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 2026  aprile 05 Domenica calendario

Roberto Rossetto parla del Mose

Roberto Rossetto è il comandante del Mose. Governa le dighe mobili che evitano a Venezia di finire sott’acqua. È un uomo del Piave, è nato a San Donà e abita a Noventa, due paesi sull’argine del fiume «sacro alla Patria» che i dogi deviarono per proteggere la laguna ed evitare inondazioni all’entroterra. I ruoli si sono invertiti, ora tocca ad un urbanista della terraferma fermare il mare al di fuori della serenissima isola. Il governo l’ha nominato presidente dell’Autorità per la laguna e, da qualche giorno, ha stanziato i soldi per far funzionare il nuovo ente, nato sulle ceneri del Magistrato alle acque, che finì a picco dopo lo scandalo delle tangenti.
Come si governa il Mose?
«Alziamo le dighe quando l’alta marea raggiunge il livello di 110 centimetri sul medio mare. E lo facciamo sempre più spesso. Per capire quanto sia necessario basta ascoltare Arrigo Cipriani: racconta che il suo Harry’s bar ha perso due scalini, scomparsi sott’acqua».
Quante volte l’anno?
«Dall’ottobre del 2020 ci sono state 154 alzate. Ma per una serie di condizioni meteo, quest’anno le 78 paratoie sono state azionate già 30 volte. Anche se il progetto prevedeva 50 alzate l’anno».

Chi decide?
«L’Autorità per la laguna. Attraverso quello che potremmo chiamare un algoritmo decisionale, assieme al Comune di Venezia e alla Capitaneria di porto».
Materialmente chi spinge il bottone?
«Ci sono un responsabile della gestione e uno della decisione. Due brillanti ingegneri, uno ha 45 anni, l’altro 50. In totale lavorano al Mose 150 persone, divise in turni, come in una sala operatoria, pronti a intervenire 24 ore su 24. Tre addetti controllano il meteo giorno e notte».
C’è una parte sottomarina?
«Ci sono gallerie a quota meno 15 metri sotto il mare, con i macchinari, tenute a un livello costante di temperatura e umidità, con un notevole consumo energetico. All’esterno era previsto un controllo subacqueo con cellule filoguidate. Ora ci sono i droni che vanno sott’acqua».
Roberto Rossetto (foto) è il presidente dell’Autorità per la laguna di Venezia. Urbanista di formazione, ha una lunga esperienza nella pianificazione territoriale e nelle infrastrutture: ha lavorato a progetti come il Passante di Mestre e la Pedemontana veneta
L’incarico gli conferisce la responsabilità del Mose e il governa delle dighe mobili che evitano a Venezia di finire sott’acqua
Quanto costa alzare le dighe?
«Circa 200 mila euro ad alzata. Il Mose, costato 5,5 miliardi, in meno di sei anni ha evitato a Venezia danni per 3,350 miliardi. Quale opera ha un ammortamento così veloce?».

Non esiste niente di simile al mondo?
«Il Mose è un sistema sofisticato che prevede una soglia di tolleranza di 5 centimetri del livello del medio mare per decidere se alzare o no. Le dighe del Tamigi hanno una soglia di 50 centimetri, quelle di Rotterdam 150. Vengono gli studiosi da tutto il mondo a vedere l’opera. Gli ingegneri del Tamigi e di Rotterdam dicono che siamo noi l’avanguardia del mondo».
Quali sono le dimensioni del Mose?
«Come se ci fossero 8 treni Frecciarossa distesi sul fondo che vengono sollevati. Ognuna delle 78 paratoie pesa 350 tonnellate, come un peschereccio di 35 metri. Come la più grande flotta dell’Adriatico. Una paratoia è larga 20 metri, alta 25, con uno spessore di 5. Con 4 paratoie si copre interamente e si supera in altezza Palazzo Ducale».
Usate l’intelligenza artificiale?
«Sì, stiamo introducendola per aiutarci nelle previsioni, previsioni molto difficili perché la decisione di sollevare le dighe deve essere presa tre ore prima dell’evento, per dare il tempo alla città di organizzarsi, di cambiare il tragitto dei mezzi di trasporto pubblico e di soccorso che con l’acqua alta non passano sotto i ponti. Ma in tre ore il meteo può cambiare. Sulle ultime 50 alzate abbiamo tuttavia sbagliato previsioni solo tre volte, e per eccesso di prudenza».
Per quanto tempo, ad ogni alzata, la laguna viene separata dal mare?
«In totale quattro ore, poi di solito la marea cambia e le paratoie scendono sul fondo. In questi anni il team del Mose ha messo a punto nuove strategie. Ad esempio, si è imparato che non sempre è necessario chiudere contemporaneamente le 4 dighe. Anche perché, modulando il flusso dell’acqua in entrata, l’acqua stessa può essere fonte di ossigeno per le parti della laguna più siccitose e stagnanti. In sostanza il Mose può essere utile anche quando l’acqua in laguna è troppo bassa».
Qual è il livello di sicurezza del Mose?
«Il Mose è un punto delicato e strategico del nostro Paese, anche per quanto riguarda la sicurezza, non soltanto per i brevetti accumulati. Me ne sono reso conto quando è venuto in visita il ministro cinese delle Risorse idriche. È un’opera sensibile anche dal punto di vista informatico, come una base militare».
Il Mose come ha cambiato la vita dei veneziani?
«È cambiato tutto, sono finiti giorni e notti con gli stivali a portata di mano, le fughe dai piani terra e le settimane passate a riparare i guasti dovuti all’acqua alta. I bambini nati dal 2020 non hanno mai sentito il suono delle sirene che annunciavano l’arrivo dell’acqua alta. Avevano lo stesso suono di quelle usate in guerra per l’allarme bombe. È una nuova generazione di veneziani che dobbiamo educare a prendere le decisioni di domani sui cambiamenti climatici, e dovranno farlo senza avere mai visto un’alluvione in città».
Per i palazzi cosa è cambiato?
«Un’intera categoria di case, quelle ai piani terra, è tornata abitabile. La Banca d’Italia ha stimato in 450 milioni di euro la rivalutazione del patrimonio immobiliare grazie al Mose».

