la Repubblica, 5 aprile 2026
Bocciato un film su Regeni dalla commissione del Mic
Ci sono i fondi pubblici per il documentario su Anema e Core, il locale di Capri. Quello su Gigi d’Alessio. C’è il racconto di Angelo, il principe del Vintage. E di Gabriele D’Annunzio, ça va sans dire. Ed è stato anche finanziato con centomila euro il lavoro per raccontare la vita di Alfredo, il re delle fettuccine. Per Giulio Regeni, invece, nemmeno un euro. Zero. Bocciato.
Il documentario di Simone Manetti, prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango, Tutto il male del mondo – quello che sua madre aveva raccontato di aver visto sul volto del figlio, all’obitorio del Cairo, quando una suora scostò un lenzuolo bianco per permetterle di riconoscere quel ragazzo sequestrato, torturato e ucciso dal regime di Al Sisi – è stato escluso dai finanziamenti del ministero della Cultura per le opere cinematografiche. E questo nonostante non sia un progetto sulla carta. È un’opera già realizzata, uscita nelle sale, anche con un buon successo di pubblico, premiata con il Nastro d’Argento per la legalità, e destinata a una diffusione ancora più ampia.
Settantasei università italiane hanno già aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. Altre stanno arrivando. Il 5 maggio è prevista anche una proiezione al Parlamento europeo.
È un percorso che racconta da solo il valore di quel lavoro. E che rende ancora più difficile comprendere la decisione della commissione chiamata a valutare i progetti secondo criteri di «qualità artistica» e «identità culturale».
Una scelta che si spiega soltanto in una maniera, dice uno dei produttori, Domenico Procacci di Fandango: «Una scelta politica». «Ed è incredibile che lo sia, perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese – spiega – ma tutti quelli che hanno un minimo di umanità: la ricerca di verità e giustizia. Invece fatalmente è diventata una battaglia politica». È qui il punto. In questi anni più volte la destra ha cercato di allontanare la battaglia per la verità e giustizia, per esempio rifiutandosi di esporre gli striscioni – o rimuovendoli – fuori dai palazzi di città. E ora la scelta del ministero sembra andare nella stessa direzione. «È vero, questa è una battaglia politica – continua Procacci – ma dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro».
Ma qui, aggiunge, è diverso. «Il documentario è stato fatto, è uscito nelle sale, ha già vinto il Nastro della legalità. Bocciare un progetto del genere non puoi vederla come una scelta artistica. È una scelta soltanto politica». Procacci insiste su un punto: non è una questione di soldi. «Alla mia società non viene in tasca niente. Mi dispiace per la Ganesh di Mazzarotto, che ha fatto un lavoro straordinario, ma sono sicuro che il pubblico premierà ancora questo lavoro. Sarà visto e continuerà a essere visto. Andrà sia su Sky sia in Rai». Poi però si ferma sul piano personale, civile: «Da cittadino, sono scosso. Perché questa non può essere una scelta di merito». E nemmeno di cinema.