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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Perché non ha senso provare a «ricreare» animali preistorici

Ricordate la foto dei topini con una folta pelliccia? Un anno fa l’azienda texana Colossal Biosciences annunciava di aver inserito nei roditori i geni del pelo dei mammut. Un mese dopo, ci informava di aver resuscitato (il termine tecnico è de-estinto) l’enocione, il carismatico lupo pleistocenico reso famoso dalla saga del Trono di spade.
Qualche settimana dopo era arrivata la rettifica: nessun metalupo redivivo, ma la nascita di tre cuccioli di lupo nei quali erano stati inseriti una ventina di geni dell’enocione. Nel frattempo però l’azienda aveva guadagnato un bel gruzzolo in donazioni.
L’astuta operazione di marketing nasconde una novità. Grazie al gene editing adesso è possibile rendere il Dna dell’elefante indiano sempre più simile a quello del mammut lanoso (che è stato sequenziato a partire dagli esemplari ben conservati nel permafrost) e provare, tra non molto, a far tornare in vita un cucciolo del pachiderma. Pare che il parco in cui ospitarlo sia già pronto, nella valle della Kolyma. Con poca fantasia, si chiama Pleistocene Park.
I topini dal lungo mantello e l’enocione sono passi intermedi verso questo obiettivo grosso. Ma perché farlo? Secondo la Colossal, per combattere la perdita di biodiversità, conservare il permafrost e ripristinare l’habitat della tundra pleistocenica.
Sono motivazioni scientificamente assai dubbie. L’attuale crisi della biodiversità è così grave che non sarà certo la de-estinzione di una specie a fare la differenza. A causa del riscaldamento climatico antropico, l’ecosistema dell’era glaciale in cui vivevano i mammut non tornerà più. Inoltre, non sappiamo come tutelare il benessere di queste creature: potrebbero incontrare agenti patogeni ai quali il loro sistema immunitario non è abituato. Infine, non ci sarà una resurrezione effettiva del mammut, perché nasceranno strani animali ibridi: elefanti con il Dna «mammutizzato».
La de-estinzione può sembrare un caso bizzarro, da nostalgici di Jurassic Park, ma è emblematico di un approccio commerciale alle biotecnologie più avanzate, molto di moda in Silicon Valley. Se n’è parlato il 23 e 24 marzo a Roma nella terza conferenza internazionale su Ethics of Engineeging Life, promossa dall’Università di Basilea, dal Politecnico di Zurigo, dalla Pontificia Accademia per la Vita e dall’Ospedale Bambin Gesù.
Dopo il mammut, sarà la volta del tilacino, del dodo e del moa gigante. Queste ricerche private vengono annunciate con toni trionfalistici sui social network, senza che siano mai state pubblicate su riviste scientifiche né discusse in convegni.
Ecco la vera novità: un manipolo di super-miliardari sta facendo ricerche sui genomi, sul cervello, sull’invecchiamento e sull’esplorazione spaziale al di fuori della comunità scientifica, violandone tutte le regole di trasparenza.