Perché è stato chiamato un urbanista e non un ingegnere come regista del Mose e della salvaguardia della laguna?
«Forse per la mia storia. Nell’86 ho firmato il primo piano per regolamentare le spiagge, dal numero degli ombrelloni alla grandezza dei bagni: c’erano 780 concessioni demaniali poi diventate 26 comparti, e ora sono nati i consorzi di gestione. Ho redatto molti piani regolatori. Ho disegnato con un pennarello il Passante di Mestre e ne ho seguito tutta la realizzazione. Per la Pedemontana veneta ho redatto la valutazione ambientale e l’inserimento paesaggistico, che ha previsto di caratterizzare i tre ambiti di paesaggio attraversato contrassegnandoli con diversi materiali e colori».
Più di recente?
«La consulenza paesaggistica per le Olimpiadi 2026 a Cortina e il masterplan per la rigenerazione urbana dell’ospedale Giustinianeo di Padova».
Prima dell’Autorità per la laguna c’era il Magistrato alle acque ad occuparsi del Mose attraverso il Consorzio Venezia nuova…
Poi c’è stato lo scandalo della corruzione al Magistrato e al Consorzio Venezia nuova che nel 2014 portò agli arresti di funzionari, politici e imprenditori. Il governo di allora cancellò il Magistrato alle acque, che era un’eredità della Serenissima. Anni dopo è arrivata l’Autorità per la laguna, ma solo sulla carta. È diventata operativa dal primo luglio 2024».
E siete partiti subito?
«Macché, non avevo neppure l’ufficio, me ne sono fatto prestare uno dal Provveditorato interregionale per le Opere pubbliche nel Palazzo dei Dieci Savi a Rialto. Per 11 mesi sono stato solo, senza alcun dipendente. Ora finalmente sono arrivati i veri fondi, 70 milioni per la gestione e la manutenzione, dopo lo stanziamento di 5 milioni nel 2025 per l’operatività dell’Autorità. Ho potuto fare il primo acquisto, un software per protocollare gli atti».
Il governo come si è mosso?
«Ho avuto il sostegno dei ministri Giorgetti e Salvini che mi hanno sempre ascoltato. Fondare un nuovo ente pubblico, le assicuro, è un lavoro allucinante, peggio di costruire un’autostrada come il Passante di Mestre».
Quante sono state le acque alte a livello alluvione negli ultimi cento anni?
«Tre. Nel 1966, con il record storico di 194 centimetri, poi nel 2019, con 187 centimetri, infine nel 2022 ma quell’acqua che sarebbe stata simile al disastro causato tre anni prima, non è mai arrivata in città, proprio grazie al Mose».
Per quanto tempo sarà utile il Mose?
«È stato progettato per durare un secolo. È la più importante opera al mondo di adattamento ai cambiamenti climatici. Sta preservando Venezia e lo potrà fare ancora per decenni».
E poi cosa si farà?
«I modi per intervenire sono molti e vanno studiati, ma nel frattempo nei prossimi dieci anni possiamo fare interventi tipo quelli a San Marco. Con barriere di vetro e un sistema di pompe per proteggere la Basilica, una delle parti più basse della città. Venezia è già stata alzata in molti punti, ma bisogna continuare a innalzare le rive e le fondamenta, tendendo a portare tutto a quota 120 centimetri o mitigando attraverso sistemi innovativi o protezioni reversibili. Il problema non è cosa accadrà nel 2100, ma cosa faremo noi entro il 2050 e cosa prevederemo di fare prima del 2100».
Qualcuno ci sta pensando?
«Abbiamo fondato un comitato scientifico per capirlo. Ci sono Andrea Rinaldo, che ha vinto il Nobel dell’acqua; Carlo Barbante, presidente del Centro di Studi e di Ricerca internazionale sui Cambiamenti climatici; l’esperto di idrologia Andrea D’Alpaos; l’architetto esperto di salvaguardia Tonci Foscari Widmann Rezzonico; Maria Berica Rasotto, naturalista e biologa marina. Stiamo formulando una domanda che lanceremo agli esperti di tutto il mondo: come far vivere nel futuro Venezia conservando la città e l’ecosistema?».