Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 06 Lunedì calendario

Valentina Giacinti parla della sua carriera

Valentina Giacinti ha scritto un libro: la sua autobiografia. Lo ha fatto a quattro mani con il giornalista di Amazon Prime Video Alessandro Alciato, ma soprattutto aprendosi al pubblico come mai prima d’ora. Già il titolo la dice lunga: Il coraggio di chi trema, in uscita per Mondadori domani, martedì 7 aprile. Centosessanta pagine che scorrono veloci, e nelle quali il racconto delle soddisfazioni e delle delusioni sportive dell’attaccante bergamasca ora in forza al Como 1907, dove è arrivata a gennaio dal Galatasaray, si alterna a quello degli ostacoli interiori con cui ha dovuto fare i conti lungo tutta la sua carriera. Dunque non solo gol (26 in Nazionale e quasi 200 in Serie A) e trofei (due scudetti, una Coppa Italia e tre Supercoppe Italiane), ma anche temi come dislessia, depressione, attacchi di panico e Hsp, acronimo di Highly Sensitive Person (Persona Altamente Sensibile): «Cioè – si legge – uno di quegli individui che percepiscono gli stimoli in maniera più intensa e profonda, che ne vengono sopraffatti». Stimoli da lei tradotti su inchiostro, una volta presentatasi l’occasione giusta: «L’idea del libro non è stata mia, bensì di Alessandro e di Mondadori – racconta la classe 1994, da due anni nella Hall of Fame della Figc –. Lui in realtà non era al corrente di tali fragilità, voleva raccontare più che altro il mio percorso in un mondo che è cambiato tantissimo come quello del calcio femminile. E a quel punto da un lato è stato bravo a capirmi, a farmi le domande giuste e a non farmi avere paura di esprimermi liberamente, dall’altro io stessa mi rendevo conto di non poter certo omettere determinate cose relative al mio passato. “Va bene, allora ti dico tutto”, ho affermato. “Così forse possiamo anche essere di aiuto ad altre persone”. D’altronde a tutti può capitare di soffrire in ambito di benessere mentale».
Che consiglio si sente di dare a chi oggi si trova in questa condizione?
«Parlarne subito. Tornassi indietro, è quello che farei. Con uno psicologo, un parente, un amico: l’importante è non tenersi tutto dentro. È qualcosa che veramente ti libera. Che toglie le catene. Fondamentale in questi senso è non sentirsi mai sbagliati né inutili, bensì esseri umani che stanno affrontando un momento difficile. Ma sono proprio i momenti difficili che poi, una volta trovata la forza di reagire, consentono di assaporare al meglio quelli felici».
E lei sta continuando a fare tesoro di questa lezione?
«Sì, non ho mai interrotto con la mia psicologa. Ci sto lavorando da ormai tre-quattro anni, per cui non è la stessa che frequentavo nella fase più critica (durante l’esperienza al Milan, ndr), e mi sta aiutando parecchio. Anche a conoscermi meglio: sto continuando a scoprire cose importanti di me, compreso come gestire certe emozioni e situazioni complesse».
Una delle più pesanti fu, proprio nella sua prima stagione di Serie A (2009-2010), la perdita di nonna Rosalba.
«La sua morte segnò davvero un “prima” e un “dopo” nella mia vita. Era nonna, sì, ma anche mamma, amica e quant’altro di bello e di buono si possa pensare. Perciò il lutto fu doloroso: non riuscivo a darmi delle risposte, mi chiedevo come mai se ne fosse andata così giovane, rimuginavo su ciò che avrei potuto fare ma non avevo fatto e via dicendo… Un turbinio di domande che mi frullavano nella testa. Guardandomi indietro, comunque, sono certa di esserne uscita più forte. È il potere dell’esempio: pensare alla determinazione con cui lei combatté la malattia per stare con i nipoti mi dà ancora oggi una carica indescrivibile. Dunque chissà, se oggi fosse ancora in vita forse non avrei avuto quello slancio che mi ha salvato in alcuni momenti».
Il più brutto della sua carriera?
«Dire addio al Milan, nel 2022».
Il più bello?
«Il gol contro la Cina ai Mondiali francesi del 2019: sei lì, rappresenti l’Italia, segni e vai ai quarti. Tanta roba! Ma non posso neppure dimenticare il mio primo scudetto (con la Roma, nella stagione 2022-2023, ndr), che per me fu una liberazione, da tanto lo avevo inseguito».

