la Repubblica, 6 aprile 2026
Gian Carlo Caselli ricorda i suoi anni da magistrato
L’uomo che arrestò Renato Curcio e s’insediò a Palermo il giorno in cui presero Totò Riina, il giudice che sostituì Giovanni Falcone, ci osserva dai suoi quasi 87 anni (a maggio) nella piccola stanza che è il suo studio, circondato da una vita sotto forma di libri, oggetti, fotografie, disegni.
Gian Carlo Caselli cosa significa la vittoria del No al referendum?
«Che gli italiani non volevano permettere uno sfregio alla Costituzione. Se avesse vinto il Sì, presto o tardi una parte della magistratura sarebbe stata controllata o condizionata dall’esecutivo, con un danno irreparabile per la democrazia».
A Napoli, i suoi ex colleghi hanno cantato Bella ciao: troppo?
«Io ho festeggiato con un bicchiere d’acqua insieme a mia moglie».
Caselli si è lasciato incurvare un poco soltanto dal tempo, per il resto la schiena da servitore dello Stato non ha mai sofferto flessioni, né tantomeno il suo cuore. “À cœur vaillant, rien d’impossible”, questo sta scritto su un quadretto che qualcuno avrà ricamato per lui. Due pupi siciliani dondolano davanti agli scaffali («I famosi pupi della Groenlandia…», scherza Caselli), e un’immagine in bianco e nero con il giudice Falcone suggerisce l’inevitabile inizio della storia.
Quando vi conosceste?
«Ai tempi del mio lavoro al Consiglio superiore della magistratura, lui e Paolo Borsellino che votai per la procura di Marsala, quando il Csm si spaccò: per altri miei colleghi contava solo l’anzianità, io pensavo invece che dovesse venir prima la competenza».
Falcone era davvero un uomo solo?
«Come disse Borsellino, Giovanni cominciò a morire quando il Csm lo umiliò, preferendogli il giudice Meli per sostituire Nino Caponnetto come Consigliere istruttore alla Procura di Palermo: così, la lotta alla mafia tornò indietro di trent’anni. Per nostra fortuna, Giovanni andò al ministero della Giustizia e, di fatto, inventò la Procura antimafia».
Cosa accadde dopo la sua morte?
«A un convegno per ricordarlo, un colonnello dei carabinieri si avvicinò e mi disse che doveva portarmi un messaggio da parte del giudice Borsellino: “Dica a Caselli che non è ancora tempo di andare in pensione”. Io, che non ci pensavo minimamente e che allora dirigevo la Corte d’Assise di Torino, non compresi. Ma dopo l’uccisione di Borsellino, il senso di quelle parole divenne chiarissimo e l’interpretai come una chiamata».
A Palermo, dunque.
«La mia famiglia pensava che dieci anni di antiterrorismo, pericoli e scorte, potessero bastare. Invece andai da mia moglie e dai miei figli e dissi loro: “Scusatemi, niente normalità”».
Non aveva paura?
«Le rispondo usando le parole di Paolo Borsellino: non si può non avere paura della mafia, visto come uccide, ma bisogna avere sempre un po’ più di coraggio rispetto a quella paura».
Pensa mai a come ha fatto a restare vivo?
«Facciamo le corna, dal 1974 mi sposto ancora con la scorta. Ho vissuto più nascosto di un capomafia. I ragazzi mi hanno salvato la vita almeno un paio di volte a Torino, e non si contano quelle a Palermo».
Volevano abbattere il suo elicottero con un lanciamissili.
«Lo rivelò il boss Gaspare Spatuzza: avrebbero dovuto spararmi dal Monte Pellegrino. Io vivevo in una delle torri vicino allo stadio della Favorita, e una notte le svuotarono completamente e mi deportarono in una caserma nei pressi dell’aeroporto militare di Bocca di Falco: vi rimasi quattro anni, sui sette che trascorsi in Sicilia, nei quali vidi soltanto due volte mia moglie Laura e mai i miei figli».
Cos’è, una vita blindata?
«Il sacrificio di Falcone e Borsellino ha permesso di rafforzare la protezione degli obiettivi sensibili. Dopo di che, di autonomo con la scorta avevo solo il respiro. Mai stato una volta al ristorante. Il mio amico Marcello Maddalena, il giudice, scherzando mi aveva detto: “Bravo, fai domanda per Palermo, così se poi ti ammazzano la faccio anch’io”. Bisogna imparare a sdrammatizzare».
Lei sembra riuscirci piuttosto bene.
«C’era questo frate di Corleone, amico di don Ciotti, che mi voleva invitare a un convegno, e si badi che era la Corleone di Riina. La scorta mi disse di togliermelo dalla testa, ma siccome insistemmo, i ragazzi risposero: va bene, facciamolo, ma alle nostre condizioni. Mi sdraiarono sul sedile posteriore di un’auto anonima, coperto da un plaid come un sequestrato, poi la caricarono su una bisarca e a Corleone mi spostarono su una seconda automobile. Arrivammo al convegno dribblando persino i carabinieri che non si accorsero di nulla, e di questo la mia scorta fu molto orgogliosa».
Torniamo agli anni del terrorismo: l’arresto di Curcio e Franceschini.
«Infiltrammo Silvano Girotto, il famoso “frate mitra” di Borgomanero. Per tre volte incontrò i brigatisti sui monti della Valsusa, e in tutte e tre le occasioni c’era Curcio. Alla fine, le Br lo reclutarono: Girotto era un guerriero, era stato nella Legione straniera e aveva combattuto in Sudamerica».
Li prendeste a Pinerolo, nel settembre 1974: come andò?
«Seguimmo l’auto di Curcio e Franceschini, che venne bloccata a un passaggio a livello. Franceschini cominciò a gridare, chiedendo soccorso a un passante: “Aiuto, sono fascisti!”. Quel passante era il maresciallo dei carabinieri Felice Maritano, ucciso dalle Br poco più di un mese dopo».
Cosa le dissero i terroristi?
«Li incontrai per primo in una caserma alla periferia di Torino. Negavano di conoscersi! Curcio voleva catechizzarmi e si dichiarò prigioniero politico. Sulle Br non pronunciò una parola, in compenso mi consigliò un romanzo di Heinrich Böll. Invece Franceschini, arrogante, quando gli chiesi che mestiere facesse mi rispose: “Di professione rivoluzionario”. Poi mi domandò: “Ma lei non è di Magistratura democratica?”. E io, a brutto muso: “E con questo?”».
Le toccò anche il primo interrogatorio a Totò Riina.
«Disse solo: “Portatemi in galera”. Lo ricordo in caserma, seduto davanti a un’enorme fotografia del generale Dalla Chiesa».
Cosa significa vivere nel mirino?
«Anche qui, meglio sorridere. In un covo, quelli di Prima Linea avevano un dossier su di me intitolato “Operazione autostrada”, mentre un plico delle Br si intitolava “Operazione casella postale”. Caselli, casello: che fantasia! Dissi a Patrizio Peci che non pretendevo che lo chiamassero Zorro o Nembo Kid in mio onore, ma che avrei sperato in qualcosa di meglio. Lui, impassibile, mi spiegò che “Operazione casella postale” si chiamava così perché quel dossier l’aveva preparato uno di loro, che era stato postino».