la Repubblica, 5 aprile 2026
Ghalibaf il gran “twittatore” vince la battaglia dei meme
Lo scambio è del 30 marzo, il campo di gioco è X. Trump ha da poco postato un commento entusiastico sul prezzo petrolio alla riapertura delle Borse. L’ex generale dei pasdaran, ora a capo del parlamento iraniano, Mohammed Ghalibaf, scrive ai suoi 500mila follower: «Attenzione: le cosiddette “notizie” o “verità” pre-mercato sono spesso solo un pretesto per fare profitto. Fate il contrario: se il prezzo sale, vendete allo scoperto. Se scende, acquistate. Sapete già come funziona». Marko Kolanovic, ex manager di Jp Morgan, rilancia il post ai suoi 70mila seguaci, il gotha della finanza americana, direttori di banche, analisti, hedge fund: «Vi prego di considerare il signor Ghalibaf nel vostro voto di quest’anno per gli investitori istituzionali nelle categorie ricerca sulle materie prime e strategie di portafoglio». La mossa di Ghalibaf non è un’operazione simpatia, ma un pezzo della guerra in corso tra Iran e Stati Uniti, fatta di meme, post scritti in maiuscolo, battute sarcastiche e contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Lo speaker del parlamento è diventato il twittatore in chief, mentre il 90% degli iraniani non ha accesso a Internet da più di un mese. C’è chi dice che siano altri a gestire il suo profilo, quel che conta è il risultato: manipolare la percezione del conflitto, nascondere le spaccature interne e l’opposizione degli iraniani anti-regime, e svelare i presunti bluff di Trump, usando gli stessi contenuti della cultura americana. Sempre il 30 marzo, Ghalibaf condivideva un articolo della Cnn: «Ho appena letto di Sarah e di altre persone negli Stati Uniti che saltano i pasti perché il prezzo della benzina continua a salire. È triste, ma questo è ciò che accade quando i leader mettono gli altri al di sopra dei lavoratori e dei cittadini americani. Non è più “America First”... è “Israel First».
L’uomo con cui, a detta di Trump, gli americani stavano trattando, sfida il tycoon sul suo terreno. «Questa brillante guerra senza strategia che hanno iniziato è stata ora declassata da “cambio di regime” a “Ehi! Qualcuno riesce a trovare i nostri piloti?”», ha scritto due giorni fa dopo che l’Iran ha abbattuto due aerei americani.
Quando le piazze Usa si sono riempite al grido di No King, Ghalibaf non ha perso l’occasione: «Benvenuti alla festa che abbiamo iniziato 47 anni fa», ha scritto evocando la rivoluzione islamica che depose lo shah. È una guerra di armi, e di estetiche. Trump sciorina iperboli usando le maiuscole, gli iraniani rispondono con i meme e l’intelligenza artificiale. Una serie di video generati dall’IA, che raccontano in stile cartooon simile a quello dei Lego le sconfitte militari di un Trump ostaggio di satana e Netanyahu, hanno avuto milioni di visualizzazioni. I messaggi citano Jeffrey Epstein, il pedofilo suicida amico di Trump, mescolando nazionalismo, anti-imperialismo, humor iraniano e pop occidentale, per screditare il nemico e ribaltare le affermazioni su una presunta sconfitta di Teheran.
A guidare l’offensiva digitale sono le ambasciate. È iniziato tutto a gennaio, dopo la brutale repressione delle manifestazioni anti-sistema. Gli account social delle sedi diplomatiche iraniane all’estero hanno cominciato a diffondere la contro-narrazione di Teheran, sostenendo che le proteste fossero state orchestrate da agenti del Mossad. Una campagna coordinata che sta funzionando anche in guerra. Il picco è arrivato con le minacce di Trump e Hegseth di riportare l’Iran all’ “età della pietra” a suon di bombe. «Quando vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi incidevamo i diritti umani sul Cilindro di Ciro», scrive l’ambasciata iraniana in Sudafrica. La stessa sede diplomatica ha condiviso le foto dei generali americani purgati da Hegsteh con una X sopra: «Il cambio di regime è stato realizzato con successo. Maga» seguito da una emoticon col sorriso. In un’altra presa in giro l’ambasciata iraniana a Tunisi ha postato l’immagine fatta con l’IA di quattro piloti mentre planano sui sedili dei jet dopo essersi auto-espulsi: “CHAIR force”. I social: la prosecuzione della guerra con altri meme.