repubblica.it, 6 aprile 2026
Playmobil, il giocattolo si è rotto.
La nave pirata, l’omino della polizia con la paletta, il camion dei pompieri, i cavalieri medievali: generazioni intere di bambini sono stati chini su piccoli omini sorridenti con le mani a tenaglia, a sognare e costruire trame avventurose. Ma ora i leggendari Playmobil sono talmente in crisi che se vent’anni fa l’azienda puntava a comprarsi la rivale Lego, oggi il fatturato dei tedeschi vale un ventesimo di quello dello storico concorrente danese. E a fronte dell’ultimo, drammatico crollo degli utili, l’azienda della Franconia ha deciso di spostare la produzione da Dietenhofen alla Repubblica ceca e a Malta. Dopo oltre mezzo secolo, Playmobil lascia la Germania.
Una mossa clamorosa che secondo un’inchiesta dello Spiegel puzza di disastro annunciato. Il settimanale racconta una malagestione dovuta a trame oscure, faide interne e un clima di terrore che si è insinuato in ogni angolo dell’azienda sin dalla morte del fondatore, Horst Brandstätter.
Dal 1974 a oggi Playmobil ha prodotto 3,8 miliardi di omini in 9.300 varianti diverse: fino alla morte del patriarca, nel 2015, macinava miliardi di fatturato. Playmobil era un fiore all’occhiello del cosiddetto “Mittelstand”, le medie aziende che rappresentano la spina dorsale dell’industria tedesca. Ma quei tempi sono tramontati da un pezzo. E nell’ultimo bilancio, dopo anni di guadagni in calo, si è aperta una voragine negli utili da 120 milioni di euro.
Conny Brandstätter, figlio del fondatore, non usa mezzi termini descrivendo il padre come “un narcisista” che non gli consentiva neanche di chiamarlo papà. Ma indubbiamente un genio imprenditoriale. Che forse, a partire dal 2008, aveva cominciato a perdere la bussola. È allora che Horst Brandstätter aveva iniziato a trattare sempre più generosamente la sua segretaria, Marianne Albert. Fino a lasciarle la guida delle due fondazioni cui ha affidato la sua eredità miliardaria e la guida dell’azienda.
Il figlio Conny, che aveva girato il mondo a stringere mani e concludere accordi, è stato liquidato con soldi e proprietà immobiliari: le redini di Playmobil sono finite nelle mani di Albert, che dal 2015 ha cominciato a governare l’azienda con pugno di ferro e controllo maniacale di ogni dettaglio. Ma senza guizzi, prosciugando l’enorme ricchezza lasciata dal patriarca senza mai osare nulla, assottigliando di anno in anno i margini di guadagno. I suoi top manager hanno rischiato poco: mentre la Lego si accaparravano i diritti di Guerre Stellari, Playmobil comprava quelli della Bundesliga. E, di anno in anno, gli utili in discesa provocavano un’unica risposta: licenziamenti.
Nei corridoi dell’azienda lo Spiegel ha raccolto testimonianze a microfoni spenti di licenziamenti improvvisi, top manager tirannici e un clima generale di terrore. É sconsigliato ridere alle macchinette del caffè perché si rischia una strigliata di Marianne Albert in persona. E mai trasportare una tazza senza vassoio: la super capa detesta le macchie di caffè sulla moquette. Soprattutto, l’ex segretaria del fondatore ha creato anni fa un marchio autonomo che ha assorbito una parte consistente delle ricchezze dell’azienda. Un modo, insinua Spiegel, per tutelarsi da un eventuale fallimento di uno dei più leggendari marchi di giocattoli della storia. Per Conny Brandstätter il verdetto è chiaro: la Albert “distrugge l’azienda mentre si riempie le tasche”. E gli omini della Playmobil, intanto, saranno costretti a traslocare lontano da casa.