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 2026  aprile 04 Sabato calendario

Apple sta rastrellando tutte le scorte di Ram disponibili

Nel lessico dell’industria tecnologica la memoria è sempre stato un componente abbondante, intercambiabile, governato da cicli di prezzo più o meno prevedibili. Oggi è diventata un’arma a causa della crisi imposta dall’intelligenza artificiale e chi la impugna con maggiore decisione è Apple, che secondo fonti consolidate della filiera asiatica avrebbe intrapreso una campagna sistematica di acquisizione di DRAM mobile, arrivando a pagare prezzi per gigabyte che altri produttori non possono sostenere. Una vera e propria mossa strategica che ha implicazioni dirette sui concorrenti, sui prezzi al consumo e, inevitabilmente, sui tempi di consegna dei prodotti più esigenti in termini di memoria.
Un’operazione su larga scala
Le fonti sudcoreane sono tradizionalmente tra le più affidabili quando si tratta di supply chain. La dinamica messa in piedi da Apple ricorda più la situazione delle materie prime energetiche che quelle dell’elettronica di consumo. Chi ha liquidità si assicura la risorsa, anche a costo di comprimere i margini. Chi non ce l’ha è costretto ad adattarsi, ridurre la produzione o aumentare i prezzi. L’analista Ming-Chi Kuo aveva già indicato questa possibilità: Apple può permettersi di sacrificare parte della redditività hardware perché il suo modello economico non si esaurisce nella vendita del dispositivo. Ogni prodotto è un punto di ingresso in un ecosistema che genera ricavi nel tempo, attraverso servizi, commissioni e contenuti.
Memorie crisi
È qui che si misura la distanza tra Apple e il resto del mercato, perché l’azienda di Cupertino vende un’ecosistema più che un semplice smartphone. E quell’ecosistema continua a produrre valore anche dopo l’acquisto iniziale. App Store, abbonamenti, servizi cloud, piattaforme creative: ogni utente acquisito è una fonte di ricavi ricorrenti. Questo consente di operare con una logica diversa, più simile a quella di un investitore che a quella di un produttore tradizionale. Se il costo della memoria aumenta, Apple può decidere di assorbirlo. Se questo comporta una riduzione dei margini nel breve periodo, viene compensata nel medio-lungo termine dalla fidelizzazione dell’utente. È una strategia che pochi possono replicare. Forse solo Google, con un approccio però meno centrato sull’hardware. Quando un attore di queste dimensioni modifica il proprio comportamento di acquisto, l’intero sistema ne risente. La riduzione della disponibilità di memoria ha già iniziato infatti a produrre effetti visibili. MediaTek e Qualcomm avrebbero ridotto la produzione di chip a 4 nanometri, quelli destinati alla fascia media degli smartphone. Questo perché senza memoria, quei chip non possono essere utilizzati. Allo stesso tempo, Samsung ha già iniziato ad adeguare i prezzi di alcuni dispositivi premium, segnale che la pressione sui costi si sta trasferendo a valle, verso il consumatore. Il risultato è un mercato che si contrae nella fascia media e si polarizza verso l’alto. Gli smartphone che fino a ieri costavano 600 euro si avvicinano agli 800, mentre i top di gamma sfiorano i 2000. Una dinamica che rischia di rallentare il ricambio e di spingere gli utenti verso modelli più vecchi o scontati.
Il caso del Mac Studio con tanta Ram
Il segnale più evidente di questa tensione arriva paradossalmente dalla disponibilità di uno dei prodotti presenti nel catalogo Apple. Il Mac Studio, nella sua declinazione più avanzata, è oggi il termometro della crisi. Le configurazioni con 128 e 256 gigabyte di memoria unificata, destinate a sviluppatori, studi creativi e ambienti professionali ad alta intensità computazionale hanno tempi di consegna fino a quattro, cinque mesi. Ordinare oggi significa ricevere a fine estate o addirittura in autunno. Le versioni intermedie, quelle con 96 gigabyte, riescono ancora a mantenere tempistiche più contenute, nell’ordine delle sei settimane. Ma il salto verso le configurazioni più alte introduce un vuoto temporale che non si spiega con una semplice oscillazione di mercato.
In tutto questo il lancio del MacBook Neo a 599 dollari non è un’operazione isolata, ma parte di una strategia più ampia. La fascia tra i 600 e gli 800 dollari è quella con i volumi più alti, circa 50 milioni di unità l’anno. Se Apple riesce a guadagnare anche solo dieci punti percentuali in quel segmento, può compensare le perdite derivanti dall’acquisto di memoria a prezzi elevati. Nel frattempo, i concorrenti sono costretti ad aumentare i prezzi, perché non hanno accesso alle stesse condizioni di approvvigionamento. Il risultato è una distorsione competitiva che favorisce chi può permettersi di perdere nel breve per vincere nel lungo.