cita Future Legend di David Bowie; la copertina riprende An Ideal for Living (ispirato a un poster della gioventù hitleriana), il primo Ep dei Joy Division – che, a loro volta, presero il nome dai bordelli nei campi di concentramento istituiti da Himmler.
«Da adolescente ero fan dei Sex Pistols», racconta Rachel, «e trovavo “divertente” vedere Sid Vicious con la svastica in The Great Rock ‘n’ Roll Swindle. Un giorno mia madre tornò a casa con un Vhs su cui c’era scritto solo “Olocausto”. La nascosero in cima a una libreria. Un pomeriggio, mentre erano fuori, la guardai: un’ora di filmati della liberazione dei campi. Quando accostai quelle immagini al teatro dei Sex Pistols, rimasi profondamente confuso».
«Lo snodo arrivò proprio nel biennio ’76/’77», prosegue Rachel, cresciuto in una famiglia ebraica a Birmingham. «Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, la coppia che plasmò il look del punk inglese, sdoganarono la croce uncinata come elemento di stile. Quel simbolo, dal 1919 dichiaratamente antisemita, ha preso a vivere di vita propria, tollerato da artisti, manager, etichette, media e mai abbastanza combattuto».
Gran parte degli artisti menzionati nella disamina di Rachel si è smarcata riconducendo i fatti a goliardate. Peter Hook, bassista di Joy Division e New Order, tagliò corto: «Eravamo solo ragazzi ossessionati dalla guerra, non avevamo un briciolo di politica in corpo». Siouxsie Sioux, icona del punk gotico, spiegò che la fascia con la svastica al braccio era uno sberleffo camp contro la generazione dei genitori. «La parodia è stata un modo per elaborare il trauma del conflitto», riconosce Rachel, «ma bisogna fare distinzioni: quando Brian Jones o gli Stooges giocavano con l’iconografia nazista, l’effetto era inquietante. Bernie Rhodes, figlio di una sopravvissuta all’Olocausto, si rifiutò di assecondare quell’estetica e divenne il manager dei Clash, che furono tutt’altra cosa in fatto di consapevolezza».
Ebbero un’enorme influenza anche tre film italiani: La caduta degli dei di Luchino Visconti, Il portiere di notte di Liliana Cavani e Salon Kitty di Tinto Brass. «La loro risonanza è profonda e continua oggi, completamente decontestualizzata, vedi Madonna o Lady Gaga»: entrambe attinsero al film di Cavani, rispettivamente nei video di Justify My Love e LoveGame.
La Germania vieta per legge i simboli nazisti. Il Regno Unito no. Eppure i tedeschi D.A.F. hanno fatto ballare il mondo con Der Mussolini – e nel libro anche il Duce fa qualche fugace apparizione. I Kraftwerk sono stati un sofisticato esempio di come affrontare temi “proibiti” giocando sul filo dell’equivoco. «Usarono codici visivi che rimandavano al fascismo ma anche all’avanguardia russa di El Lissitzky. Evocavano la radio del popolo, l’autostrada come infrastruttura del Reich: nelle copertine, nell’estetica, nelle canzoni». Ma anche il gruppo di Düsseldorf ha sempre respinto questo genere di critiche.
Bowie ha avuto col nazismo il rapporto più complesso. Nel 1976 a Victoria Station lo immortalarono mentre sembrava fare un saluto fascista. «Non è mai successo, semplicemente salutavo», disse interrogato sull’argomento. Rachel aggiunge: «Era un uomo colto: studiava, collezionava cimeli, aveva progettato un film su Goebbels, usò quell’immaginario nei testi per oltre un decennio. Disse che Hitler era stata la prima rockstar della storia. L’abuso di cocaina non è sufficiente per spiegare anni di attrazione così profonda per il Terzo Reich».
Il rock è stato più volte accostato alla grandeur mistica dei totalitarismi. «Molte rockstar hanno guardato i filmati dei raduni di Norimberga riconoscendo che l’equivalente moderno non era nell’ideologia ma nella dinamica: la seduzione del pubblico. Gene Simmons disse che Bowie, Bryan Ferry, Mick Jagger videro Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl pensando: “È proprio quel che facciamo”. L’uniforme nazista evocava potere, minaccia e sessualità. McLaren – che tra l’altro era ebreo – e Westwood l’avevano capito benissimo».
Rachel prova a capire l’indulgenza del mondo della musica nei confronti del nazismo – in un Paese, il Regno Unito, dove l’Olocausto entrò nei programmi scolastici solo nel 1991, e in metà degli Usa ancora oggi non lo si insegna –, secondo lui molto più marcata rispetto a temi come razzismo e sessismo. Va detto: è una narrazione “spietata” che, a tratti, fa vacillare il cuore dell’appassionato. «Ma io non voglio “malmenare” il lettore né spingerlo a “bruciare” i propri dischi», chiosa. «È cronaca. Sta a chi legge trarre le proprie conclusioni».