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 2026  aprile 04 Sabato calendario

Intervista a Rita Pavone

Incontrare di persona Rita Pavone vuol dire essere avvolti da un’energia fuori scala: una vera forza della natura, come è nell’immaginario di tutti. Rita è una ragazza di 80 anni, minuta, indomita, solare. Si racconta con generosità, si diverte e si commuove nel ricordare la sua famiglia, i suoi esordi torinesi, la sua carriera strepitosa, iniziata giovanissima (qui i superlativi sono necessari): 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, e ci limitiamo a questo dato. Mentre racconta, fatto curioso ma coerente con la sua persona, non smette mai davvero di cantare: accenna al titolo di una canzone e la intona, con voce piena, squillante, bellissima, che non ha perso un grammo di smalto. È una performer naturale e tu, in un attimo, diventi il suo pubblico. 
La Pavone è un capitolo importante della storia musicale, televisiva e di costume, italiana e internazionale: da Studio Uno in Rai a soli 17 anni, unica con i suoi capelli rossi e le lentiggini, fino al matrimonio con Teddy Reno, le sue fotografie hanno riempito centinaia di rotocalchi sin dalla più giovane età. Un esempio concreto di come vita e arte possano fondersi in un’unica, formidabile personalità, proprio così, come la vedi.
Signora Pavone, partiamo dai suoi ricordi di Torino.
«L’appartamento di via Malta 43, in Borgo San Paolo, era un buco di casa: il mio lettino era posizionato tra l’uscio di casa e il bagno; nel tinello dormivano i miei due fratelli più grandi, Piero e Carlo; il più piccolo, Cesare, con i miei genitori. Dico sempre che, se non sono cresciuta in altezza, è perché dovevo stare lì dentro! Ho finito le scuole dell’obbligo e sono andata subito a lavorare in una camiceria in piazza Madama Cristina: ancora adesso stiro benissimo. Mio papà Giovanni, di origine siciliana, era nato ad Asti ed era tornitore alla Fiat. Mia madre Maria, casalinga, nata a Torino, era l’ultima di 12 figli. Sua madre Filomena era di Argenta, nel Ferrarese: conobbe e sposò mio nonno, in forza alla Cavalleria Reale di Torino. Nonostante le ristrettezze, conservo bei ricordi di quel periodo: la difficoltà del vivere era bilanciata dalla gioia dello stare insieme».
Cosa rivede di suo padre Giovanni?
«Mi vengono in mente due aspetti molto semplici, ma che restituiscono la sua voglia di sapere e anche il suo desiderio di riscatto: la grande passione per la Settimana Enigmistica, da cui si imparano moltissime cose. La stessa che ha trasmesso a me: la acquisto ancora oggi, come faceva lui. Ricordo anche il suo cruccio per le unghie sporche di grasso, che gli evocavano continuamente il suo lavoro di tornitore. Le puliva con una spazzola di ferro, ma le vedeva sempre nere».
È stato suo padre a intercettare e sostenere la sua passione per la musica.
«Sì. Lui l’ha capita subito, da quando ero piccolissima: è stato un vero talent scout. Amavo cantare, avevo solo 4 anni e mi faceva salire su una sedia per esibirmi davanti ad amici e parenti. Mi ricordo con grande chiarezza la prima canzone, in spagnolo. Lì per lì avevo timore, ma quando i presenti applaudivano non volevo più scendere. Papà ha intuito questo talento e ha cominciato a propormi, ragazzina, in alcuni locali di Torino e del Piemonte, dove presentavo un piccolo repertorio. Il mio ricordo più bello è di me e lui in lambretta, con gli spartiti sotto la giacca che ci tenevano caldo, come due innamorati, mentre andavamo in giro da un locale all’altro».

Qual è stato il momento di svolta?
«Il mio esordio è stato al Teatro Alfieri, in uno spettacolo per bambini intitolato Buongiorno Marziani. Lì ho fatto l’imitazione di Al Jolson, cantando il suo più famoso successo: il pubblico era entusiasta, ma per l’emozione ho avuto la febbre alta per una settimana. Quella stessa sera è mancata mia nonna Filomena. Lì ho capito per la prima volta che la vita ti dà e ti toglie, quasi una bilancia tra gioie e dolori».
Dopo qualche tempo, però, lei si è scoraggiata…
«Fu lì che mio padre mi diede la scossa, a costo di mettersi contro mia madre. Ho sempre sofferto per essere stata motivo di dissidio tra loro. “Papà – dissi – forse mamma ha ragione, lasciamo stare”. Apparentemente si arrese anche lui».
Però andò avanti lo stesso con la sua idea…
«Fece esattamente il contrario di quel che aveva detto: scrisse alla RCA, mandando un mio nastro inciso. Dopo poco fui selezionata per il “Festival degli Sconosciuti” di Ariccia. Mio padre decise di mandarmi utilizzando i soldi che la mia mamma aveva messo da parte per il frigorifero. Lei non era molto d’accordo, ma la risposta fu lapidaria: “Penso che la vita di nostra figlia valga almeno un frigorifero!”».
Era il 1°settembre del 1962 quando vinse il primo premio…
«… e fu durante le prove, qualche giorno prima, che conobbi Ferruccio Ricordi, per tutti Teddy Reno. Teddy non solo era l’ideatore del primo talent italiano, ma anche produttore esecutivo per la RCA Italiana di molti degli artisti da lui scoperti. Nel mio caso era anche il mio manager. Era bellissimo, lo è ancora oggi che ha 99 anni».
Papà era contrario a questo amore.
«Mio padre non ne voleva assolutamente sapere: il loro primo incontro fu disastroso e rompemmo tutti i rapporti. Ferruccio, che era più grande di me di 19 anni, aveva sposato Vania Protti all’Ambasciata messicana a Roma. Dopo qualche tempo si erano separati e avevano ottenuto il divorzio in Messico, valido per tutto il mondo tranne che per l’Italia. Questo ci permise di sposarci, almeno religiosamente, il 15 marzo 1968 a Lugano. Quando poi il divorzio fu introdotto anche nel nostro Paese, e noi fummo tra i primi ad ottenerlo, ci risposammo civilmente nel settembre del 1972».
Poi con suo padre vi siete riavvicinati?
«Ci riappacificammo alla nascita del nostro primo figlio Alex, nel 1969 (suo fratello Giorgio, il mio secondogenito, è nato nel ’74): venne a trovarmi in ospedale. Solo molto tempo dopo ha chiesto scusa ad entrambi: aveva capito che il nostro era un grande amore. Siamo sposati da 58 anni, direi che è un bel traguardo per chi pensava che la nostra storia durasse il tempo di una canzone! A quel punto lo abbracciai: “Papà, non siamo perfetti. Nessuno di noi lo è: perché dovresti esserlo tu?”».

Cosa direbbe a suo padre, se potesse rincontrarlo oggi?
«Il giorno che me ne andrò, la prima persona che vorrei rivedere è mia nonna Filomena; finché c’è stata lei in casa c’è stata armonia, grazie alla sua semplicità, alla sua saggezza, che tutti percepivamo. Poi incontrerei mio papà, e lo stringerei a me. Se penso a lui, rivedo quella lambretta e noi due abbracciati, pieni di sogni e di speranze».