Il più folle? Quello del braccialetto rosso, come da titolo di uno dei capitoli del libro?
«Sì, direi proprio di sì. Nel 2018, anziché firmare con il Milan che aveva rilevato la matricola della mia squadra, il Brescia, avevo deciso di andare alla Fiorentina. Appena prima di salire sul treno per la Toscana, però, un ambulante mi mise al polso un braccialetto di stoffa. Era rosso. Lo presi come un segno del destino e cambiai idea. Non fu una decisione facile, ma alla fine questo lato un po’ pazzo fa parte di me: a volte ho bisogno di seguire certe percezioni, e quello fu il caso».
All’inizio di questa stagione, poi, la prima vera avventura all’estero.
«Per scelta, perché dopo essere stata esclusa dalle convocate per gli Europei stavo veramente male e pensavo che allontanarmi dall’Italia mi avrebbe aiutato a soffrire di meno».
Quindi Istanbul, Galatasaray: che esperienza è stata in campo e fuori?
«Per quanto riguarda il campionato, pensavo fosse piuttosto “facile” e invece ha superato le mie aspettative sotto il profilo sia tecnico che dell’intensità delle squadre avversarie. Quanto alla città, all’inizio è stato bello girarla, mi è piaciuta. Con il passare del tempo, però, ho iniziato ad accusare vari fattori ambientali, tra cui – non lo nego – il cibo, per i miei gusti un po’ troppo speziato. Così, dopo un piccolo problema fisico ho deciso di rientrare in Italia accettando l’offerta del Como, che già mi aveva cercata d’estate».
Dunque la delusione legata a Euro 2025 è definitivamente alle spalle?
«Mah, il dispiacere in verità lo sento ancora, ma a Istanbul ho avuto l’opportunità di riacquisire certezze focalizzandomi su me stessa e sugli allenamenti. E i gol sono arrivati di conseguenza (ben 14 in 13 apparizioni, 4 dei quali nella stessa partita, ndr). Per cui sono tornata perché sto meglio, ancora una volta mi sono rialzata dopo aver toccato il fondo e sento di volermi riprendere quel che mi è stato tolto. Sì, sarò forse una “testona”, ma vale lo stesso principio di prima: sono fatta così. Ad ogni modo è stata la scelta giusta, perché qui mi sento protetta. Sento che è l’ambiente ideale per rimettermi in gioco, nella speranza di una nuova chiamata azzurra che dovrà passare dalla promozione in Serie A».
A +11 sulle inseguitrici, manca solo l’aritmetica. A quel punto cosa succederà? Che ambizioni ci sono?
«La società non me ne ha ancora parlato, perché per ora il focus è esclusivamente sulla vittoria del campionato. Ma da quanto percepisco credo che l’intenzione sia quella di fare bene: lo capiremo fin dai primi acquisti del mercato estivo. Qui d’altronde ho trovato un centro sportivo estremamente organizzato e professionale, tra palestra, spa, mensa con varie scelte di menù già dal giorno prima e naturalmente campi di allenamento. Il sintetico su cui giochiamo le partite (quello del Centro Sportivo Snef Lambrone, a Erba, ndr), poi, non è penalizzante perché è nuovo e di ultima generazione. Tutte cose che non si trovano ovunque».
E che soprattutto erano un miraggio ai suoi inizi, una quindicina di anni fa. Com’è stato vivere interamente questo enorme cambiamento?
«Soddisfacente e motivante, perché so cosa c’era – e soprattutto non c’era – prima. È bene ricordarselo sempre, al pari delle lotte che abbiamo dovuto sostenere per l’introduzione del professionismo. Poi certo, è positivo che oggi le nuove generazioni possano crescere in settori giovanili di club importanti, ma non dimenticare da dove siamo partite aiuta a non dare mai nulla per scontato. A continuare ad avere quella spinta che consente di non accontentarsi mai».
Ripensando a tutti questi anni, qual è la compagna più forte con cui ha giocato?
«Sono indecisa, ma quella che mi ha impressionata di più è stata Hasegawa».
La più simpatica?
«La prima che mi viene in mente è Cissoko, che era con me alla Roma l’anno scorso».
E la più promettente per il futuro della Nazionale italiana?
«Pur non avendoci giocato insieme dico Arrigoni: una centrocampista che vorrei sempre nella mia squadra. Anzi, per non metterle troppa pressione aggiungerei Galli, che è altrettanto brava. Ma comunque non sono le uniche, e ciò fa ben sperare».