Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 04 Sabato calendario

Intervista a Emma Dante

Adesso che è arrivato anche il Leone d’oro alla carriera della Biennale Teatro di Venezia, dopo i tanti successi – l’ultimo alla Comédie-Française lo scorso gennaio – si può ben dire che Emma Dante sia l’eccellenza femminile del teatro italiano. Teniamocela stretta, perché il miracolo di una regista-donna in cima non si ripeterà tante altre volte. Il Leone le sarà consegnato il 12 giugno da Willem Dafoe, direttore del festival teatrale della Biennale (7 – 21 giugno), dove Dante il 13 porterà l’inedito I fantasmi di Basile coi personaggi dell’amato scrittore del 600 napoletano, già riletto in La scortecata, Re Chicchinella, Pupo di zucchero. Intanto L’angelo del focolare in estate arriverà a Parigi e dal 19 maggio debutta all’Opera di Roma la nuova regia d’opera, Tancredi di Rossini, sul podio Michele Mariotti.
Tutte belle cose.
«Sono felice, specie per le manifestazioni d’affetto quando si è saputo del Leone. È stata una sensazione nuova».
Immaginava tutto questo quando iniziò, quasi trent’anni fa?
«No, ma quando ero molto giovane, e mi vergogno a confessarlo, immaginavo spesso di essere al Maurizio Costanzo Show. Sa la serata Uno contro tutti? Rispondevo alle domande con sincerità, sfacciataggine e stavo bene, perché mi sembrava che le cose che avevo da dire avessero un senso».
È ambiziosa?
«Come tutti, se no non avrei fatto quello che ho fatto. Ma sono anche pigra, mi interessa fare bene il mio lavoro e tornare nel calduccio della mia tana, con la mia compagnia, Manuela Lo Sicco, Sabino Civilleri, Daniela Gusmano… Una piccola comunità, una famiglia».
La famiglia: dalla sua prima trilogia è un luogo di disagi, dolori, torture. Perché?
«Non glielo so dire. Quella della mia infanzia era tranquilla, come tutte le famiglie che forse non sono così tranquille. Mio padre era il tipico uomo, lavorava e a casa non faceva niente. Mia madre, casalinga, si è cresciuta i tre figli. Fu lei ad aiutarmi ad andare all’Accademia a Roma. Da ragazza andai con la scuola al Teatro Greco di Siracusa per un’Antigone, a casa le dissi “voglio fare questo nella vita”. Mi rispose “se vuoi farlo, te ne devi andare”. Grazie a lei sono fuggita. Mio padre voleva che facessi giurisprudenza. Poi c’è stata la tragedia».
Cosa accadde?
«La morte di mio fratello a 24 anni in un incidente stradale. Era il 1995. Dopo cinque anni in cui aveva covato il dolore, morì anche mia madre, a 59 anni. Io non ne avevo 30. Queste due morti sono state uno strappo. Lì è nata la mia furia, che ho poi urlato nel teatro a partire da mPalermu, il primo spettacolo, pieno di rabbia».
Perché rabbia?
«Dove vai a cercare le persone che hai amato e continui ad amare se non puoi trovarle in alcun posto? In qualche maniera le ho ritrovate nel teatro, una specie di cimitero, un posto dove puoi fare ritornare chi non c’è più. Mio fratello era in Vita mia e lì c’era una madre che non riusciva a seppellire il figlio».
Anche in “Le sorelle Macaluso” i legami non si interrompono con la morte.
«La convivenza di vivi e morti è un percorso naturale, organico in tante culture».
Lei ha fede?
«No, ed è faticoso, perché immagino che chi crede accetti più serenamente certi momenti atroci».
Quando si sente smarrita che fa?
«Parlo con mio padre. È morto pochi anni fa e i morti se ne vanno piano piano, sento che mi è ancora vicino. Quindi, quando c’è qualcosa dico “papà, mi raccomando”. Finora si è comportato bene».
Palermo, la sua città, il ventre materno del suo teatro: c’entra in queste visioni?
«Il pianto, le carni dilaniate, la lingua, la ritualità religiosa, il crocifisso, la sposa, le sante... Palermo, il sud hanno scritto il mio teatro e non certo per fare folklore. Mai rinnegherò Palermo, anche se non mi ha mai dato lo spazio che ho chiesto per anni».
Però l’ha lasciata.
«Vivo a Roma per ragioni pratiche. Mi organizzo meglio con la famiglia».
La maternità la desiderava?
«Molto. Avevo cercato di adottare un bambino o una bambina italiana ma non mi hanno presa in considerazione. Poi è arrivato Dimitri dalla Russia, aveva tre anni e mezzo, è un bambino problematico ma questo non ci ha rallentato, ci ha nutrito».


Mai avuto paura di non farcela?
«Certo. Sono tuttora spaventata, ma cosa devo fare? C’è Carmine (Maringola, attore e scenografo di tanti suoi spettacoli, ndr) che è un grande papà, ci alterniamo con lui tra gli impegni».

A Roma ha preso uno spazio tutto suo, che cosa ci farà?
«Lo stiamo mettendo a posto, sarà un laboratorio permanente, uno spazio prove. L’anno prossimo farò meno regie d’opera per dedicarmi al mio anno pirandelliano: farò i Sei personaggi in cui sono in scena nel ruolo del regista che deve gestire i personaggi. Poi I giganti della montagna con Arturo Cirillo e Sabrina Scucci».
Sogni?
«Fare almeno un altro film».
Cosa vuol dire essere una donna resistente come lei?
«Credo che tutte le donne abbiano dentro una forza. Generalizzare è brutto, ma la vedo anche nella capacità di risolvere le cose pratiche. Sapere sempre in quale cassetto sono i calzini. Il problema è che alla fine anche le donne che fanno grandi cose sono dimenticate. Vorrei dirlo alla cerimonia dei Leoni a Venezia: tra i due scrittori italiani più importanti del Novecento, Morante e Pasolini, si cita sempre Pasolini. Il Nobel? È Fo, non Deledda. I nomi femminili non sappiamo nemmeno pronunciarli».