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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Nuova proroga per l’Ici della Chiesa

Ancora una proroga. L’ennesima. La vicenda del recupero dell’Ici non versata dagli enti non commerciali tra il 2006 e il 2011 – in gran parte riconducibili al mondo ecclesiastico – si arricchisce di un nuovo capitolo che, più che chiarire, conferma una costante tutta italiana: la difficoltà di chiudere davvero le partite fiscali più controverse.
Il termine per presentare la dichiarazione slitta dal 31 marzo al 30 settembre, con pagamenti rinviati a fine ottobre. Una decisione formalmente tecnica, approvata in Conferenza Unificata, ma sostanzialmente politica. Perché questa non è una pratica come le altre: è il tentativo, tardivo e incompleto, di dare esecuzione a un obbligo imposto dall’Unione europea oltre dieci anni fa. 
Una storia lunga, e sempre incompiuta
Il punto di partenza è noto. L’esenzione Ici concessa agli enti non commerciali – inclusi molti immobili della Chiesa – è stata giudicata dalla Corte di giustizia Ue un aiuto di Stato incompatibile con le regole della concorrenza. Non tanto per il principio, quanto per la sua applicazione: troppo ampia, troppo elastica, capace di coprire anche attività di fatto commerciali. Da lì, l’obbligo per l’Italia di recuperare le imposte non versate. Un’operazione che, nelle stime iniziali, valeva miliardi.
​Il conto che si è assottigliato
È qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti. Le prime valutazioni, nei primi anni successivi alla decisione europea, indicavano un possibile recupero nell’ordine dei 4-5 miliardi di euro. Una cifra che rifletteva la portata sistemica dell’esenzione.
Oggi, dopo oltre un decennio di interventi normativi, ricorsi e ridefinizioni, il valore realistico dell’operazione è sceso a 200-500 milioni di euro
. E anche questa è una stima teorica, perché l’incasso effettivo potrebbe essere inferiore.
La differenza – diversi miliardi – non è solo un aggiustamento contabile. È, di fatto, una perdita potenziale per lo Stato, o se si preferisce un gettito mai recuperato, che si è dissolto tra prescrizioni, difficoltà tecniche e scelte legislative restrittive.
Il paradosso: si restringe il campo, ma non si chiude la partita
Il decreto «anti-infrazioni» del 2024 ha introdotto un criterio drastico: si recupera solo sopra i 50 mila euro di debito complessivo. Una soglia che ha tagliato fuori la gran parte dei casi, trasformando una questione strutturale in un dossier residuale. Eppure, anche in questa versione ridotta, il sistema non riesce a funzionare.
Il nuovo rinvio nasce ufficialmente dall’assenza di strumenti operativi adeguati: manca un software gestionale per trattare le pratiche. Un dettaglio tecnico che però suona come un’ammissione implicita. Dopo oltre un decennio di contenziosi, sentenze e decreti, lo Stato non dispone ancora degli strumenti per applicare una misura che esso stesso ha costruito.
Il cortocircuito amministrativo
Il tempismo aggiunge un elemento quasi simbolico. Nelle stesse ore in cui arriva la proroga, l’Agenzia delle Entrate pubblica i codici tributo necessari per i pagamenti. Come se la macchina fiscale procedesse per compartimenti stagni: da una parte si prepara l’incasso, dall’altra si rinvia il momento in cui incassare.
È un cortocircuito che racconta bene il funzionamento della pubblica amministrazione italiana quando si confronta con questioni ad alta sensibilità politica e giuridica. Ogni passaggio è formalmente corretto, ma l’insieme produce immobilismo.
Questa vicenda è diventata, negli anni, qualcosa di più di un contenzioso fiscale. È un caso di scuola. Da una parte c’è un obbligo europeo chiaro, ribadito nel tempo senza ambiguità; dall’altra una normativa nazionale che si è stratificata lentamente, tra interventi tardivi e correttivi successivi. Nel mezzo, una platea che si è progressivamente ridotta fino a poche centinaia di soggetti e un gettito potenziale che, nel frattempo, si è assottigliato di miliardi, fino quasi a dissolversi.
Il risultato è un sistema che continua a inseguire la chiusura di una partita che, formalmente, dovrebbe essere già chiusa da anni. E invece resta sospesa, tra rinvii, aggiustamenti e difficoltà operative. Nel frattempo, il tempo passa. E con il tempo si riducono sia le pretese erariali sia le possibilità concrete di recupero.
Una soluzione di compromesso
La scelta fatta nel 2024 – limitare il recupero ai casi più rilevanti – è stata letta da molti come una via pragmatica. Meglio incassare qualcosa, subito, che inseguire cifre teoriche irrealizzabili.
Ma il nuovo rinvio mette in discussione anche questa strategia minima. Perché se non si riesce a chiudere nemmeno una procedura ridotta, il rischio è che la vicenda si trascini ancora, tra ulteriori slittamenti e contenziosi.
La domanda di fondo
Resta, sullo sfondo, una domanda che questa storia non ha mai davvero sciolto: quanto è in grado lo Stato italiano di far rispettare le proprie regole fiscali quando queste si intrecciano con interessi diffusi, privilegi, stratificazioni normative e vincoli europei? La risposta, per ora, è scritta nelle proroghe. E in quei miliardi che, più che recuperati, sembrano ormai archiviati.