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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Intervista a Serena Rossi

Il cinema con Mario Martone, in tv con la famiglia Panini, a teatro con un recital su Napoli e su Netflix con Non abbiam bisogno di parole, remake italiano di La famiglia Bélier(e Coda). Qui Serena Rossi è l’insegnante che aiuta la protagonista, che ha genitori sordi, a trovare la propria voce: «Il regista Luca Ribuoli mi ha detto di non guardare gli altri film e che il valore aggiunto del nostro è nella scelta musicale, da Ron ad Anna Oxa, a brani degli anni 70, 80 e 90. La mia coach è una di quelle che tutti avremmo voluto incontrare da ragazzi: crede in te, ti mette in crisi».
I suoi mentori?
«La prof. Laganà alle medie, mi fece cantare alla recita di Natale, per me fu un’epifania. Disse ai miei genitori “dovete aiutarla a coltivare questo dono”. Alberto Sironi si è battuto per avermi in Il commissario Montalbano, mi ha dato il coraggio di lasciare Un posto al sole, buttarmi in nuove cose, trasferirmi a Roma».
Lei è un po’ il vecchio allenatore di Rocky?
«Non so. Mi piace trasferire agli altri ciò che mi appassiona. Ma sono affettuosa, non burbera. Nella vita la durezza con me non funziona».
Le è capitato?
«A volte. L’ho presa male. Lo so, faccio un lavoro in cui tutti mi possono giudicare, ma almeno nel privato vomito tutta la permalosità e sono pure insopportabile. Sul lavoro: da fuori incasso elegante, dentro muoio, metto subito in pratica ciò che mi chiedono».
Entrare nella comunità sorda?
«Bello. Ha una propria identità, cultura, una lingua. La bellezza del film senza stereotipi, che non divide buoni e cattivi. I genitori sordi che sulla carta potrebbero essere la minoranza, quindi i più fragili, qui invece hanno la loro cazzimma, ironia nei confronti degli udenti. La mia prof. per convincerli a far studiare la figlia impara la lingua dei segni. E pare che noi napoletani con i segni andiamo bene, siamo abituati a gesticolare».
La sua più grande figuraccia?
«Devastante. Sai quando a inizio carriera vuoi fare la splendida, perché in realtà ti senti una sfigata, a disagio in alcune situazioni? Ho un gruppo di amici colleghi, Vittoria Puccini, direttori della fotografia, fonici. Una sera usciamo e c’è quello che io penso sia un produttore, chiacchieriamo e dico a questo tizio “siamo un bel gruppo, usciamo la sera a cena con Paolo Genovese”. E lui: “ma Paolo Genovese sono io».
Ricordi di “Un posto al sole”?
«L’incontro con Davide (Devenuto, il marito ndr.), nei corridoi che sbroccava, nervoso perché gli era successa una cosa assurda e si lamentava. Io: ma chi è questo che è appena arrivato e già si lamenta? Mi sta antipatico… e invece siamo qua vent’anni dopo. Però certo, sotto sotto già mi piaceva: occhio verde, capello al vento, ciao ciao.
Tutte le fasi importanti della mia vita le ho festeggiate con i colleghi di set, dai miei diciott’anni al diploma».
Rivedendosi che prova?
«Tenerezza. Come ero piccola. Ma che capelli ho? Ero paffutella».
La sfida più importante?
«L’essere diventata mamma, c’è voluto tempo, sono grata di esserci riuscita. Sul set le sfide le cerco».
Una per tutte?
«Mia Martini. Ma anche la serie La famiglia Panini. Il personaggio parte dai 40 anni e arriva ai 70. Ho cambiato dialetto, postura, trucco».
Che figurine collezionava?
«Non i calciatori ma Disney, film, cartoni. Al tempo c’era astronomia, piante e fiori, gli animali. Panini era una famiglia di pionieri, folli e coraggiosi. Adesso sono amica dei nipoti. Verranno a teatro a Parma».
Lo “Scherzetto” con Martone?
«Il 30 dicembre arriva il messaggio WhatsApp da un numero sconosciuto. “Ciao Serena, sono Mario Martone. Innanzitutto buon anno. Poi, quando ci sentiamo, che ti vorrei proporre un ruolo nel mio prossimo film?”. Io morta, lo chiamo subito “altrimenti manco ci arrivo viva all’anno prossimo”. Nel film sono una matematica con un bimbo piccolo che affida al nonno, Toni Servillo. Prima del primo ciak Mario mi ha visto emozionata, mi ha preso la testa tra le mani e mi ha dato un bacio in fronte, come un papà. Bella la sua sintonia con Ippolita Di Majo».
A teatro, “SereNata” a Napoli.
«Felice di raccontarla in tutta Italia, spero presto anche all’estero. Non una cartolina, ma un racconto sincero, contraddittorio, con canzoni poetiche, tradizionali ma vive, da rilanciare ai più giovani. È quasi una missione. E il pubblico risponde: al Nord i napoletani emigrati si commuovono, arrivano con bandiere e sciarpe, a Napoli urlano “ci hai fatto chiagnere”».
L’incontro più emozionante?
«Noa. Quando canta ha qualcosa che le arriva da un altro universo. Ci siamo incontrate in udienza dal Papa, ero con il mio bambino. Mi ha detto: noi donne tendiamo sempre a buttarci giù, invece siamo delle regine, siamo il futuro. E io: wow, ammazza che personalità».
Cosa canta sotto la doccia?
«Adesso Billy Joel e La Niña».
A suo figlio?
«Poveraccio, lui subisce tutte le mie scelte musicali anni 80, ma si appassiona. Ora a lui piace Bruno Mars, lo ascoltiamo insieme».

E a suo marito Davide?
«Le canzoni napoletane gli piacciono. Mi guarda, si commuove, però poi dice: vabbè, adesso basta, m’hê rutt’ ‘o...’ con ’ste canzoni».