la Repubblica, 4 aprile 2026
Hormuz, i pasdaran fanno passare le navi di Parigi e Tokyo
Nello Stretto di Hormuz ogni transito di nave può essere letto come un segnale politico. E così, dopo settimane in cui il corridoio marittimo era di fatto off limits per gli occidentali, il passaggio del Kribi, portacontainer del gruppo francese Cma Cgm, fa sperare in una svolta. È il primo passaggio ufficiale di una grande compagnia europea. Prima di entrare nelle acque iraniane, la nave ha modificato nel sistema di tracciamento la destinazione in “Owner France”, segnalando esplicitamente la proprietà francese alle autorità di Teheran e incanalandosi poi lungo il corridoio imposto dall’Iran, al largo dell’isola di Larak.
La diplomazia francese non rivendica un successo che resta fragile e reversibile, appeso all’evoluzione militare delle prossime ore. Qualche settimana fa il Financial Times aveva scritto di contatti riservati avviati da Italia e Francia con Teheran per facilitare il transito delle proprie imbarcazioni. Palazzo Chigi aveva smentito. L’Eliseo aveva evitato di commentare, insistendo sugli sforzi di Parigi per la costruzione di una coalizione e non di corsie preferenziali per le sole navi francesi.
La compagnia Cma Cgm fa capo a Rodolphe Saadé, armatore basato a Marsiglia, considerato vicino a Emmanuel Macron e ormai figura dell’establishment d’Oltralpe, editore di diverse testate e della popolare BfmTv. Né l’Eliseo né l’armatore hanno voluto dare informazioni su come il Kribi sia riuscito a passare. E soprattutto a quali condizioni. Per accedere al “corridoio Larak”, secondo ricostruzioni che circolano negli ambienti marittimi, Teheran incasserebbe una sorta di pedaggio che può arrivare fino a due milioni di dollari per singolo transito. La Francia ha comunque saputo mantenere un canale aperto con Teheran in queste settimane. Macron è stato il primo leader occidentale a parlare con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian dopo l’avvio dell’offensiva di Stati Uniti e Israele. L’ambasciata francese è rimasta aperta e i contatti diplomatici sono proseguiti anche nei momenti più tesi.
I Guardiani della Rivoluzione, tornati ieri a minacciare di bloccare Hormuz «per molti anni», hanno quindi improvvisamente ritenuto che il Kribi era diventata una nave “non ostile”, autorizzandone il passaggio. A stretto giro, anche una metaniera collegata al Giappone ha attraversato lo Stretto, insieme ad altre tre navi legate all’Oman. È una riapertura selettiva, calibrata su nazionalità e profili considerati accettabili da Teheran, più che un ritorno alla normalità. Ma Hormuz è diventato il centro della guerra in Medio Oriente e il luogo in cui si misura una possibile riconfigurazione di alleanze. Mentre Donald Trump ha chiesto inutilmente agli alleati di liberare lo Stretto con la forza, Francia e Regno Unito hanno continuato a lavorare a una nuova coalizione dei Volenterosi in cui gravitano diversi paesi europei, il Canada, il Giappone e la Corea del Sud. Proprio da Seul, Macron ha descritto ieri una «coalizione di democrazie indipendenti» per far fronte all’egemonia «della Cina» e all’«imprevedibilità» del presidente americano. «Il nostro obiettivo – ha detto – è non essere vassalli di due poteri egemonici».
Un banco di prova di queste nuove geometrie diplomatiche sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove è in discussione da giorni una bozza di risoluzione presentata dal Bahrein e sostenuta dagli Stati Uniti che aprirebbe la strada a interventi militari per ristabilire la navigazione. Il testo è stato riscritto più volte e nell’ultima versione insiste su mezzi “difensivi” per garantire la sicurezza delle navi. Un compromesso pensato per ridurre le obiezioni di Francia, Russia e Cina. Macron si è detto scettico, giudicando «irrealistica» un’operazione militare. Mosca, attraverso Sergej Lavrov, ha già segnalato contrarietà anche a un mandato definito «difensivo», mentre Pechino continua a temere una spirale di escalation.